clark-Champagne Extra Brut Blanc de Blancs Cuvée des Caudalies De Sousa

Ampio, ricco, strutturato ma di assoluta finezza…

L’ho già scritto recentemente occupandomi dell’eccellente Brut Grand Cru Réserve Blanc de Blancs della stessa Maison: da un lato non riuscire a spiegarmi perché in Italia, dove pure trovano spazio e ampia notorietà le Maison più piccole, soprattutto se fanno AB, ovvero Agriculture Biologique, questa azienda, che pure in Francia gode di grandissimo prestigio da parte dei conoscitori, da noi non sia conosciuta, ancora, come merita.

E dall’altro lato non potevo che complimentarmi con un importatore-distributore raffinato come Sarzi Amadé, che da tempo, nella propria selezione champenoise, accanto agli Champagne biodinamici di Françoise Bedel, ai solidi Champagne (soprattutto i rosé) di Henry Goutorbe, alle strutturate e golose cuvée a base di Pinot noir della Montagne de Reims di Mailly, ha avuto la lungimiranza di inserire gli splendidi e spesso sorprendenti Champagne di Avize di Erick De Sousa.

Ho detto Avize e difatti la Maison ha sede, come Agrapart, Petit-Lebrun, Bourmault Christian, Corbon, Michel Fallon, e altri, tra cui Selosse, in questo villaggio 100% Grand Cru e la produzione non arriva alle centomila bottiglie.

Ho già raccontato le origini portoghesi della Maison, che risalgono alla prima guerra mondiale, quando dalla regione di Bragas, vicina a Porto, Manuel De Sousa arriva in Francia per combattere con gli Alleati. Al termine rientra in patria, ma la crisi economica lo convince a tornare nei luoghi dove aveva combattuto, in Champagne, e si stabilisce ad Avize. Suo figlio Antoine sposerà la figlia di un viticoltore del villaggio, Zoémie Bonville, e insieme fondano la De Sousa, che conoscerà una svolta a partire dal 1986, quando ne prenderà il timone il figlio Erick.

Erick è di formazione enologo è anche un ottimo vigneron e la Maison possiede 10 ettari vitati suddivisi in una quarantina di parcelles, nei villaggi di Avize, Oger, Cramant, Le Mesnil sur Oger in zona Blanc de Blancs per gli Chardonnay e su Aÿ e Ambonnay per i Pinot Noir. La percentuale di vieilles vignes è ben del 70%, 6,7 ettari sono Chardonnay Grand Cru e le prime vigne risalgono ad un’epoca anteriore al 1890, su suolo “crayeux” e l’encepagement è per il 30% a Pinot noir, per il 10% a Pinot Meunier e per il 60% a Chardonnay. La densità d’impianto è di 8000 ceppi ettaro. Per le cuvées “normali” vengono utilizzate in media un 70% di vigne di più di 25 anni, mentre per le cuvées più importanti vengono selezionate vigne di più di 50 anni d’età con rese più basse del 25-30% rispetto a quanto previsto dalla AOC Champagne.

Caratteristica di queste vecchie viti è di essere dotate di radici definite “pivots” che nel giro di una decina d’anni riescono a scendere a 25-30 metri di profondità e riescono quindi ad estrarre tutti i Sali minerali e gli oligo elementi del sottosuolo e del gesso. Più le radici scendono in profondità maggiori risaltano il goût de terroir e le caratteristiche varietali e superiore la qualità delle uve.

Come ho già scritto Erick De Sousa, che oggi è sempre più affiancato dai figli, Valentin in cantina, Julie in vigna e la maggiore, Charlotte, nella gestione dell’azienda, é stato tra i pionieri in Champagne della Agriculture Biologique, di cui ha adottato i dettami riconvertendo dal 1989 (e concludendo dieci anni dopo) i vigneti “in coltura biodinamica con ottenimento della certificazione nel 2010. Oltre ad un uso strettamente limitato di solfato di rame, come prescritto dalla normativa Ecocert, De Sousa conduce inoltre una parte dei suoi vigneti sostituendo il cavallo all’uso del trattore per una minor compressione del terreno affinché l’apparato radicolare goda di una migliore respirazione”.

Un vignaiolo bio a pieno titolo, doppia certificazione Bio 2010 e Demeter 2013, ma senza alcuna ostentazione di questa scelta e le sue cuvée non hanno nessuno dei difetti (e dei limiti oggettivi da un punto di vista organolettico e di piacevolezza) che i vini bio e biodinamici presentano: nessuna rusticità o riduzione e un equilibrio e una bevibilità da applausi.

In cantina spesso usa fermentare una parte dei vini in barrique, per conferire grassezza ai vini e quando possibile fa fermentare i suoi vini in maniera spontanea grazie ai lieviti indigeni, ma nulla nella sua produzione ha dell’ideologico o del rigidamente schematico. Anche le ricerche che va facendo su tipi e ampiezze di tini diversi. Va poi ricordato che De Sousa produce altre 30.000 bottiglie con il marchio più accessibile Zoémie De Sousa.


Lo Champagne di cui voglio parlarvi oggi è l’Extra Brut Blanc de Blancs Cuvée des Caudalies, che utilizza Chardonnay provenienti da Avize, Oger, e Le Mesnil, da vigne di 50 anni, che compiono la loro fermentazione in barrique, nuove per il 15% del totale per conferire grasso al vino. Il vino non è filtrato, riceve un dosaggio di cinque grammi litro ed in genere è costruito sull’assemblaggio di un 50% di una determinata annata e per il 50% di vins de réserve di 15 annate diverse, che possono andare dal 1995 al 2010. L’affinamento sui lieviti è di almeno 50 mesi.

Il carattere particolare di questa cuvée la si nota già dal colore, un leggero nocciola pallido più che paglierino, e dal perlage finissimo. Nessuna traccia di legno nell’aroma, se non fosse che per una certa grassezza che si nota accanto a freschissime note di agrumi e ancora di nocciola, e ad una venatura sapido pietrosa molto incisiva e a leggeri ricordi di pasticceria.

La bocca è ricca, ampia, dotata di un’indubbia carnosità e pienezza, larga e ben strutturata, ben secca, ma la cuvée (sboccatura, 18-05-2015) non rivela nessuna traccia di stanchezza o di evoluzione e lascia al vino un’energia, una vivacità, una freschezza, che sorprendono e rendono la beva quanto mai gratificante.

Anche per questa Cuvée des Caudalies, chapeau Monsieur De Sousa!

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Ampio, ricco, strutturato ma di assoluta finezza… L’ho già scritto recentemente occupandomi dell’eccellente Brut Grand Cru Réserve Blanc de Blancs della stessa Maison: da un lato non riuscire a spiegarmi perché in Italia, dove pure trovano spazio e ampia notorietà le Maison più piccole, soprattutto se fanno AB, ovvero Agriculture Biologique, questa azienda, che pure

clark-Cava Mirgin Brut Nature Laietà Rosé 2014 Alta Alella

Continuo la mia personale e un po’ donchisciottesca opera di “apostolato” a proposito del metodo classico spagnolo, il Cava, assolutamente persuaso della qualità delle loro migliori espressioni, tornando ad occuparmi di una cuvée di una bodega un cui vecchio millesimato mi aveva sorpreso tempo fa.

Siamo sempre, come scrivevo qui, a poca distanza da Barcellona, nell’area della D.O. Alella. nata nel 1953, ma con testimonianze antiche che risalgono ad epoca romana, e protagonisti sono sempre la coppia formata dall’enologo Josep Maria Pujol-Busquets e da sua moglie Cristina Guillén, che a partire dal 1991, quando piantarono le prime vigne, sino al 2011 quando nacquero i primi vini firmati Alta Alella vollero recuperare, nell’area tra Tiana e Alella ad una decina di chilometri da Barcellona nella zona agricola del Parc Naturel de la Serralada de Marina situata a poca distanza dal mare, una proprietà denominata Can Genís, dall’inconfondibile stile Art Nouveau e soprattutto delle vecchie vigne (alcune di più di 50 anni), costruendo una moderna cantina. 

Subito, nel 1991, la scelta della viticoltura biologica, e la precisa volontà di fare della cantina un centro vivo non solo di produzione ma di celebrazione della cultura della vite attraverso visite, degustazioni, rappresentazioni teatrali, inserendo Alta Alella nel circuito del turismo del vino, che in Catalogna è ben sviluppato.

Il progetto, come ho scritto, è stato duplice, perché non comprende solo la produzione di Cava, sette per la precisione, ma pure di vini fermi dove viene enfatizzato il carattere varietale,  e una linea di vini assolutamente biologici e naturali.

Le vigne poste da 100 a 250 metri di altezza, comprendono qualcosa come 60 ettari e accanto a 7 di Chardonnay, 4 di Pinot noir, comprendono 18 ettari di Pansa Blanca o Xarel.lo, 8 a Macabeu, 6 a Parellada e altri ad altre varietà, spagnole come Garnacha Negra o Mataró e internazionali (Sauvignon, Cabernet Sauvignon, Syrah).

Vigne, in larga parte terrazzate, poste su terreni molto acidi, con bassi livelli di calcare attivo, molto permeabili, denominati localmente sauló, con orientamenti che cambiano a seconda delle uve, cercando di trarre vantaggio da un orientamento ad ovest per ottenere un’alta maturità delle uve destinate ai vini rossi e dolci, e ad est per le uve più aromatiche e dagli aspetti floreali, base dei Cava e dei vini bianchi.

Per verificare nuovamente la qualità del lavoro dei Cava Mirgin Laietà di Alta Alella, e restando ancora nella linea proposta con la bottiglia cilindrica che intenderebbe trasmettere, con la sua presentazione molto originale, “un linguaggio adatto a consumatori dai criteri cosmopoliti”, ho scelto il Brut Nature Rosado Gran Réserva millesimato 2014, incuriosito dall’uva che è stata utilizzata, cui alla Bodega tengono particolarmente, che non era più stata dimenticata nella zona dei tempi dell’epidemia di fillossera, a fine Ottocento e che considerano “nuestra variedad más genuina”, e che è capoluogo, Mataró, del Maresme, una delle 41 comarche della Catalogna.

Una semplice ricerca in un testo di ampelografia per scoprire che il Mataró non altro che il Monastrell, o meglio ancora il Mourvèdre (varietà di fondamentale importanza in Provence, in Languedoc per la produzione di vini rosati e molto importante a Bandol e presente anche a Châteauneuf du Pape).

Ecco spiegato perché questo Cava Rosé completamente secco, da vigne poste da 150 a 300 metri di altezza con orientamento sud-est, macerate a freddo per dieci ore per ottenere il colore desiderato, pressatura soffice per ottenere il mosto fiore, e 30 mesi di affinamento sui lieviti, fosse così ben riuscito!

Colore melograno scarico, buccia di durone, perlage sottilissimo, regolare, molto fine e persistente, si propone con aromi che dapprima ricordano la ciliegia, per poi confluire nel ribes, nel pompelmo rosa, in toni floreali, di mandorla, sale e pietra, in un insieme di grande fragranza.

La bocca è ben secca sin dal primo attacco, diretta, lineare, ben tesa, di buona succosità e struttura, vivace e ben avvertita sul palato, con una buona persistenza fresca e molto sapida, minerale e una notevole piacevolezza.

Un Cava Rosé elegante, ben fatto, armonico, che vale davvero la pena di provare!   

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Continuo la mia personale e un po’ donchisciottesca opera di “apostolato” a proposito del metodo classico spagnolo, il Cava, assolutamente persuaso della qualità delle loro migliori espressioni, tornando ad occuparmi di una cuvée di una bodega un cui vecchio millesimato mi aveva sorpreso tempo fa. Siamo sempre, come scrivevo qui, a poca distanza da Barcellona,

clark-Trento Doc Mas dei Chini

E’ sempre un piacere se nel mondo della spumantistica metodo classico trentina, che è rimasta ingessata per lungo tempo attorno ai soliti nomi emergono, come appare chiaro almeno da un lustro a questa parta parte, nuovi soggetti che animano il panorama produttivo della denominazione sulla quale il consumatore per vari motivi dovrebbe puntare.

Motivi, come ho già scritto, legati al terroir, alla possibilità di salire in altezza con i vigneti per rispondere all’offensiva del riscaldamento globale che colpisce soprattutto le basi spumante alla preponderanza di Chardonnay che offre una freschezza a quella di altre zone spumantistiche dove il fruttato assume già in epoca di raccolta sentori da fruttato tropicale. Senza dimenticare la capacità tecnica che offrono gli istituti di ricerca attivi in Trentino (vedi San Michele all’Adige) presso i quali studiano anche strudenti di altre provenienze.

In Trentino fino a pochi anni fa, poche grandi aziende a parte, vigeva la regola che la grande parte dei viticoltori fornissero le uve da metodo classico (e non dimentichiamo che la produzione superava di poco gli otto milioni di unità e al fianco, a differenza da altra zona spumantistica, fiorivano centinaia di migliaia di spumanti metodo chamat), e quindi era giocoforza difficile, visto che produrre piccoli numeri di “champenois” è costoso e richiede tempi lunghi e ingenti investimenti, che sorgessero piccoli e medi nuovi soggetti produttivi.

Poi, com’è come non è, anche se alcune realtà hanno avuto “problemi di percorso” come Opera vitivinicola in Val di Cembra, in un’altra, dove si produceva ottimo Trento Doc, si è scatenato “il terremoto”, un’altra, eccellente, ha venduto ad una casa altoatesina, un certo numero di aziende hanno iniziando ad imporsi e a farsi conoscere e apprezzare.

Tra queste, situata in una bellissima posizione sopra Martignano, l’azienda vitivinicola Mas dei Chini è una piccola realtà contadina che si estende sulle colline a nord e ad ovest di Trento, ma che ha una parte vitata che si protende verso Nord.

Facile dire che Graziano Chini, è titolare unico di Rotalnord Auto, sede della più importante concessionaria Nissan in Italia, e sicuramente essere un imprenditore di successo in altri campi aiuta teo, ma non è conditio sine qua non. E inoltre i Chini, ed il dinamico Graziano Chini, in primis rivedicano fortemente, basta visitare il loro sito internet, la loro antica storia e realtà contadina, che risale al 10 agosto 1645 quando nasce Eusebio Francesco Chini padre Eusebio cui sono dedicati i Trento Doc. Che poi prosegue nel 1906, quando Gloriano Chini apre le propria azienda agricola in Val di Non e quando nel 1938 arriva il primo trattore è lui a condurlo. Altra data importante è quella del 1973, quando nasce Graziano Chini attuale conduttore dell’azienda che ha come centro un bel Maso ottocentesco che si erge sulla prima collina di Trento, dominandola con i suoi cinque ettari di terreni coltivati a vite.

Nel corso del 2017 alla cantina di produzione (dove non si producono solo bolllicine metodo classico, ma un rosso Lagrein e un moderatamente aromatico Gewürztraminer davvero interessante, sono state aggiunge delle accoglienti camere, 9, spazi esterni dove organizzare momenti conviviali e un piccolo ristorante dove vengono proposti piatti della tradizione trentina.

Presso l’Agritur è possibile soggiornare, degustare e comprare i vini direttamente prodotti dal Maso e anche organizzare eventi e celebrazioni nel vasto giardino con gazebo.

Abbiamo accontato della bellezza di Mas dei Chini, ma come sono i Trento Doc? Innanzitutto va ricordato che il nome è un omaggio a padre Eusebio Francesco Chini, astronomo, cartografo e topografo, incoronato come nobile da Carlo V.

Due metodo metodo classico impeccabilmente ben fatti, l’Inkino 2010 un Blanc de Blanc a base di solo Chardonnay, da vigneti di Chardonnay coltivato sulla tradizionale pergola trentina al confine tra le Provincie di Trento e Bolzano, in località Nassi di Cadino a 300 metri di altezza con esposizione a sud/ovest., e l’Inkino Brut Riserva Carlo V 2008, una cuvée composta da Chardonnay (60%) e Pinot Nero (40%), con affinamento più lungo, 8/10 mesi in botte di rovere austriaco.

La freschezza è la prerogativa che caratterizza i due Trento, luminoso il colore paglierino carico brillante, perlage sottile, profumi freschi e fragranti di mela, pera, mandorla e frutta bianca in genere, accenni di glicine, una buona tessitura aromatica, in bocca ben secco, ancora con ritorno di frutta, note di miele, e con un’acidità che si fa sentire in profondità e rende le bollicine leggermente un filo troppo croccanti. Buona la persistenza e la piacevolezza.

La Riserva Carlo V 2008 spicca invece, oltre per il paglierino oro brillante e per una certa grassezza nel bicchiere per il naso fitto e caldo su note gialle e mature e la struttura più ampia, larga, piena, la polpa ben avvertibile sul palato, una lunga consistenza. Sicuramente un Trento Doc molto più gastronomico del 2010.

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E’ sempre un piacere se nel mondo della spumantistica metodo classico trentina, che è rimasta ingessata per lungo tempo attorno ai soliti nomi emergono, come appare chiaro almeno da un lustro a questa parta parte, nuovi soggetti che animano il panorama produttivo della denominazione sulla quale il consumatore per vari motivi dovrebbe puntare. Motivi, come

clark-Buone notizie dal Trentino: anche sui Rosé cominciano a cavarsela bene

Buone nuove in arrivo dalla complicatissima terra trentina, terre di mele, vigneti e soprattutto di potenti cooperative, che decidono e fanno il tempo il tempo che trovano.

Come ho scritto nel recente articolo dedicato al Mas dei Chini, aumenta il numero dei soggetti produttivi, piccole realtà e spesso di ottimo di promettentissimo livello si fanno notare e salgono alla ribalta e quell’unico neo che ancora permaneva, il numero ristretto di aziende che producevano Trento Doc nella tipologia rosé e una qualità che, Ferrari Perlé Rosé, lasciava un po’ a desiderare, e aggiungiamoci Altemasi, Balter, Pisoni, Mose, magari Cesarini e un paio d’altri, sta lentamente scomparendo.

Singolare il paradosso del Pinot nero nelle tre principali zone spumantistiche metodo classico lombarde: in Oltrepò Pavese, la zona che ne dispone nettamente di più non sono in moltissimi a produrlo e la maggior parte preferisce presentarsi come VSQ piuttosto con che il nome collettivo Cruasé che era stato studiato dal Consorzio e si pensasse potesse essere facilmente adottato.

In Franciacorta tutti vogliono produrre Rosé anche se gli ettari vitati disponibili sono solo intorno ai 500, e in Trentino è tale la consuetudine con lo Chardonnay che viene molto più facile lavorare con questa varietà che con i trecento ettari scarsi di Pinot nero disponibile.

Però, pian piano, anche perché enologi e cantinieri quando non sono presi a “guerreggiare” dialogano e collaborano, e soprattutto, dotati di ottimi palati come sono, assaggiano quello che gli altri fanno, gli orientamenti e i gusti dei consumatori, han ben capito che Rosé metodo classico non può essere sinonimo di dolce, morbido e zuccheroso, che deve avere dinamismo, tensione e freschezza, possedere una stilistica tutta personale che non penalizza ma facilita la beva e quindi ecco che i risultati non potevano tardare.

Il Perlè resta sempre in fuga, ma oltre alle aziende che ho già citato una che anche sul Rosé ha trovato una costanza e una personalità qualitativa e un’azienda che imparai a conoscere non all’epoca della sua fondazione, da parte di un Roberto Zeni nel 1882, ma un secolo e un decennio in seguito quando i due fratelli Andrea a un altro Roberto Zeni avevano fondato l’Azienda Agricola R. Zeni e la Distilleria Zeni.

E poi è stato tutto uno sviluppo vorticoso di iniziative, di nuove esplorazioni e ricerche in vigna, di nuovi vini, posti tra tradizione e innovazione, la linea Schwarzhopf, la classica linea Zeni con un classico come il Teroldego riserva I Pini, la Nosiola, un piccolo capolavoro come la Rossara da sempre coltivata nel Campo Rotaliano e recuperata pochi anni con risultati sfolgoranti.

E poi la linea Maso Nero riservata alle bollicine, alla Riserva affinata sette anni sui lieviti, il Dosaggio Zero, originalmente a base di Pinot bianco, l’Arlecchino, un Nosiola lungamente affinata in autoclave e infine Il Rosé metodo classico di cui volevo parlarvi.

Un progetto lungamente studiato.

il vigneto Spiazol è in grado di esprime; un vigneto di Pinot Nero posto a circa 480 m. di altitudine in grado di mantenere le sue doti di acidità ma anche di sviluppare un tannino deciso; elementi molto interessanti che ci hanno sostenuto nell’elaborare questa bollicina in rosa. Tempi di maturazione tra Chardonnay e Pinot nero attentamente differenziati, lungo riposo, 42 mesi, sui lieviti.

E il risultato, con questo Trento Doc Maso Nero Rosé 2010 Zeni è per me pienamente soddisfacente, con il suo uvaggio dove lo Chardonnay (60%) prevale sul Pinot nero (40%), un dosaggio degli zuccheri forse un po’ alto, con i suoi 7,5 grammi. Bello ed elegante il rosa antico, cremosi e fragranti i profumi, molto delicati, floreale, con note di frutti rosi di bosco.

Sapido, di buon nerbo, una bollicina larga e piena, una componente sapida e minerale molto importante e un’acidità che dà lunghezza e persistenza e rende questo differenziati, lungo riposo, 42 mesi, sui lieviti.

E il risultato, con questo Maso Nero 2010 un Trento Doc molto gastronomico e decisamente centrato.

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clark-Champagne Rosé Rosélie Coulon

Dovete perdonarmi se in questo particolarissimo periodo di tempo che sto attraversando e che non mi sento di raccomandare a nessuno ho poca fantasia e creatività (ho persino dimenticato di andare al Vinitaly) e manifesto una certa coazione a ripetere, ovvero a trovare come punto di riferimento, come “point de rèpere” alcune maison de Champagne.

Così, ad una decina di giornate di distanza, da quando scrivevo “E’ un po’ di tempo che non scrivo di una piccola, validissima Maison de Champagne le cui cuvées noi italiani abbiamo la fortuna di conoscere grazie alla decisione di importarle e distribuirle presa anni orsono, ironia del caso, da un prosecchista di genio, Umberto Cosmo, patron e genius ex machina di Bellenda distribuzione, riferendomi al Blanc de Noirs 2009 di questa Maison, eccomi qui a scrivere nuovamente di Isabelle e Rouger Coulon e una delle loro Référecence du coeur.

Sono soliti chiamare così le loro cuvées, dieci ettari di vigneto di proprietà ripartiti su 5 villaggi e su un centinaio di parcelles, la stragrande maggioranza delle quali classificate Premier Crus, dove a dominare sono le varietà rosse, Pinot noir e sopratttto Pinot Meunier.

Mi capitò così sei anni fa con il loro Brut Rosé de Saignée, poi a gennaio del 2017 con un indimenticabile Magnum Premier cru Réserve de l’Hommée che era interamente a base di Pinot Meunier e mi e ricapita ora, in questo pezzo breve man non meno intenso dedicato allo Champagne Rosé Rosélie sempre dei Coulon, anche in questo caso quasi interalmente a base di Pinot Meunieur provenienti dai villaggi di Vrigny e Coulomne la Montagne, un Rosé de Saignée dalla malolattica completamente svolta e dosaggio con sei grammi di zucchero.

Colore melograno chiaro, leggero rosa salmonato, si scatena nel bicchiere con un perlage molto fine e subito un aroma delicato e complesso che richiama pasticceria, ribes, confletto, mandorla, un tocco frescamente agrumato, insieme ad insieme molto salato, minerale, nitido

La bocca è larga, piena, intensamente agrumata, molto equilibrata, piacevole, con un piacevole mix tra dolce naturale del frutto, acididità, sapidità e croccantezza sul palato.

Una bella bottiglia che si fa bere con grande piacere: come direbbero in Francia uno Champagne pour se faire plaisir….

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Dovete perdonarmi se in questo particolarissimo periodo di tempo che sto attraversando e che non mi sento di raccomandare a nessuno ho poca fantasia e creatività (ho persino dimenticato di andare al Vinitaly) e manifesto una certa coazione a ripetere, ovvero a trovare come punto di riferimento, come “point de rèpere” alcune maison de Champagne.

clark-Champagne Françoise Bedel « L’âme de la Terre »

Quando si parla di produzione biodinamica ed il discorso cade sul tema Champagne il discorso si fa sempre complesso e trova normalmente sostenitori convinti e altrettanti convinti detrattori.

Non si sa se sia la “tecnica”, o piuttosto, come sarebbe più corretto affermare la “non tecnica”, la naturalità di produzione, il tema del contendere, se il metodo completamente, che a taluni può anche apparire un po’ stravagante, singolare, visto che avviene secondo i principi della biodinamica, con la preparazione dei composti in loco ed il rispetto del calendario di Maria Thun.

Resta il fatto che anche in Italia la piccola produzione di 60.000 bottiglie, da 8,5 ettari, piuttosto antichi visto che sono di età tra i 30 ed i 70 anni, rendono il marchio Françoise Bedel nella Valle de la Marne, (ad essere precisi nella Vallée de l’Aisne) simbolo della dinamica in Champagne e pioneristico visto che la Maison è certificata Ecocert (già dal 1999).

Le uve coltivate sono le tre canoniche con una netta predominanza del Pinot Meunier e nemmeno un dieci per cento di Pinot noir.

Sono una gamma di Champagne particolari a volte un po’ troppo maturi, a volte con una presenza di legno che personalmente non mi entusiasma, ma in ognuna delle cuvée si coglie nettamente la volontà, il disegno, di far parlare la materia ed il terroir senza mediazioni, e di non aver paura di lasciare il vino in bottiglia.

Lasciando ad altri una speciale passione per per il Comme Autrefois (maturato undici anni sui lieviti con il bouchon liège), lascio la mia netta preferenza per i più bilanciati e godibili, a nome mio, Entre Ciel et Terre (dalla bellissima etichetta semplice e colorata) composto per il 30% da Pinot noir e per il 70% da Pinot Meunieur, ricco, strutturato ma dotato di un’innegabile freschezza, e da questa edizione 2004 “L’âme de la Terre” dove il 67% del Pinot Meunier è bilanciata da un 17% di Pinot noir e un 12% di Chardonnay. Nove anni di permanenza sui lieviti e dégorgement aprile 2015.

Colore paglierino oro intenso, perlage sottile, una notevole e non sgradevole nota tra il sovramaturo e l’ossidativo, piuttosto calda, che si coglie subito insieme a frutta esotica, frutta secca tostata, arancia candita, miele, liquirizia, persino una vena di senape, ben strutturata.

La bocca è larga, piena, strutturata, ben sostenuta, grassa, potente, molto persistente, assolutamente ben secca, salata.

Potrà anche piacere o non piacere meno lo Champagne biodinamico ma trovarvi di più buoni di questi di Françoise Bedel (distribuiti da Sarzi Amadé) non è impresa facile.

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Quando si parla di produzione biodinamica ed il discorso cade sul tema Champagne il discorso si fa sempre complesso e trova normalmente sostenitori convinti e altrettanti convinti detrattori. Non si sa se sia la “tecnica”, o piuttosto, come sarebbe più corretto affermare la “non tecnica”, la naturalità di produzione, il tema del contendere, se il

clark-Bollinger Rosé 2006 ou Charles Heidsieck: lequel le meilleur?

Avete presente quei film americani anni Cinquanta dove si verifica l’inverosimile, dove un  umano sfida a corsa un cavallo, oppure un aereo? Fantasmagoriche “americanate” scritte per far scompisciare di risate il pubblico, in base ad un gusto comico legato allo spirito dell’epoca, nulla che potesse avere un minimo di verosimile.

“Approfittando” dello stravagante, a dir poco, “mood” di cui sono vittima in questo avvio di primavera (please, quando può tornare l’inverno?), il sottoscritto, passando, dalle corse aereo umane agli Champagne, ed in particolare agli Rosé, insieme ad un amico ho voluto lanciare la sfida “impossibile”. Impossibile non perché qui si trattasse di mettere a confronto bolle dichiaratamente superiori (o inferiori) l’una all’altra, dove il risultato fosse ovvio in partenza, ma dove qualsiasi risultato si fosse verificato tranne l’impossibile pareggio sul filo di lana sarebbe apparso clamoroso.

Insomma, sembrava impossibile, inconcepibile, anche se restiamo sempre nel campo del soggettivo, che uno dei due millésimé rosé, tanto più di quella caratura, e ovviamente della stessa annata, la 2006, annata non semplice, potesse in qualche modo prevalere sull’altro. Apparire più buono, superiore all’altro. Non solo, come ho scritto, perché la bontà e l’eccellenza sono sinonimo di soggettività, ma perché mi chiedo come possa fare il Rosé 2006 Limited Edition di Bollinger a risultare superiore ad un altro Rosé 2006, fosse pure il il Rosé Millésime Vintage 2006 di Charles Heidsieck. E ovviamente viceversa.

Cosa ha fatto a questo punto il duo di curiosi? Si è procurato un esemplare di ognuna delle due top de gamme delle celeberrime Maison e dopo aver accertato che i tappi fossero impeccabili provvedere alla degustazione alla cieca.

E degustando, degustando, più che altro bevendo, abbiamo scoperto che anche a questi livelli stellari di qualità, e di prezzo, le differenze ci possono essere e non ridursi a sfumature. Premetto eventuali critiche: entrambe le bottiglie erano in perfetto stato e quindi non v’era motivo di sostituirle: erano buonissime, con le differenze che cercherò di raccontare.

Con il Rosé Limited Edition di Bollinger ci troviamo di fronte ad una cuvée dove prevale il rosso, 72% Pinot noir, sul 28% di Chardonnay, con soli nove cru utilizzati (84% Grand e 16% Premier cru, Aÿ e Verzenay per il Pinot, fermentati in rosso, con aggiunte di vino rosso del celebre vigneto Côte aux Enfants prima del tiraggio e di ben 10 anni sui lieviti. Per questo Rosé 2006, infine, è stato scelto un dosaggio di 6 grammi litro.

Rosé 2006 Limited Edition, fatto di uve di soli 9 Cru (Grand e Premier, tra cui, poi fermentate in legno come tradizione della maison e, infine, aggiunte di vino rosso del celebre vigneto Côte aux Enfants prima del tiraggio e di ben 10 anni sui lieviti. Per questo Rosé 2006, infine, è stato scelto un dosaggio di 6 g/l.

Di fronte, il Rosé Vintage di un’altra fantastica Maison, con sede, stupenda, a Reims, una Maison celeberrima come Charles Heidsieck, di cui ho recentemente scritto dello Champagne 2006 fondata nel 1851 da Charles-Camille figlio di una Henriot.

La storia della Maison è gloriosa e può essere letta nella pagina dedicata ai personaggi che l’hanno fatta dell’elegante sito Internet aziendale, e ha contribuito a creare nel tempo un vero e proprio “style Charles”, costruito a partire dalla cuvée base, le Brut, che presenta una percentuale straordinaria di vins de réserve, un 40% di una media di 15 anni d’età, e ben 60 cru coinvolti, sino alle cuvée de prestige come il Blanc de Millénaire ed il Brut e Rosé Millésime, affinato da sette a nove anni sui lieviti.

Il Rosé Millésime nasce da uve di 15 villaggi Grand e Premier Cru della Marne, e la parte di vino rosso utilizzato proviene da Ambonnay, Bouzy, Verzenay, Les-Riceys. Il dosaggio degli zuccheri, come in tutti gli Champagne della gamma, è elevato, 10,5 grammi, ma non si nota assolutamente ed è perfettamente equilibrato. La cuvéé è composta quindi per il 63% da Pinot noir, 8% del quale in rosso, e per il 37% da Chardonnay.

Iniziamo la descrizione dal Bollinger Rosé 2006. Colore melograno brillante, perlage finissimo, continuo, sottile, frutta rossa (ribes e lampone), ananas, burro e crème caramel, una leggera venatura intrigante tra la pasticceria e la sfogliatina salata e una buona componente sapida e pietrosa che non riesce a mascherare una vinosità evidente nei profumi e ancor di più al gusto.

Attacco in bocca cremoso, avvolgente, succoso, molto sui piccoli frutti rossi di bosco, perfetta la corrispondenza con la parte olfattiva, gusto equilibrato, ben polputo, “goloso”, con splendida sapidità e nerbo, ma sempre marcato da una vinosità, da una rotondità, da una pienezza che al mio personale gusto appaiono leggermente oltre misura.

Lo scenario cambia completamente con il Rosé Millésime 2006 Charles Heidsieck, dal colore, salmone scozzese, leggera venatura buccia di cipolla, naso profondamente, decisamente, energicamente salato, minerale ricco di energia, note di miele e di fiori di glicine, che solleticano il naso, sfumature di amaretto, ananas, arance rosse, ribes.

La bocca, rispetto al Bollinger Rosé 2006, è molto più tesa, nervosa, dinamica, con una delicata croccantezza sul palato, ben strutturato, largo il giusto, con perfetta corrispondenza naso bocca, una lunga acida finale che dà slancio e verticalità, persistenza, una coda lunga, agrumata e salata molto energica e sottolinea l’eleganza, la piacevolezza estrema di questo Rosé 2006.

Naturalmente liberi di non trovarvi d’accordo e trovare più di vostro gusto il Bollinger del Charles Heidsieck: sempre a livelli spaziali siamo…

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Avete presente quei film americani anni Cinquanta dove si verifica l’inverosimile, dove un  umano sfida a corsa un cavallo, oppure un aereo? Fantasmagoriche “americanate” scritte per far scompisciare di risate il pubblico, in base ad un gusto comico legato allo spirito dell’epoca, nulla che potesse avere un minimo di verosimile. “Approfittando” dello stravagante, a dir

clark-Alto Adige Pinot grigio Brut metodo classico 2015 Santa Margherita

Così come non hanno obiettato o contestato i lettori che qualche mese fa mi hanno visto scrivere molto positivamente del metodo classico Athesis Brut Rosé 2014 dell’azienda altoatesina Kettmeir, che fa parte del Gruppo Vinicolo  Santa Margherita avendolo giudicato positivamente e non avendo raccolto, non so per indifferenza di chi leggeva o perché sostanzialmente d’accordo con il mio giudizio molto più tiepido su quello che l’azienda di Caldaro considerava il top di gamma, parlo dell’Alto Adige Doc Riserva Extra Brut“1919” 2011, mi auguro anche che quanto sto per scrivere su un altro metodo classico venga accettato. E’ un parere soggettivo, non l’EnoVangelo del resto…

Santa Margherita è il simbolo del Pinot grigio italiano nel mondo, è l’azienda, organizzativamente e soprattutto commercialmente formidabile che ha creato e facilitato il successo americano ed internazionale di questa varietà, un successo tale da aver originato la Doc delle Venezie, il Pinot grigio del Triveneto (e Santa Margherita non ne fa parte perché imbottiglia il suo Pinot grigio come Valdadige o come Alto Adige), ed è giusto che sul vitigno simbolo aziendale produca e sperimenti come vuole.

Non cambia di una virgola la mia convinzione che il Gruppo della Famiglia Marzotto rappresenti uno dei gruppi vinicoli italiani di riferimento, e non solo quantitativo, e che sia in sede sia a Caldaro da Kettmeir si producano bollicine di qualità, ma pur con tutto l’affetto per il Rülander o Pinot grigio non penso che questa varietà, al di là dell’omaggio giusto e doveroso alla trionfante versione ferma meriti e giustifichi altre ricerche e approfondimenti tecnici.

Questa versione di metodo classico annata 2015, che si è affinata almeno 14 mesi sui lieviti è stata ottenuta da vigneti di Pinot grigio allevati a Guyot, 5000 piante per ettaro, posti prevalentemente in Oltradige a 4-500 metri di altezza, su terreni dove erano presenti sia calcare che argilla.

La vinificazione è stata classica, con spremitura soffice delle uve e immediata separazione delle bucce, nessuna fermentazione malolattica e il vino base è rimasto in acciaio inox per tre mesi sui lieviti della prima fermentazione, eppure..

Eppure nonostante l’esperienza di oltre mezzo secolo nella vinificazione in bianco del Pinot Grigio Alto Adige, a Santa Margherita non hanno potuto fare il miracolo di ottenere un metodo classico che abbinasse facilità, piacevolezza, buona bevibilità, equilibrio con quel minimo di eleganza e complessità che è comunque giusto chiedere ad un buon metodo classico.

Bello il colore paglierino oro nel bicchiere, perlage abbastanza fine e continuo e aromi tipicamente da areale nordico, soprattutto mela Golden, pera matura, sfumature di noce, fieno secco, fiori gialli e una presenza molto evidente di note di lievito.

E’ al gusto che questo Pinot grigio delude, con una bocca piuttosto sottile e acida, un’indubbia consistenza e grassezza, un buon volume, una bocca non direi grossolana, ma non certo molto fine sul palato e un finale un po’ corto, con poca articolazione e carenza di dinamismo e di scatto.

Un aperitivo simpatico, sicuramente superiore, per quanto mi riguarda, ad un Prosecco Doc, ma da Santa Margherita e dal Pinot grigio giusto aspettarsi qualcosina di più, anche in versione bollicine, specie se il prezzo supera i 15 euro. O no?

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Così come non hanno obiettato o contestato i lettori che qualche mese fa mi hanno visto scrivere molto positivamente del metodo classico Athesis Brut Rosé 2014 dell’azienda altoatesina Kettmeir, che fa parte del Gruppo Vinicolo  Santa Margherita avendolo giudicato positivamente e non avendo raccolto, non so per indifferenza di chi leggeva o perché sostanzialmente d’accordo

clark-Champagne Brut Grand Blanc de Blancs Gosset

Un aspetto subito da chiarire : a differenza di quello che viene spesso scritto la Maison de Champagne di cui sto per occuparmi non é « la più antica Maison de Champagne », ovvero la prima che si é dedicata a produrre vins con le bulles, titolo che resta alla Maison Ruinart di Reims con il suo avvio nel 1729, ma, “semplicemente”, come se la cosa non fosse altrettanto importante, a Pierre Gosset intorno al 1584 ad Aÿ venne la bella idea di produrre Pinot Noir e Chardonnay. Ma, badate bene, erano solo uve da tavola, apprezzate alla tavola dei reami di Francia, e non vennero utilizzate come uva da vino. Cosa che lo fa il più antico produttore di vino in Champagne.

E la cosa durò per secoli, maison de négoce de vins tranquilles sino a che André Gosset non decise di trasformare l’impresa familiare in società anonima Champagne Gosset assumendosene la regia e il gravoso impegno della rifondazione degli impegni dopo la rovinosa crisi della fillossera.

E al cognome Gosset vedremo dopo abbinato quello dei Paillard, cognome di Suzanne, moglie di André Gosset e per dieci anni Présidente de Champagne Gosset.

Il grande cambiamento moderno avvenne nel 1993, con i Gosset giunti alla 16esima generazione, che decidono di cedere l’azienda ad un’altra storica famiglia di vins et spiritueux, i Cointreau, con sede a Segonzac nel cuore della Grande Champagne e origini altrettanto secolari.

Nel 1994 Champagne Gosset diventa proprietà del gruppo Renaud-Cointreau che possedeva già il celebre Cognac Frapin, e con la direzione da parte di Béatrice Cointreau si apre un’epoca di sviluppi e rinnovamenti come la creazione della celebre cuvée Celebris ed il sensibile aumento della produzione anche quando il fratello Jean-Pierre le succede nel 2007.

Molto importante fu la decisione di lasciare ampio spazio di manovra e la direzione tecnica allo storico chef de cave Jean-Pierre Mereigner, scomparso nell’aprile 2016. Tutta la squadra in vent’anni riesce nella considerevole impresa di far passare la produzione da 400 mila pezzi ai quasi 1.500.000 di oggi, venduti in 80 Paesi di 5 continenti, acquistando praticamente tutto il fabbisogno di uve da qualcosa come 200 vignerons di 45 villaggi tutti della Marne. Gli assemblages Gosset riuniscono i migliori Crus de la Marne (Grands Crus et Premiers Crus) con una classificazione media dell’95%.

Questo, anche dopo la scomparsa di Mereigner ed il subentro come chef de cave da parte di Odilon de Varine, mediante scelte tecniche precise, l’applicazione di una minuziosa Charte d’excellence che riguarda tutte le varie cuvées prodotte, la vinificazione per singole parcelle, la rinuncia alla fermentazione malolattica per non pregiudicare la freschezza, la vinificazione sia in acciaio, sia in legno (ma usato).

Nella gamma Gosset sono celebrati il Brut Grande Réserve, uno straordinario Brut 15 Ans, un Grand Rosé dove lo Chardonnay incide con ben il 50% (ma sono in gran parte Chardonnay di Ambonnay e Verzennay), i Célébris Extra Brut (ora in commercio il 2004) ed il Rosé 2007, e lo scorso anno Gosset ha voluto colmare la gamma con due nuove referenze un Brut Grand de Blancs ed un Extra Brut Grand Blanc de Noirs.

Per ora ci concentriamo sul primo, Chardonnay in purezza, base vendemmia 2012 3 anni di affinamento, un base ridotta del 10% di vins de réserve, un dosaggio a sette grammi e la volontà precisa di “ritrovare la finezza della Côte des Blancs e la struttura della Montagne de Reims”, (per la prima Avize, Chouilly, Cramant, Cuis e Le Mesnil, della seconda Trépail, Villers-Marmery, Tours-sur-Marne) pensandolo come aperitivo e, “grazie alla sua freschezza” abbinamenti a capesante, ostriche, un risotto con scaglie di Parmigiano Reggiano, una salsa di granciporro, un formaggio Comté giovane e fresco…”.

Colore oro paglierino di bella intensità, perlage fine e continuo, fa subito pervenire una nota di frutta secca, frutta esotica, ananas, un tocco di vaniglia e di pasticceria meringata, di miele, e poi di agrumi, una bella freschezza d’insieme, e un suono bellissimo, delicato, quando lo si versa nel bicchiere.

La bocca è ricca, strutturata, viva, incisiva, il timbro ben grintoso, la sapidità, la salinità quasi marina ben sottolineata, una scattante energia con acidità perfettamente equilibrata per un vino scopertamente studiato per piacere e farsi bere ed essere abbinato anche a piatti delle tradizioni gastronomiche italiane come il vitello tonnato, risotti con le verdure, cozze alla marinara con poco prezzemolo.

Chapeau Gosset! (E brava la famiglia Gaja che lo importa in Italia da anni)

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Un aspetto subito da chiarire : a differenza di quello che viene spesso scritto la Maison de Champagne di cui sto per occuparmi non é « la più antica Maison de Champagne », ovvero la prima che si é dedicata a produrre vins con le bulles, titolo che resta alla Maison Ruinart di Reims con il suo avvio

clark-Trento Doc Brut 2010 Zeni Giorgio

Singolare pensare per un attimo di aver trovato un metodo classico, anzi, un Trento Doc di cui pensavi di non avere mai scritto e poi, fatte le debite ricerche scoprire che nel settembre del 2015 la “presunta scoperta” l’avevi già fatta nel corso di un’ampia degustazione collettiva di bollicine metodo classico trentine, con questo articolo.

E’ in quel contesto che scoprii l’esistenza di un altro Zeni, e precisamente questo Zeni

Azienda agricola Giorgio Zeni
Via Marconi 16
38010 San Michele all’Adige
Tel. 0461 651192 – 650540 –  335 5459813
sito Internet http://www.zenigiorgio.it/
Mail zeni _giorgio_az_agr@live.it

Ovvero di un piccolo vigneron che agisce nell’areale di San Michele all’Adige dai primi anni Ottanta, che le vigne, poste a 250 metri di altezza. sono situate sulle colline di Faedo e di San Michele, coltivate solo a Chardonnay.

La storia di questo ramo degli Zeni come viticoltori è interessante e vede Giovanni Zeni, nonno di Giorgio produrre vini fermi, seguito dal figlio Argobasto che alleva anche bestiame.

Alla sua morte, nel 1979, Giorgio si dedica interamente alla viticoltura e al confezionamento dei vini unicamente in bottiglia, ivi compresi, a partire dal 1980, Zeni, si era diplomato enotecnico all’Istituto Agrario di San Michele, i metodo classico, vallate dell’Alto Adige (Val Sarentino, Val Venosta, Val Pusteria e Valle Isarco), il trasporto e le vendita in piccoli fusti di legno, spesso con la forma del baratto.


E dal primo tiraggio “virtuale” di 500 bottiglie, si è arrivati a 8000 bottiglie, anche grazie all’aiuto del figlio Willi, a sua volta diplomatosi enotecnico a San Michele e poi avendo conseguito la laurea in chimica, nel 2015, presso l’Università degli Studi di Padova.

Che dire di questo Trento Doc millesimato? Che è un Blanc de Blancs base Chardonnay, che i vigneti hanno 35 anni d’età, che la vendemmia è manuale con attenta selezione in campo, che la vinificazione viene fatta con pressatura soffice di uva intera, che le fermentazione viene fatta esclusivamente in acciaio e senza ricorso alla malolattica, che la permanenza sui lieviti è di 60 mesi e che si tratta di un brut nature senza aggiunta di liqueur. E il dosaggio degli zuccheri quindi di 2 grammi litro.

A me questo Brut Nature è piaciuto per il colore paglierino brillante luminoso, il perlage sottile, il naso compatto, fitto, maturo, di nitida espressione, ricca di agrumi, mela e ananas, la bocca molto salda di bella espansione e consistenza, con spalla sostenuta, persistenza lunga e piena di sapore una bella vena acida che dà slancio alla materia. Molto equilibrato, ben fatto, di ottima piacevolezza.

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Singolare pensare per un attimo di aver trovato un metodo classico, anzi, un Trento Doc di cui pensavi di non avere mai scritto e poi, fatte le debite ricerche scoprire che nel settembre del 2015 la “presunta scoperta” l’avevi già fatta nel corso di un’ampia degustazione collettiva di bollicine metodo classico trentine, con questo articolo.