clark-E’ morto Giustino Bisol, un grande del vero Prosecco, quello Docg

Non sono
notoriamente un amante del Prosecco,
ma osservo il fenomeno con l’attenzione che merita e credo che per il vero
Prosecco, quello Superiore Docg targato
Conegliano Valdobbiadene
, la creazione della colossale Doc Prosecco veneto friulana sia stata
una iattura, ma non posso non inchinarmi, e come non potrei diversamente?, alla
memoria di uno dei grandi uomini del Prosecco storico, Giustino Bisol, scomparso
a 100 anni
dopo una vita intera dedicata alle bollicine della sua terra.

La cantina Ruggeri di Paolo Bisol e dei suoi
figli, che gli dedicò anni fa una speciale cuvée,
Giustino B
, continuerà a mantenerne alto il nome di eccellenza.

Uno dei
grandi uomini, Giustino Bisol, insieme ai Bisol
viticoltori in Valdobbiadene dal 1542
e ai Carpené, he ha fatto
conoscere nel mondo la Marca Trevigiana Docg nel bicchiere…

Ai vini
della cantina Ruggeri ho dedicato molti anni fa, prima che nascesse questo
blog, due articoli. Ecco il
primo
, ed il
secondo

Che la terra
le sia lieve, Grande Vecchio del Prosecco…

Non sono notoriamente un amante del Prosecco, ma osservo il fenomeno con l’attenzione che merita e credo che per il vero Prosecco, quello Superiore Docg targato Conegliano Valdobbiadene, la creazione della colossale Doc Prosecco veneto friulana sia stata una iattura, ma non posso non inchinarmi, e come non potrei diversamente?, alla memoria di uno dei

clark-Champagne italiano nel 2020? Riaprite d’urgenza i manicomi!

Credevo
che nel 2020 certe idiozie non le avrei più lette. Produttori di metodo
classico italiani che per darsi un po’ di tono e apparire più “fighi” provano a
vendere a 120 euro una bottiglia della loro cuvée franciacortista, oppure
affermano, a voce o per iscritto, che le loro “bollicine” sono un po’ come lo
Champagne, anzi meglio. O che la zona di produzione dove operano è la “Champagne
italiana”.

Invece,
per la serie la mamma degli stolti è sempre incinta, e alla stupidità non c’è confine,
ho letto ieri un
lancio Ansa
che riporta un testo, evidentemente un comunicato stampa,
emesso da un’azienda spumantistica di Castagnole Monferrato, la Montalbera della Famiglia
Morando.  

Quella tribicchierata, oh yes!, per il suo
Ruché, quella che produce anche spumanti usando bottiglie ed etichette
brutte e dai colori sgargianti
, facilmente riconoscibili sullo scaffale, come
la franciacortina Bellavista.
Un’azienda di cui scrivono in tanti, come documenta la rassegna stampa di
dicembre 2019
,

Bene, cosa ha fatto Montalbera? Ha autocelebrato sul suo sito Internet un nuovo metodo classico, con un linguaggio comico, un nuovo metodo classico, che nel lancio Ansa viene raccontata così, su leggete e piegatevi in due dal ridere! “Bollicine sì, ma italiane. Si chiama 120+1 l’ultima scommessa di Montalbera, un Pinot Noir ricavato da uve di Castagnole Monferrato. Il debutto a Parigi, in occasione del Wine Paris di metà febbraio; in Italia bisognerà attendere il 2 marzo, quando sarà presentato e degustato a Torino.
    “Sono 10 anni che aspetto questo momento – afferma Franco Morando, dg di Montalbera – Perché 120+1? Perché dopo 120 mesi abbiamo ‘degorgiato’ il nostro champagne piemontese. Più 1 è il giorno che abbiamo dedicato alla ‘liqueur d’expedition’ in ‘vino su vino’ della medesima annata in degorgemente à la voilè. Mio nonno sarebbe orgoglioso. E’ stata sua l’idea 15 anni fa di predisporre un impianto di Pinot Noir di 5 ettari e di vinificare in sperimentazione in “bolla”.Un progetto sposato dall’enologo Luca Caramellino e concluso da Morando. “La prima bottiglia stappata dovrà riposare 40 giorni, poi il mio giovane campione sarà presentato a Parigi, in Francia. Perché il nostro 120+1 è a tutti gli effetti uno ‘champagne’. È una bollicina a metodo classico senza indicazione della provenienza delle uve. In futuro queste verranno comunicate come vinificazione di uve a bacca nera”.

Il
“nostro champagne piemontese” ? E poi “il nostro 120+1 è a tutti gli effetti
uno ‘champagne’ “? Ma chi sono i dementi che fanno dichiarazioni o scrivono
scempiaggini del genere? Caro professor Basaglia,
aveva torto, qui ci sono ancora matti da legare e occorre riaprire d’urgenza i
manicomi!

Credevo che nel 2020 certe idiozie non le avrei più lette. Produttori di metodo classico italiani che per darsi un po’ di tono e apparire più “fighi” provano a vendere a 120 euro una bottiglia della loro cuvée franciacortista, oppure affermano, a voce o per iscritto, che le loro “bollicine” sono un po’ come lo

clark-Pietro Colla Extra Brut Blanc de Noirs 2016 Poderi Colla

Dovevo leggere un post dei primi di
dicembre
sul blog
Monsieur Bulles
del bravo collega canadese Guénaël Revel per scoprire che la famiglia Colla dei langhetti
Poderi Colla si è messo a produrre un Extra
Brut metodo classico
potenzialmente Alta Langa ma per ora solo Vsq.

La comunicazione ai tempi di Internet. Quando i
langhetti comunicano secondo logiche tutte loro e insondabili.. Perché sono
bravissimi, tra i migliori ad onorare Bacco in vigna e in cantina, ma, si sa,
sono un po’ timidi…

Ho definito questo Pietro Colla Extra Brut Blanc de Noirs 2016 dei Poderi Colla come
il migliore metodo classico piemontese e come uno dei migliori metodo classico
italiani.

Qualche notizia su queste ottime bollicine ricavata
dal sito Internet della cantina nota per i suoi vini classici albesi, il Barolo
Bussia Dardi Le Rose, il Barbaresco Roncaglie, la Barbera d’Alba Costa Bruna e
due vini speciali, il Langhe Doc Bricco
del Drago
, il primo “Super Vino da tavola” del Piemonte, uno dei primi d’Italia,
inventato dal celebre farmacista Luciano Degiacomi, l’Ordine dei Cavalieri del
tartufo e dei vini d’Alba
, un vino dove un 15% di Nebbiolo tempera le
asperità del Dolcetto, ed il primo Pinot nero prodotto in Langa, da vigne piantate nel 1977, il meraviglioso Campo Romano.

L’ispirazione
per questo Extra Brut, dicono i Colla, “ci è venuta da nonno Pietro (padre di
Beppe e di Tino e nonno di Federica e di Pietro) il quale con la serietà, la
serenità e l’equilibrio che lo distinguevano, ha saputo trasmettere ai suoi
figli la passione per il vino. Nato nel 1894, imparò la difficile arte della
fermentazione in bottiglia dalla persona che era stata inviata in Francia ad
apprenderla e lavorò per tutta la vita nel campo degli spumanti metodo
champénoise presso importanti cantine dell’epoca.

Una
volta in pensione continuò, per diletto, a produrre fino agli anni ’70 limitate
quantità di Pinot Spumante Brut, Rosé di Nebbiolo Spumante Secco e Asti
Spumante Champenois”.

Il
vino è una cuvée composta per il 90% Pinot nero e da Nebbiolo per il 10% Ma
avete idea di quanto costi questo Extra Brut diretto, nervoso, di grande
precisione e pulizia, ricco di nerbo, ben secco, lungo e persistente, che
potrete abbinare su una vasta gamma di piatti, dagli antipasti freddi a primi a
base di verdure e pesce, su e crostacei e su secondi a base di pesce o carne
bianca? 50 euro? No, nemmeno 35. Se avete un’enoteca o un ristorante lo
pagherete 12,50 euro più Iva ovvero 15,25 euro.

Meno di tanti presuntuosi Franciacorta DOCG o Trento
Doc che le guide e gli enofighetti pompano. Meno di qualche Oltrepò pavese che
vorrei ma non posso… E che magari sul finire del 2019 si è visto arrivare i
famigerati “tre bicchieri”, non si sa bene come e perché..

Domanda: ma sono ingenui i Colla a proporlo ad un
prezzo così onesto o sono fuori di testa, commercialmente parlando, gli altri?

Io la risposta l’ho..

#ExtraBrut #metodoclassico #bollicine #spumanti

Dovevo leggere un post dei primi di dicembre sul blog Monsieur Bulles del bravo collega canadese Guénaël Revel per scoprire che la famiglia Colla dei langhetti Poderi Colla si è messo a produrre un Extra Brut metodo classico potenzialmente Alta Langa ma per ora solo Vsq. La comunicazione ai tempi di Internet. Quando i langhetti comunicano

clark-Megalomania e fame di cemento in Franciacorta: Vittorio Moretti crede di essere alla Scala!

L’ex
presidente del Consorzio
Franciacorta
, ovvero il classe 1941 Vittorio Moretti,
alias Bellavista, Contadi Castaldi, e altro, ovvero
Teruzzi e Puthod e Sella
e Mosca
, ama fare le cose in grande.

Quando
decise di portare un grande cuoco nel suo relais L’Albereta scelse il numero
uno, Gualtiero Marchesi. Quando fece
altrettanto in Toscana scelse Alain
Ducasse
. Quando istituì un Premio giornalistico (fui pure io tra i
premiati) scelse Gioann Brera fu Carlo come presidente della giuria.

Quando
investì, perdendo un sacco di soldi, a Bolgheri e dintorni, nell’avventura di Petra, scelse
il celebre architetto
svizzero Mario Botta
, quello del restauro della Scala. Il magnifico teatro
milanese mister Bellavista lo ha nel cuore, tanto da dedicargli il suo Brut Collezione Teatro
alla Scala
.

Però
Moretti, che non è più un ragazzino, dovrebbe darsi una calmata. Va bene che il
cemento, le costruzioni, sono il suo core business, come dimostrano le tante
cantine costruite con il suo metodo “cantine in mano” in giro per l’Italia. Va
bene trovare un’alternativa al raddoppio, bocciato
fortunatamente
dagli ambientalisti e dai cittadini di Erbusco, dell’orribile
centro commerciale Le
Porte Franche
, (squallida carta di identità della Franciacorta che
s’incontra appena si esce dal casello autostradale A4 di Rovato) già di
proprietà del “boss” di Bellavista.

Ma
ora Moretti esagera e come leggo da questo meritorio articolo che vi
invito a leggere e diffondere, ora Moretti vorrebbe darsi alla lirica. Non per
emulare Pavarotti o Placido Domingo, ma con un faraonico progetto di
costruzione ad Erbusco, la piccola Epernay della zona spumantistica bresciana,
di un maxi teatro. Ovviamente su un terreno di proprietà di Moretti.

Come
si legge nell’articolo, in barba ad ogni considerazione di buon senso, sfidando
il senso del ridicolo, fregandosene altamente dei problemi legati alla
collocazione dell’ipotizzata struttura, al suo accesso, al traffico, alla
difficoltà di spostare grandi quantità di persone in un’area così piccola e già
difficilmente raggiungibile nei momenti di maggiore traffico dal casello
autostradale di Rovato, “La Franciacorta si prepara a superare
Los Angeles, Londra, Sydney e New York. Come? Costruendo una Concert
Hall da 6.381 posti,
destinata – secondo il progetto presentato
dal costruttore Moretti spa – a ospitare rappresentazioni
liriche, balletti e di musica sinfonica, senza disdegnare prosa e musica pop
.

Non solo, vi troveranno spazio anche un teatro
da 444 posti
per spettacoli e convegni, dieci
bar, un museo
dedicato al compositore e liutaio Luca Marenzio e un hotel da 90 stanze (per gli artisti). Annesso vi
sarà poi un istituto musicale. La struttura avrà inoltre una
propria orchestra sinfonica, un proprio corpo di ballo e un coro. Tutti
residenti”.

Ma c’è di più. Come si legge, “Non si
pongono limiti a Erbusco
, comune in provincia di Brescia, 16
chilometri quadrati di estensione, 8.743 abitanti totali. E neanche
il costo previsto – oltre 120 milioni di euro – 
spaventa costruttori e amministrazione locale, la quale ha dato
un primo sì all’operazione
– sebbene si tratti solo di un primo
atto di indirizzo – destinata a cementificare un’area da 50 mila metri quadri, a oggi classificata come “area agricola di salvaguardia”.

Ma poi leggetevi, anzi, leggiamo insieme le parti
più importanti dell’articolo, quelle che pongono l’accento sulla pericolosità e
bizzarria del progetto di Vittorio Moretti, laddove si legge che “Per avere
un’idea delle dimensioni del progetto, basta considerare che la Città
della Musica di Roma di Renzo Piano conta, sommando le quattro sale, 4.612
posti
complessivi; che la Scala di Milano arriva a 2.013;
che la Grosser Saal di Berlino si ferma a 2.440 sedili; che
la Sydney Opera House arriva a 2.679. Le uniche sale ad
avvicinarsi al progetto di Erbusco, sono la Royal Albert Hall di Londra
(5.544 posti) e il Microsoft Theater di Los Angeles, 7.100 posti seduti,
il più grande degli Stati Uniti”

A dire il vero, “il teatro non è stata per i
Moretti la prima idea di utilizzo dell’area
: nel 2016 aveva
infatti progettato di costruire un secondo centro commerciale, da integrare all’esistente. Un piano naufragato a seguito di un referendum, con grande sollievo del Comitato No Pf2 e grande rammarico del costruttore, il
quale da allora si è ritrovato con un’area – parte destinata a servizi di
interesse pubblico ( 22.500 mq), parte a zona agricola di salvaguardia (30mila
mq)
– di fatto inutilizzabile. A tre anni di distanza, ecco l’idea
dell’investimento culturale”.

Si osservi poi che il teatro “non è destinato a
sorgere proprio nel punto migliore paesaggisticamente parlando della
Franciacorta: si troverà infatti subito dopo il casello autostradale di Rovato,
sorgerà ai limiti di una rotonda già ampiamente edificata (“sembra di essere
nell’hinterland milanese”, dice un membro del Comitato No Pf2 a Business
Insider), sarà limitrofo a una strada provinciale e “avrà
l’affaccio principale sul retro di uno Starbucks
che stanno
costruendo e su due distributori.

Non proprio il massimo”, ironizza Gianfranco
Gafforelli, urbanista e presidente del Parco Agricolo della Franciacorta.
“Tuttavia”, continua Gafforelli, “ancora non si può ragionare con certezza del
progetto Concert Hall, perché nonostante chiediamo planimetrie, progetti e tutte
le carte al comune di Erbusco da oltre due mesi, ancora non abbiamo visto
nulla.
Ce le rifiutano utilizzando mille cavilli”.

E sì, osserva ancora l’articolo, “che di problemi da verificare e risolvere ce ne sono moltissimi, soprattutto viabilistici,
considerando che l’unico modo per raggiungere il mastodontico
teatro
– se mai verrà costruito – sarà in
auto,
data la distanza anche dalle stazione ferroviaria. E le
arterie esistenti sono già oggi pesantemente congestionate”.

Ma perché il proprietario della Bellavista e
soprattutto della Moretti Spa e della divisione vino denominata Terra Moretti con
tutta la sua ramificata holding che agisce nel ramo costruzioni, vino e resort, si è
messo in testa l’idea assurda di costruire un mega teatro proprio ad Erbusco? E
dove e chi sosterrà finanziariamente il progetto? E questo non avrà un devastante
impatto ambientale?

A non
convincere gli ambientalisti,
“oltre agli oggettivi impatti
paesaggistico-ambientali, è il business plan che dovrebbe reggere
il mega progetto. “A sostenere l’investimento da 120/130 milioni di
euro
– che comprendono costruzione delle strutture, tecnologie
e i primi tre anni di startup – saranno alcuni fondi di investimento
privati
che abbiamo contattato e che si sono detti molto
interessati”, spiega a Business Insider Mirco Marchesini, il consulente finanziario del
gruppo Moretti
che si sta occupando del lato economico. “Ancora
non possiamo svelare i nomi dei fondi, ma posso
assicurare che la Moretti Spa sarà solo general contractor dell’opera”, continua Marchesini, aggiungendo che quando
arriverà l’ok di Regione Lombardia alla costruzione, previsto per marzo
,
tutti i nomi saranno resi noti”

A preoccupare gli ambientalisti e tutti noi che
amiamo la Franciacorta e ne osserviamo le vicende enoiche e paesaggistiche “è
proprio la reale finalità del progetto. “Chi ci dice che l’attuale
proprietario dell’area, una volta ottenuti i permessi per costruire il teatro e
iniziati i lavori, non ceda poi il contratto a un altro imprenditore,
il quale cambierà la destinazione del costruito
”, si chiede
Gafforelli, “del resto, qui parliamo di una delibera presentata da un privato
(Moretti, ndr) a un comune di 8 mila abitanti!”. Da
teatro, in pratica, si potrebbe passare facilmente a centro commerciale. Magari
utilizzando come scusa l’insostenibilità economica
del progetto
culturale”.

E poi è tutta una comica leggere le motivazioni e
le intenzioni di chi, ammesso e non concesso si costruisca questo mega teatro,
lo dovrebbe fare funzionare e portare valanghe di melomani in quel di Erbusco,
manco fosse Londra, Berlino, Los Angeles o New York. Oppure Parigi, Chicago,
Boston, Vienna, per citare alcune delle città internazionali dove si
rappresentano opere liriche e sono in attività prestigiose orchestre
sinfoniche…

I promotori “sostengono
di voler bloccare il prezzo dei biglietti a circa 28 euro
. Poco,
se si considera i prezzi medi praticati dagli teatri d’opera, i
quali, per altro, sopravvivono solo grazie agli aiuti statali e alle
sponsorizzazioni dei privati
.

“Da quattro anni studiamo i piani finanziari delle
fondazioni che gestiscono i teatri”, spiega Emiliano Facchinetti,
fondatore e direttore della non certo notissima Orchestra filarmonica della
Franciacorta
, il cervello artistico dell’operazione e futuro
sovrintendente, “abbiamo individuato il loro problema, che sta
nello spreco di risorse pubbliche.
Noi, con i
nostri 6 mila posti, possiamo coprire i costi con poche rappresentazioni,
mentre la Scala, per esempio, deve fare molte più repliche”.

Per loro il “vero problema non è la scarsa
affluenza del pubblico alle opere e concerti, ma nei folli
sprechi delle fondazioni, nell’assenza di una visione marketing aziendale della
cultura
e nella mancanza di appetibilità da parte di
sponsorizzazioni private”, ha dichiarato al Giornale di Brescia.

Per Facchinetti, poi, non ci sarebbero problemi di
calendario, visto che sta già programmando il cartellone dei primi tre anni.
Senza però aver ancora svelato il nome di un singolo artista. “Per raggiungere
la piena sostenibilità economica”, ha aggiunto Marchesini, “abbiamo calcolato
che ci bastano 126 serate l’anno”.

Una bella sfida, conclude l’articolo che ho
abbondantemente citato, “perché con i soli biglietti (affermano di non volere
fondi pubblici) dovranno ripagarsi l’investimento infrastrutturale, mantenere
orchestra, corpo di ballo e coro, la scuola e il museo. Secondo
i piani, affinché i conti quadrino, si dovranno fare almeno 126 serate l’anno.
Dovranno cioè convincere 804.006 melomani e amanti del balletto del nord Italia
a prendere l’auto, arrivare a Erbusco, vedere lo spettacolo, rimettersi in auto
e tornare a casa
. Ogni anno. Un’impresa fattibile se per 126
serate hai Cecilia Bartoli sul palco e il maestro Riccardo Muti a
dirigere. Se non li hai, la cosa si fa ardua”.

Per chiudere, un modesto suggerimento a Vittorio
Moretti, che, dicono fonti finanziarie bresciane, continua ad avere una
fortissima esposizione bancaria quasi pari al fatturato delle sue attività,
risultati che non credo entusiasmino la “holding
d’investimento cinese Nuo Capital che ha messo sul piatto 23 milioni per
acquisire il 30% di Moretti Distribuzione; Simest ne ha investiti altri 12 per
rilevare il 14% del capitale della sub holding bresciana Terra Moretti spa”.

Per
chi non lo sapesse “ Nuo
Capital
, holding d’investimenti fondata nel 2016 da World-Wide Investment Company
Limited
 è uno dei più antichi family office asiatici, che
fa riferimento alla famiglia Pao
Cheng,
 e guidato da Tommaso
Paoli
, ex manager di Intesa Sanpaolo. A oggi Nuo Capital ha
completato otto investimenti nei settori del vino, dell’abbigliamento, del
design e in aziende innovative digitali. In particolare, il primo
investimento è stato quello nel capitale di Terra Moretti al fianco della
famiglia Moretti e di Simest, a valle dell’acquisizione nel novembre 2016
di Azienda
Vinicola Tenute Sella & Mosca spa 
insieme al 100% di Teruzzi & Puthod,
cedute da Campari”. Ma per capire questa scatola che è veramente cinese leggete qui.

Il
modesto suggerimento che voglio dare a Monsù Vittorio Moretti, alle sue figlie,
ai suoi (non irresistibili) consiglieri e suggeritori, è di pensare bene con
quale opera lirica presentare all’inaugurazione, semmai il Teatro di Erbusco dovesse
davvero vedere la luce.

Niente
Verdi, Rossini, Donizetti, niente Mozart, Cherubini, Bellini, ma Ruggero
Leoncavallo. E Moretti, che è stato amico di Luciano Pavarotti, dovrebbe
conoscerla bene… Parlo de I Pagliacci, rappresentata in prima a Milano nel 1892
(Moretti ovviamente non era presente…), con l’immortale aria Vesti la giubba, più
nota come Ridi
pagliaccio

Alla
sua salute Signor ex Presidente del Consorzio Franciacorta, che qualche anno fa
fu ad un passo dall’acquistare una tenuta, con tanti ettari vitati a Pinot
nero, nell’Oltrepò Pavese delle sette bellezze e dei continui
scandali

Per
farne che di quella tenuta e di quel Pinot nero? Misteri franciacortini…

L’ex presidente del Consorzio Franciacorta, ovvero il classe 1941 Vittorio Moretti, alias Bellavista, Contadi Castaldi, e altro, ovvero Teruzzi e Puthod e Sella e Mosca, ama fare le cose in grande. Quando decise di portare un grande cuoco nel suo relais L’Albereta scelse il numero uno, Gualtiero Marchesi. Quando fece altrettanto in Toscana scelse Alain

clark-Leggera crisi in Champagne e subito abbassano le rese per ettaro: e in Italia?

Ancora
notizie, positive, per la Champagne di
cui rendo conto su questo blog che pure era nato per celebrare le eccellenze
del metodo classico italiano.

La
Champagne sta conoscendo una leggera crisi, e come ha documentato Sophie Claeys
sul suo blog, leggete
qui
, le expéditions nel 2019
sarebbero scese sotto la soglia psicologica delle 300 milioni di bottiglie, con
un calo quasi del 2 % rispetto al 2018 a 297 milioni di
bottiglie. Per un giro d’affari che rimane sempre di 5 miliardi di euro, mica
patatine…

E
allora che prevedono di fare nella zona che ha insegnato e insegna al mondo
cosa significhi produrre, promuovere, comunicare e vendere méthode champenoise?

Come ci
racconta
il bravo giornalista indipendente francese Yohan
Castaing
sul
suo informatissimo blog Anthocyanes
, in occasione dell’assemblea
della Unione delle cooperative Union Champagne svoltasi ieri, il presidete
Dominique Babé ha invitato l’insieme della filière champenoise ad abbassare le
rese per ettaro, da 10 200 kg/ha a 10.000 kg/ha.

Questo
per “assicurare i nostri impegni verso i nostri partner négociants et le
sorelle cooperative. E per l’equilibrio dei bilanci”. Ovviamente anche Éric
Potié
, presidente della Fédération des Coopératives Vinicoles
de la Champagne, é d’accordo. Occorre
diminuire le quantità prodotte « per evitare un forte calo del prezzo
delle uve”.

Insomma,
calano, come da oltre dieci anni a questa parte, le vendite di Champagne in
Francia, per tanti motivi e non solo economici, ma sociali, culturali, dovuti
ad una evoluzione delle abitudini di consumo nei più giovani, più attirati
dalla birra e dallo spritz, al numero crescente di cittadini francesi di
religione musulmana che non consumano alcol, all’offensiva in Francia dei
competitors Prosecco e Cava, questo nonostante una politica di prezzi bassi
praticata in modo suicida da alcuni marchi nella Grande Distribuzione. E poi
non si sa cosa potrà accadere nel principale mercato estero della Champagne, il
Regno Unito (circa 30 milioni di bottiglie contro i 23,7 degli Stati Uniti).

Ma
la Champagne reagisce, programma strategie e non dorme. E cosa si fa in Italia?
Come replicano i “bollicinari” metodo Charmat Martinotti e metodo classico,
abbassano le rese per ettaro o no? Oppure si limitano a perdere tempo a
partecipare a rassegne inutili come
questa
? Ma dai! Ecco perché lo Champagne è e sarà sempre il numero uno
delle “bollicine” nel mondo…

Ancora notizie, positive, per la Champagne di cui rendo conto su questo blog che pure era nato per celebrare le eccellenze del metodo classico italiano. La Champagne sta conoscendo una leggera crisi, e come ha documentato Sophie Claeys sul suo blog, leggete qui, le expéditions nel 2019 sarebbero scese sotto la soglia psicologica delle 300

clark-Il mondo della Champagne dice risolutamente no alle folli wine taxes di Trump

Il
mondo delle bollicine italiane invece dorme…

Come
riferisce l’ottima Sophie Claeys sul
suo indispensabile blog
, il mondo dello Champagne insorge e prende posizione, chiedendo al Presidente della
Repubblica Macron e alla Commissione Europea di far sentire alta la propria
voce al vertice
di Davos che si apre domani
contro il folle progetto di dazi doganali sui
prodotti agricoli europei, vini e bollicine comprese, che il presidente americano
Trump minaccia.

Il
 Syndicat Général des Vignerons de la Champagne (SGV), i Vignerons e le Maisons de Champagne  nella
figura di Maxime Tourbart, presidente di SGV Champagne e di Jean-Marie Barillère, presidente dell’UMC, entrambi co presidenti del Comité Champagne, chiedono alla
politica di fare la propria parte verso l’amministrazione americana. Questo
perché per la filiera Champagne il mercato Usa è di fondamentale importanza, il
primo a valore con 577,1 milioni di euro e il secondo in volume dopo il Regno
Unito, con 23,7 milioni di bottiglie spedite nel 2019.

Bravi come sempre gli champenois. Ma che fanno i
prosecchisti, quelli del Prosecco Doc che vendono negli States camionate di bottiglie delle loro bollicine, quelli
del Prosecco Superiore Conegliano
Valdobbiadene
che ne vendono una buona quantità ma in tre anni non riescono
a nominare un nuovo direttore? Cosa fanno quelli che vorrebbero vendere negli
States come il Trento Doc, il Consorzio Franciacorta, l’Alta Langa? E cosa fanno i miei
amici piemontesi dell’Asti Docg, che
negli States svendono più che vendere tante bottiglie? Nulla. Firmano appelli,
si rivolgono alla ministra Bellanova, coinvolgono qualche politico amico, ma
non fanno nulla di incisivo.

E se andassero a scuola in Champagne? Non è mai troppo tardi…

Il mondo delle bollicine italiane invece dorme… Come riferisce l’ottima Sophie Claeys sul suo indispensabile blog, il mondo dello Champagne insorge e prende posizione, chiedendo al Presidente della Repubblica Macron e alla Commissione Europea di far sentire alta la propria voce al vertice di Davos che si apre domani contro il folle progetto di dazi

clark-Extra Brut Rosé Bruno Giacosa 2013

Domenica sono stato nella mia cantina dove non mettevo piede da mesi e tra le tante cose che non credevo di avere e molte delle quali hanno un valore speciale, affettivo più che economico o da mercato per collezionisti e appassionati di fine wines, ho trovato una bottiglia, l’ultima che mi è rimasta, di un vino speciale.

Un metodo classico, base Pinot nero 100 %  il più grande metodo classico prodotto con uve Pinot nero cresciute in Oltrepò Pavese dove gli ettari di Pinot nero sono 4000. Non è un vino targato Oltrepò Pavese DOCG o un Vsq E non è un Franciacorta ovviamente…

È semplicemente l’Extra Brut 100 % da uve Pinot nero provenienti da una vigna nel cuore della meravigliosa terra da vino (e da salami, in tutti i sensi) oltrepadana, che il più grande uomo del vino di Langa produceva e continua a produrre, oggi che è volato via nell’olimpo dei sommi, grazie a sua figlia Bruna e a . Un metodo classico immenso, sia in versione Blanc o Rosé.

Di quelle bollicine oltrepadane vinificate a Neive, Bruno Giacosa, questo il suo nome, produceva due Extra Brut, un Blanc de Noirs, e un Blanc de Noirs Rosé. Quest’ultimo non viene più prodotto ma di quel vino resta qualche bottiglia. Diverse nella cantina di Dante Scaglione e questa mia nella foto.

In attesa di stapparla e brindare a Bruno mi piace ripubblicare l’articolo su quel vino, ovviamente un’altra bottiglia, che alcuni anni fa pubblicai sul secondo dei miei blog dedicati agli amati vini rosati. Il primo si chiamava Rosé wine blog, il secondo Drink Pink blog. Purtroppo per motivi vari che sarebbe lungo spiegare i due blog sono svaniti e non sono più on line, ma i testi li ho e visto che di rosati, fermi e con bollicine, continuerò ad occuparmi anche nel 2020, ho pensato di ripubblicare il post, anche se ovviamente datato.

Dell’Extra Brut Rosé avevo già scritto, del 2011 qui e del 2008, una bottiglia a tre anni dalla sboccatura, qui. E qui del 2007.

Da Drink Pink blog

Dovrete pazientare ancora qualche tempo per l’uscita e la disponibilità sul mercato dei primi esemplari di rosati, chiaretti, cerasuoli espressione della calda annata 2015 (come saranno? Più carnosi e fruttati di quelli targati 2014, più caldi e strutturati?) e per il momento vi dovete “accontentare” di Rosé con le bollicine. Ma se “accontentarsi” significa accettare la proposta di bere vini come questo di cui sto per parlarvi, mi sembra che non sia proprio una soluzione di ripiego, anzi…

Concentrate l’attenzione sulla bottiglia: non è affascinante, elegantissimo, di un finezza fuori misura questo colore? Diverso, perché differente l’annata, dal leggero buccia di cipolla del 2011, questo Rosé Extra Brut annata 2013 che Bruno Giacosa non ha nessun problema a definire in etichetta “spumante” (in retro etichetta leggiamo poi un più canonico “metodo tradizionale”) come se la generica parola “spumante” che indica prodotti di ogni tipo accomunati solo dall’essere dotati di “bollicine”, potesse essere adatto ad un vino così prezioso, ha un timbro cromatico tutto personale.

Una vibrazione unica, una sfumatura che dal rosa antico vira al cipria, con una luminosità, una leggerezza, una trasparenza, che davvero emozionano.

Eppure chi produce questa meraviglia non è uno “spumantista” in servizio permanente effettivo, uno specialista del metodo classico, ma “solo” un grande uomo del vino piemontese, uno dei più grandi, autore di Barolo e Barbaresco da leggenda, da vigneti in Serralunga d’Alba, Barbaresco e Neive, che da anni coltiva la passione di produrre un po’ di vino prodotto con la tecnica della rifermentazione in bottiglia. E lo fa con la stessa perizia di cui dà prova con i grandi rossi albesi.

All’epoca in cui Giacosa decise di cominciare a cimentarsi con le bollicine non esisteva ovviamente la Docg Alta Langa e solo qualche produttore storico del Piemonte otteneva Pinot nero e Chardonnay da vigneti posti in territorio piemontese. Fu quindi naturale per lui pensare ad un territorio come l’Oltrepò Pavese con cui il Piemonte ha naturali e lunghi legami e dove il Pinot nero abbonda per approvvigionarsi di quest’uva e produrre il suo Blanc de Noirs.

Con la sua consueta capacità di sapersi scegliere i terroir ed i vigneti giusti, quelli adatti al suo modo di lavorare, trovò all’epoca il proprio conferitore di Pinot nero, che poi elabora e trasforma in “spumante” nella sua cantina di Neive, provincia di Cuneo, epicentro della zona di produzione del Barbaresco.

Extra Brut la tipologia subito scelta, con risultati subito eccellenti, per carattere, personalità del vino, finezza, per un vino dalle radici oltrepadane e dalla sensibilità… stile Bruno Giacosa. L’unica variazione sul tema avvenne nel 2009, quando decise di dire la sua anche sul tema Rosé con la prima annata, 2007, del suo Extra Brut Rosé, poi riproposto solo in alcune annate particolari.

Oggi, dopo il 2011 tocca al 2013, con sboccatura effettuata nel marzo del 2015, ed il consueto conforto tecnico del fedele enologo consulente Dante Scaglione (nonché del cantiniere Francesco Versio), e la meraviglia si rinnova.

Non solo per il colore del vino, che ho già cercato di descrivere nella sua bellezza, per la finezza e vivacità del perlage, scoppiettante nel bicchiere ampio (mi raccomando niente flûte…) ma per l’intreccio di suggestioni dei profumi, dove fiori e frutta, mandorle e frutti rossi di bosco, agrumi, ananas, si propongono leggeri, impalpabili, eppure precisi, a comporre un insieme dove ogni elemento è perfettamente distinto e si fonde mirabilmente con gli altri.

Armonia, equilibrio, eleganza, anche se questo Rosé ha spalla salda, struttura ben evidente (nasce dal Pinot nero, non da un’uvetta qualsiasi…), anche al gusto, sorprendentemente fresco, croccante, vivace, di gran nerbo acido, ma supportato da un frutto maturo e succoso al punto giusto, con una piacevolezza, un’immediatezza nel proporsi davvero da grande rosé metodo classico.

Come sempre Bruno Giacosa docet… 

Domenica sono stato nella mia cantina dove non mettevo piede da mesi e tra le tante cose che non credevo di avere e molte delle quali hanno un valore speciale, affettivo più che economico o da mercato per collezionisti e appassionati di fine wines, ho trovato una bottiglia, l’ultima che mi è rimasta, di un

clark-Fenomeni franciacortini e attorno al Franciacorta…

La Franciacorta è quella bella terra, anche da vini e bollicine, che ha visto Franco Ziliani, quello vero, inventarla come zona spumantistica.
È quella terra dove si mangia un magnifico manzo all’olio, dove hanno operato e fatto mirabilie chef sommi come Gualtiero Marchesi e Vittorio Fusari
Dove hanno agito e agiscono grandi uomini del vino come Giovanni Cavalleri, Paolo Rabotti, Maurizio Zanella, Mattia Vezzola… Emanuela Barzanò Barboglio..
Una terra dove agisce un efficiente Consorzio che ha capito per tempo come il Giappone fosse una terra lontana su cui puntare per vendere all’estero.
Una terra piena di donne e uomini che propongono eccellenti metodo classico DOCG. Altri, dalla etichetta arancione ai furbastro, molto meno..
Ma è una terra, sopravvalutata, posso dirlo? L’ho detto, dove ci sono fenomeni che mettono in commercio le loro bottiglie di bollicine a 120 euro. Manco fossero Zanella o Selosse o Prevost…
Fenomeni curiosi che bisognerebbe ignorare o dedicare loro un sorriso al massimo. Ma che qualche “fenomeno” celebra addirittura con un articolo. Con tanto di valutazione in centesimi di una loro bottiglia, manco fosse Robert Parker… Generazione di giovani fenomeni, come cantano gli Stadio…

La Franciacorta è quella bella terra, anche da vini e bollicine, che ha visto Franco Ziliani, quello vero, inventarla come zona spumantistica. È quella terra dove si mangia un magnifico manzo all’olio, dove hanno operato e fatto mirabilie chef sommi come Gualtiero Marchesi e Vittorio Fusari Dove hanno agito e agiscono grandi uomini del vino

clark-Expéditions de Champagne 2019 sotto i 300 milioni di bottiglie

Breaking news dalla Champagne.
Come era facile prevedere, visto l’andamento infelice dei consumi in Francia,
continuamente in calo ormai da oltre dieci anni, e considerati gli scenari
economici europei e internazionali, dall’incognita Brexit in UK alla crisi
economica che colpisce anche la Germania, saranno con ogni probabilità sotto i
300 milioni di bottiglie le expéditions de Champagne 2019. Cosa che non
accadeva da oltre dieci anni.

Come riferisce la bravissima
Sophie Claeys sul suo indispensabile blog La
Champagne de Sophie
, le ultime stime del Comité Champagne dicono che ci
sarebbe un calo dell’1,6 per cento rispetto al 2018 quando le expéditions hanno
raggiunto quota 302,3 milioni di bottiglie.

Per saperne di più leggete
qui

Breaking news dalla Champagne. Come era facile prevedere, visto l’andamento infelice dei consumi in Francia, continuamente in calo ormai da oltre dieci anni, e considerati gli scenari economici europei e internazionali, dall’incognita Brexit in UK alla crisi economica che colpisce anche la Germania, saranno con ogni probabilità sotto i 300 milioni di bottiglie le expéditions

clark-Spumanti Italia a Pescara: ma non è una cosa seria

Che questa cosa in programma tra dieci giorni a Pescara (che sarebbe la Reims della Marsica, lo dico per ridere..) non fosse una cosa seria lo si sapeva già. Mettere ancora insieme nel nome della paroletta spuria “spumanti” metodo classico e metodo Charmat Martinotti, Franciacorta, Trento, Alta Langa, Oltrepò Pavese e Asti e Prosecco, ancora nel 2020, è più che ridicolo e sbagliato, patetico.

Ma Spumanti Italia, in programma dal 24 al 26, riserva sorprese – comiche – in ogni suo aspetto, basta visitare il sito Internet della manifestazione, qui.

Che c’azzecca il premio al miglior salame in un cosiddetto “evento” che avrebbe la pretesa di rappresentare la Vetrina della bollicine italiane? C’entra eccome, perché salami sono le aziende che, lo vogliano o no, vedranno le loro bottiglie essere stappate davanti ad un pubblico marcerà su Pescara – manco fosse Londra, New York o Parigi – da ogni parte del mondo. Da Santa Maria della Versa e Casteggio a Treviso, passando per Erbusco, Trento, Modena e dintorni.

Sarà “un’esperenza immersiva nel modo degli Spumanti” come strillano, facendo a cazzotti con grammatica, sintassi e buon senso.

Basta leggere la rassegna stampa di chi ne ha scritto sinora, grandi firme e testate prestigiose, da Jancis Robinson a Eric Asimov, dal Financial Times al New York Times, per capire come a Pescara andrà in scena un mistero buffo, una pochade. O un’opera di Pirandello, Ma non è una cosa seria.

Mi spiace solo che in questa cosa che si commenta da sola e che criticare è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, siano coinvolti amici e professionisti seri come Giampietro “Ninetto” Comolli, che condurrà un Master, e Federica Schir, che si occupa dell’ufficio stampa e si trova a dover comunicare il nulla sottovuoto spinto.

Ma in questo bizzarro gioco delle parti, in questa commedia dell’assurdo che nemmeno Ionesco avrebbe saputo inventare, ci sono tante cose che non vanno e mettono malinconia. Tanti personaggi in cerca d’autore… Tutti al servizio del Consorzio Vini d’Abruzzo e del Consorzio del Prosecco Doc, mentre gli altri Consorzi bollicinosi hanno detto no, grazie…

Ma ne parleremo ancora, perché le sorprese e le incongruità sono all’ordine del giorno. Intanto ben ritrovati su Lemillebolleblog… Tante bolle contro i ballisti e i dilettanti furbi delle bollicine… http://www.spumantitalia.it/index.asp

Che questa cosa in programma tra dieci giorni a Pescara (che sarebbe la Reims della Marsica, lo dico per ridere..) non fosse una cosa seria lo si sapeva già. Mettere ancora insieme nel nome della paroletta spuria “spumanti” metodo classico e metodo Charmat Martinotti, Franciacorta, Trento, Alta Langa, Oltrepò Pavese e Asti e Prosecco, ancora