clark-Produttori di rosé metodo classico italiani, volete farvi conoscere da Decanter?

La più importante rivista britannica di vino, una delle più importanti riviste in lingua inglese di vino del mondo, Decanter, dedica un articolo nella sua versione on line, a firma di Ellie Douglas, la digital editor della rivista, ad una selezione di Sparkling wine rosé consigliati per San Valentino, il Valentine’s day.

Ci sono naturalmente fior di Champagne, anche quello di De Venoge, di cui scriverò a giorni qui, ci sono sparkling wine del Sud Africa, l’ottimo Pelorus della neozelandese Cloudy Bay, che sono stato il primo a far degustare in Italia in occasione di un mitico tasting di metodo classico italiani e del resto del mondo che organizzai insieme al defunto Istituto Talento, ci sono Cava ed ex Cava spagnoli, e un English Sparkling wine. E persino uno bulgaro, prodotto nella tenuta di un rampollo di una celebre dinastia albese, Miroglio…

Nessun italiano pervenuto, né Franciacorta né Trento, Alta Langa, Oltrepò Pavese, Alto Adige o altre mirabilie bollicinare metodo classico che si producono in Italia, dal Friuli Venezia Giulia di Kante sino ai magnifici metodo classico base Carricante dell’Etna. E poi il Lambrusco di Sorbara di Cantina della Volta e il Sangiovese del Castello di Felsina. Quelli di Mattia Vezzola a Costaripa sul Lago di Garda.. Per citarne solo alcuni…

Colpa della rivista inglese o colpa dei produttori di bollicine in rosa méthode champenoise che non riescono a farsi conoscere come meriterebbero?

Mi sa che dovrò darmi da fare e raccontare molte cose a Ellie Douglas e agli editor di Decanter, ora che ricomincio a collaborare, oh yes, con la loro rivista… Produttori di bollicine rosa italiane, stay in touch!

La più importante rivista britannica di vino, una delle più importanti riviste in lingua inglese di vino del mondo, Decanter, dedica un articolo nella sua versione on line, a firma di Ellie Douglas, la digital editor della rivista, ad una selezione di Sparkling wine rosé consigliati per San Valentino, il Valentine’s day. Ci sono naturalmente

clark-Pinot nero Brut metodo classico Rosé Monsupello

Non dovrei aggiungere molto a quello che qualcuno ha già scritto ormai sette anni fa su questo meraviglioso Rosé metodo classico che ho stappato, per consolarmi e coccolarmi un po’ dopo una giornata di incazzature varie, venerdì sera.

A quanto fu scritto in quell’articolo posso solo aggiungere che la bottiglia che ho stappato e mi ha fatto sognare, era fatto, a differenza di quella di diversi anni fa, solo con uve Pinot nero 100%, da uve della grande annata 2016, con sboccatura recente, novembre 2019, e un dosaggio degli zuccheri, si tratta sempre di un Brut e non del Nature, che il produttore fa buonissimo, di 7 grammi litro, ma sembrerebbero tre o quattro…

Insomma, ghé poc de fà, il Marco Bertelegni & Pierangelo Boatti, alias Monsupello, l’enologo cantiniere il primo, ma anche altro, una colonna insostituibile, ed il proprietario un po’ folle il secondo, i metodo classico (150 mila bottiglie ormai) li sanno proprio fare bene e questo Rosé mi ha fatto veramente sognare..

Colore corallo rosa pallido sangue di piccione, luminoso e brillante, perlage, il bicchiere era sempre quello imprescindibile di Luca Bini, finissimo e continuo, una bella danza di bollicine a rincorrersi…

Il naso bellissimo, più agrumi che ribes e lampone, con una bella freschezza ed un proporsi aereo e leggiadro. E poi, morbidamente secco sin dal primo attacco, quindi cremoso, con molta sapidità che lo rende asciutto, una struttura importante (è Pinot nero dell’Oltrepò Pavese perdinci, mica quello della zona spumantistica bresciana!) e una vinosità carnosa che fa pensare ad un rosé che tende al rosso pur avendo l’eleganza di un bianco, infinito sul palato, non ti molla più. Altro che Franciacorta Rosé. Solo un grande Champagne Rosé, ma di quelli buoni, regge il confronto con questo capolavoro… E dire che costa solo, ai ristoratori e alle enoteche, solo 14 euro più Iva. Poco più di 17 euro.

Che aggiungere altro? Niente, solo riportare, non cambierei una virgola, l’articolo di sette anni fa, che è mio e non lo pubblicato qui, ma in una rubrica sui vini in rosa, con le bollicine e fermi, che ho condotto per anni e ora, grazie all’intelligenza dell’editore, non esiste più. Ma tutti i pezzi, come questo, sono ancora on line, fortunatamente.. Buona lettura e viva Monsupello e l’Oltrepò Pavese del vino che non si sputtana, ma che fa sognare!

Da Il Cucchiaio d’argento

L’Oltrepò Pavese, la bellissima zona collinare in provincia di Pavia, è sinonimo, enoicamente parlando, di Pinot Nero. Vinificato in rosso, con la volontà (utopia?) di ricavarne vini che possano in qualche modo ricordare quelli, inimitabili, prodotti in Borgogna, ma anche in bianco (purtroppo anche nella poco nobile versione bianco frizzante) come basi spumante. Lavorare in purezza con il Pinot nero è molto difficile e rischioso e del resto in Champagne i Blanc de noir sono non casualmente una minoranza. Un filo meno rischioso, come si sono accorti di recente anche in terra oltrepadana, è il vinificare in bianco il Pinot nero, ma per destinarlo non alla produzione di metodo classico bianchi, bensì Rosé.

E’ da questa consapevolezza che nasce l’operazione Cruasé, nome con il quale si designano gli Oltrepò Pavese metodo classico rosati Docg, prodotti con un minimo di 85% di Pinot nero. Allora, direte voi, è un Cruasé che intende consigliarci? Niente affatto, anche se teoricamente potrebbe esserlo ed il produttore in oggetto, Monsupello, firma storica della scena oltrepadana, creata da quel grande uomo del vino che è stato Carlino Boatti, produce metodo classico a denominazione d’origine, questo Rosé Brut porta in retroetichetta semplicemente la dizione “vino spumante di qualità”.

E’ prodotto ovviamente con Pinot nero, 90%, con un 10% di Chardonnay, da vigneti posti nelle aree vocate di Torricella Verzate e Oliva Gessi, ed è un metodo classico decisamente da tutto pasto, ottimo su tutta la succulenta gamma dei salumi locali, in primis il mitico salame di Varzi ben stagionato, oppure pancetta (quella suprema, stagionata 48 mesi, che si gusta all’ottimo ristorante Prato Gaio di Montecalvo Versiggia), ma che potete arrischiare, vista la sua struttura, abbinata ad un nervoso corredo acido, anche su un bel cotechino, di quelli giusti, con le lenticchie.

E’ un signor vino questo “ripudiato Cruasé”, bello dal colore, più che un salmone scarico un rosa pallido sangue di piccione, molto brillante e luminoso, dotato di un perlage fine e continuo nel bicchiere.

Il naso “parla” subito Pinot nero e Oltrepò: pieno, succoso, ricco, molto sul frutto, con pompelmo rosa a prevalere su ribes e fragoline di bosco, eppure fresco, screziato di note di erbe aromatiche, di note salate e petrose, di rosa, e decisamente vinoso, ma in modo garbato, senza volgarità.

Decisamente secco, perentorio, maschio, l’attacco in bocca, con un corpo ben pronunciato e una bella spalla che danno solidità al vino, lunga persistenza larga e piena, eppure bilanciata da un nerbo vivo, da un “sale” che assicurano una certa vibrazione ed una coda lunga e ricca di sapore.

Per gli amanti dei metodo classico che hanno la struttura di un vino rosso, e una certa potenza, non disgiunte da dote apprezzabili di equilibrio ed eleganza e da una notevole piacevolezza (dote purtroppo non comune in troppe “bollicine” oltrepadane) un vino che convincerà senza sé e senza ma.

Monsupello

Via San Lazzaro, 5  

27050

Torricella Verzate

Pavia

Tel. 0383 896043

Email

monsupello@monsupello.it

Web

http://www.monsupello.it

Non dovrei aggiungere molto a quello che qualcuno ha già scritto ormai sette anni fa su questo meraviglioso Rosé metodo classico che ho stappato, per consolarmi e coccolarmi un po’ dopo una giornata di incazzature varie, venerdì sera. A quanto fu scritto in quell’articolo posso solo aggiungere che la bottiglia che ho stappato e mi

clark-Il Prosecco è un’opportunità o un nemico dello Champagne? Sophie Claeys intervista Martin Cubertafond

A tutti voi che, come me, pensato
che lo Champagne sia unico ed
inimitabile e che sia il più grande vino, Barolo e grandi Bourgogne a parte,
del mondo, segnalo l’eccellente intervista che la collega
giornalista e wine blogger (come me) Sophie
Claeys
ha fatto sul suo blog
La Champagne di Sophie Claeys
, fonte inesauribile di informazioni
sull’universo Champagne ad un analista di strategie e marketing della
Champagne, autore di un libro di fondamentale importanza. Lui si chiama Martin Cubertafond, ed il
libro
si intitola Stratégies et marketing du Champagne.

Di cosa tratta l’intervista che Sophie Claeys ha fatto a
questo consulente in strategie aziendali e maître de conférences à Sciences-Po Paris, dove si
occupa di strategie d’impresa e tiene dal 2006 un corso sul mercato mondiale
del vino?

Cubertafond, autore anche del volume Entreprendre dans le vin, apparso
nel 2015, nella prima
parte dell’intervista, che
potete leggere qui
, parla di una Champagne “entrata in una nuova era dopo
la crisi economica del 2008, che ha segnato la fine della crescita dei volumi:
per la prima volta le vendite di Champagne aumentano in valore mentre
ristagnano diminuendo leggermente in volume”.

Che fare
dunque? “lo Champagne non ha alternative: con da un lato la concorrenza degli
altri “effervescents” nella fascia bassa di mercato, e dall’altro l’aumento
delle costo al chilo delle uve (e dunque non esiste un modello economico
perenne per degli Champagne venduti a meno di 15 euro al consumatore finale), è
destinato a puntare su una strategia di valore e non di volume. Dunque deve di
più non con meno, ma con altrettanto”.

Secondo l’analista
lo Champagne “ha conosciuto dei cicli di 9-10 anni negli anni Settanta e la
seconda crisi è avvenuta nel 2009. Sono trascorsi giusto undici anni e non
sarei sorpreso se si profilasse all’orizzonte un nuovo ciclo”. Con una grande
novità: “un mercato che si separa in due sotto segmenti: da un lato gli
Champagne valorizzati, con una forte presenza nel settore dell’export che è in
crescita, e dall’altro le bottiglie poco valorizzate che sono vendute in gran
parte in Francia”. Questo segmento è “in forte calo, fenomeno accelerato dalla
Loi Egalim (per saperne di più in dettaglio leggete
qui
, legge voluta dal presidente Macron, che mira ad un equilibrio delle
relazioni commerciali nel settore agricolo e dell’alimentazione, votata il 2
ottobre 2018 all’Assemblée Nationale e diventata legge un mese dopo, e
scaturita dai dibattiti svolti dal 20 luglio al 21 dicembre 2017 nell’ambito degli
États généraux de
l’alimentation (EGalim), che penalizza i prodotti le cui vendite si basano
soprattutto sulle promozioni”.

E in questo contesto, prosegue, se
arriverà una crisi “rischia di toccare solo una parte degli attori, quelli che
si trovano nella costrizione del prezzo base, senza elementi di differenziazione
(marchio, identità) e super vincolati al mercato
francese dove realizzano più della metà delle vendite
”. Per quanto il
Sistema Champagne goda di buona salute, con molti fattori positivi, come la
comparsa di una nuova generazione di vignerons super qualitativi che donano una
identità forte ai diversi terroir champenois, “una parte degli operatori si
trovano costretti a modificare in futuro il loro modus operandi e questo
provocherà una evoluzione del modello champenois, perché quello che ha
consentito 30 anni di crescita condivisa, con un terzo delle bottiglie
commercializzate dai vignerons, non corrisponde più alla realtà di mercato”.

Ancora più interessante l’analisi
nella seconda
parte dell’intervista a Martin Cubertafond, che potete leggere qui
, e soprattutto
per i lettori italiani, perché si parla nientemeno che dei competitors dello
Champagne sul mercato francese, nella fascia bassa di prezzo, il Cava spagnolo
e, tel chi!, il Prosecco, che chissà
perché viene scritto con la minuscola, prosecco..

Seguite il ragionamento, che vi traduco letteralmente: “Il Prosecco ha conosciuto una crescita fenomenale: la sua produzione è triplicata nel giro di cinque anni e dovrebbe stabilizzarsi intorno ai 600 milioni di bottiglie annue, ovvero il doppio delle expéditions de Champagne nel 2019”.

E qui, tenetevi forte, e questo è un
ragionamento che ricorda quello fatto nell’aprile di te anni fa dal presidente
del Consorzio Franciacorta, riportato in un’intervista
a The Drink Business
e da
me contestato
: “il Prosecco rappresenta innanzitutto un’opportunità per lo
Champagne in generale, perché ha provocato una trasformazione del mercato
mondiale degli “spumanti”. Ha ampliato le modalità di consumo (aperitivo, una
partita di calcio vista davanti al televisore, ecc.) e recluta nuovi
consumatori, soprattutto i millennials. Questi nuovi consumatori
invecchieranno, si faranno più esigenti, aspireranno ad una gamma qualitativa
più elevata, e quando avranno un evento particolare da celebrare si
rivolgeranno alla categoria superiore, lo Champagne”.

Il Prosecco “è parimenti una
minaccia per lo Champagne. Minaccia indiretta da una parte, perché viene
venduto negli stessi negozi e tende a prendere il suo posto sugli scaffali.
Minaccia diretta, tuttavia, per gli Champagne a prezzo basso. In UK, ad esempio,
tra 12 e 15 sterline il consumatore potrà scegliere tra uno Champagne senza
particolari pregi (molto spesso il marchio di un negozio, con un marketing
limitato e una qualità media) e uno dei migliori Prosecco, con un rapporto
prezzo qualità competitivo. E probabilmente sceglierà il Prosecco”.

Il resto dell’intervista verte su
temi molto affascinanti, la certificazione, ed un modo sempre più trasparente
di comunicare con i consumatori. Secondo Cubertafond “la posta in gioco negli
anni a venire è la trasparenza nei rapporti con i consumatori. L’App Yuka (per sapere cosa sia vedete qui e qui ) lo dimostra: un terzo
delle famiglie francesi l’hanno scaricata ed il 94% dei suoi utenti hanno già
abbandonato una marca o un prodotto. E’ un’ondata che non si potrà fermare e non
ritornerà indietro”.

E qui il discorso si fa ancora più
sofisticato e quasi filosofico: “ per lo Champagne la trasparenza ha la
vocazione di diventare un non soggetto perché diventerà la norma. Bisognerà,
nel futuro immediato, essere capaci di spiegare quel che si fa, in vigna (quali
prodotti sono utilizzati?) e in cantina (quali assemblaggi?). E per i vins d’assemblage
di territori e millessimi diversi come sono la maggioranza degli Champagne la
tracciabilità è complessa, e dunque bisogna fare prova di pedagogia. E da
questo punto di vista i vignerons hanno un vantaggio rispetto alla maggioranza
delle Maisons de Champagne, perché producono loro stessi le loro uve. Ed è una
formidabile carta da giocare di fronte all’esigenza di essere sempre più
trasparenti che è sempre più urgente”.

Non è forse affascinante e ricca di
implicazioni questa analisi elaborata da Martin Cubertafond e riportata da Sophie Claeys sul suo blog? Non tocca forse
temi che riguardano non solo lo Champagne ma anche l’intero mondo delle
bollicine, metodo classico e non, Franciacorta, Trento, Alta Langa, Oltrepò
Pavese, Prosecco Doc, Prosecco Docg, e “spumanti” vari? Ah, se ci fosse una
rivista seria dove trattare questi temi! Invece c’è solo, e ringraziate che
esista, Lemillebolleblog….

A tutti voi che, come me, pensato che lo Champagne sia unico ed inimitabile e che sia il più grande vino, Barolo e grandi Bourgogne a parte, del mondo, segnalo l’eccellente intervista che la collega giornalista e wine blogger (come me) Sophie Claeys ha fatto sul suo blog La Champagne di Sophie Claeys, fonte inesauribile

clark-Metodo classico Rosé Adele Adriano Grasso

Allegria bella gente, ho trovato la
quadra. Scrivo di vino da 36 anni, ho scritto e scrivo di vini di tutta Italia
(e un po’ di Francia, Spagna e Nuovo Mondo) ma la regione del mio cuore è il Piemonte. E poi sono appassionato di
bollicine, metodo classico soprattutto, e ho creato un blog per raccontarle, Lemillebolleblog.

Poi ho un’altra passione, quella dei
“vini in rosa” o rosati o rosé o pink wines, scegliete voi come chiamarli.

Con questo vino che sto per
raccontarvi ho trovato la sintesi perfetta, perché è piemontese, metodo
classico e rosé. What else?

Si chiama Adele, e anche se in etichetta non porta il nome Franciacorta o
Trento Doc o Alta Langa o Oltrepò Pavese, lo considero uno dei migliori metodo
classico Rosé prodotti in Italia che abbia mai bevuto.

Chi lo produce, in provincia di
Asti, terra di grandi Moscato e Barbera, si chiama Adriano Grasso, e ha cantina e vigne in quel di Calosso e l’azienda agricola porta il suo nome.

Adriano Grasso, che ho conosciuto per caso, (grazie alla segnalazione di una lettrice genovese, grande appassionata di vini, Rosa Armstrong, che avendo letto il mio articolo su questa Barbera metodo classico della Cantina di Vinchio Vaglio Serra, mi aveva segnalato questa bollicina), si presenta così sul suo simpatico, originale e ben raccontato sito Internet dove apprendiamo che l’azienda fa parte della Fivi, Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti.

“La
mia è una piccola azienda di circa sei ettari situata a Calosso primo paese del
Monferrato, che confina con Santo Stefano Belbo e Castiglione Tinella, gli ultimi
paesi delle Langhe. È un’azienda giovane che guarda
al futuro.
Attualmente i vigneti sono in regime di conversione
per la Certificazione Biologica.

Questa è
una scelta dettata dal cuore, dalla passione di coltivare la vite nel modo più
naturale possibile e dall’amore per questa terra.
Se la Terra è sana e viva, anche la
gente che abita in un territorio come questo vive meglio.

La gestione delle infestanti nel
sotto-fila è fatta intervallando lo sfalcio con una lavorazione poco profonda
del terreno che mira a tagliare le radici delle erbe infestanti.

I
trattamenti contro peronospora e oidio sono fatti con prodotti a base di rame e
zolfo cercando di limitarli il più possibile. In diversi casi una maggiore cura
nei lavori di gestione della chioma aiuta a ridurre i trattamenti.
Per quanto riguarda la concimazione,
questa viene fatta con letame o compost. Quando possibile si utilizza il
sovescio per dare al terreno un maggior apporto di sostanza organica.

I vitigni
coltivati sono Moscato, Barbera, Nebbiolo e Gamba di Pernice
; quest’ultimo è un antico vitigno
autoctono ormai presente solo più nel comune di Calosso e alcuni comuni
limitrofi.

La
fermentazione alcolica viene realizzata facendo un pied de cuve con lieviti autoctoni delle
mie vigne. Il lavoro in cantina, dopo che i nuovi vini hanno terminato la
fermentazione, sono qualche travaso, l’assaggio e il batonnage.

L’affinamento viene fatto conservando i vini sulle fecce di
fermentazione per 12 – 24 mesi. Queste danno complessità e stabilità al vino,
ma l’aspetto sicuramente più importante è che fungono da prevenzione naturale
delle ossidazioni e permettono quindi di ridurre la concentrazione di solfiti. L’imbottigliamento è fatto senza filtrazione con quarto di
luna calante e bel tempo”.

La gamma dei vini, che sono stati premiati da Decanter e al Concorso Mundus Vini in Germania comprende Barbera d’Asti, Barbera d’Asti Superiore, proposte in una particolare bottiglia molto raffinata, una bordolese speciale della Saverglass, Moscato metodo classico e un vino rosso dalla varietà Gamba di pernice, e questo metodo classico Rosé costituisce sia un impegno serio che un divertissement e una sfida, quella di produrre in terra piemontese un metodo classico Rosé di grande eleganza da uve autoctone. Sposare e trovare l’equilibrio giusto tra Barbera e il Nebbiolo, due vitigni che esprimono grandi rossi e che s’incontrano per la prima volta e dialogano “bollicinando” in un Metodo Classico Rosé era una scommessa. Avviata con il primo tiraggio fatto nella primavera 2015, con la prima bottiglia uscita per il Natale del 2017.

Una scommessa a mio avviso
totalmente riuscita e questo Adele Rosé,
dedicato alla figlia di 8 anni di Grasso, è davvero un metodo classico
strepitoso, che trova la quadra perfetta tra Nebbiolo, presente a maggioranza
con un 55-60% e Barbera, un 40%.  

Tecnicamente parlando il vino è descritto
così: “la pressa è riempita con circa 1000 kg di uva intera. La resa uva/vino è
del 55%. Durante la pressatura si ottengono rispettivamente (e poi si
vinificano separatamente), la cuvée (35%), premier taille (15%) e deuxiéme
taille (5%).
Fermentazione con lieviti selezionati. 50 % in barrique e 50 % in acciaio inox
Temperatura di fermentazione: 15-18 gradi, durata 15 giorni, niente
malolattica. Nella primavera successiva alla vendemmia si assembla la cuvée,
viene aggiunto zucchero, lieviti e imbottigliato. In bottiglia lo spumante
fermenta lentamente per 2-3 mesi; l’affinamento dura almeno per 24 mesi”.

Ma che meraviglia questo Adele, a
partire dal colore che non è buccia di cipolla, né corallo pallido, ma oro rosa (che è trendy anche
nella gioielleria
) e dal perlage, finissimo, e dalla fragranza rara, con note
leggiadre di fragola e ribes (quasi aria di Borgogna) e sfumature agrumate e di
sale, un leggerissimo accenno speziato, a rincorrersi, aeree, nel bicchiere.

E che mirabilia di equilibrio, di
armonia, di eleganza, al gusto, cremoso, delicato, con le bollicine sottili a
vellicarti il palato, un’acidità perfettamente calibrata che sostiene il gusto
e invoglia al bere.. Una carezza bollicinosa, avvolgente, setosa che rinfranca
il cuore e dà gioia. Un piccolo capolavoro che dimostra che anche sulle
bollicine in rosa, a base di uve identitarie come i loro Nebbiolo e Barbera, i
miei amici piemunteis sono sempre i
numero uno… Chapeau!

Azienda agricola Adriano Grasso

Via
Agliano, 14 14052 Calosso (AT)

Tel.
0141853432

info@adrianograsso.it

Allegria bella gente, ho trovato la quadra. Scrivo di vino da 36 anni, ho scritto e scrivo di vini di tutta Italia (e un po’ di Francia, Spagna e Nuovo Mondo) ma la regione del mio cuore è il Piemonte. E poi sono appassionato di bollicine, metodo classico soprattutto, e ho creato un blog per

clark-Crémant d’Alsace Brut Nature Dopff

Ce ne dimentichiamo troppo spesso,
ma nel mondo dei metodo classico francesi non esiste solamente le roi Champagne.

Prodotti con la stessa tecnica della
rifermentazione in bottiglia ci sono anche oltre alla Blanquette de Limoux
(dove è in uso anche la rifermentazione con metodo ancestrale) ci sono anche
meravigliosi Vouvray come
quello buonissimo di cui scrissi anni fa, importato e distribuito da La mia
cantina di Padova
, i Saumur, sempre nella Loire, i Clairette de Die, e
tutta la serie dei Crémant (Bourgogne, Bordeaux, Limoux, Jura, Die) che stanno conquistando soprattutto in
Francia, spazi sempre più interessanti di mercato.

Nell’universo dei Crémant l’AOC
leader è quella di una zona conosciuta e celebrata nel mondo soprattutto per il
suo buon Pinot noir e per i meravigliosi vini bianchi da vitigni quali
Riesling, Gewürztraminer, Sylvaner, Pinot gris. Parlo dell’Alsazia, che è l’AOC “bollicinosa” più venduta in Francia dopo la
Champagne.

I Crémant d’Alsace hanno uno spazio
ben chiaro nell’offerta variegata dei Vins d’Alsace, come si vede anche dallo spazio
dedicato ben chiaro
che occupano anche in fase di comunicazione nell’eccellente sito
Internet istituzionale
. Così svelti a comunicare in Alsazia, che hanno
anche varato un blog dedicato ai Crémant della loro terra.

L’Aoc Crémant d’Alsace risale al 24 agosto 1976 e ha fotografato una
tradizione spumantistica metodo classico che risale ai primi del Novecento
anche se già nell’Ottocento diverse aziende alsaziane elaboravano “vins mousseux selon la
méthode traditionnelle”. Oggi sono ben cinquecento gli elaboratori che fanno
parte del Syndicat des Producteurs de Crémant d’Alsace.

La produzione prevede sia
Crémant monocépage, con il nome di
vitigno rivendicato in etichetta, sia cuvées di diverse uve secondo la tecnica
champenoise. Il Pinot noir è il solo vitigno ammesso alla produzione di Crémant
d’Alsace rosés e dà vita anche ad eccellenti Blanc de Noirs.

Nell’elaborazione delle
cuvées il Pinot bianco è maggioritario e conferisce freschezza e delicatezza,
il Riesling quando utilizzato dà note fruttate ed eleganza, il Pinot gris dà
spalla e sostanza, lo Chardonnay sfumature fini e leggere. Infine c’è l’uva autoctona
denominata Auxerrois, un’uva dal carattere speziato con bassa acidità e un
moderato tenore alcolico.

Si trovano in Italia i
Crémant d’Alsace? Fortunatamente sì, grazie ad un distributore ed importatore
serio e capace come la Première Italia di Mario ed Alessandro Federzoni, che oltre ad importare grandi Champagne come
Venoge e altri piccoli récoltant manipulant di gran pregio come Pierre Legras
di Chouilly (prossimamente un pezzo su un Brut Nature esemplare) e distribuire
una selezione di validi metodo classico di diverse regioni, tra cui i
Franciacorta di Turra di cui ho
scritto settimana scorsa
, propone alcune cuvées dell’azienda cui si deve la
nascita del Crémant d’Alsace, ovvero Dopff
“Au Moulin
”.

I
Dopff sono stati i pionieri del Crémant d’Alsace; già nel 1900 Julien Dopff
produceva spumante in Alsazia. Un’azienda, quella dei Dopff, fondata a
Riquewihr nel 1574 da Jean-Daniel Dopff e oggi è condotta da Pierre-Etienne
Dopff giunto alla tredicesimagenerazione. Dopff dispone di 70 ettari di
vigneti Grand Crus situati nel cuore dell’Alsazia, tutti esposti a Sud-Est, e
produce una gamma piuttosto articolata di vini fermi e di Crémant. Tutti
condotti secondo una precisa idea della viticoltura qui esposta.

Se padroneggiate
la lingua più bella del mondo insieme all’italiano sul sito di Dopff troverete
raccontati i dettagli di una storia di uomini e savoir faire vinicolo da quando
Jean-Daniel Dopff, figlio di pastori, decide di stabilirsi a Riquewihr come maître boulanger e albergatore. Il
figlio Balthazar-Georges, nato a Riquewihr nel 1667, sarà invece maître-tonnelier ed il primo ad
associare il nome della famiglia ad un’attività vitivinicola.

Il Crémant d’Alsace che ho
degustato e che ovviamente, cosa che in Francia avviene anche con molti
Champagne non riporta la data di sboccatura, è un Brut Nature da uve bio, una cuvée
composta in parti uguali, 25% ognuna, da uve Pinot blanc, Pinot gris, Pinot noir
e Auxerrois. Il vino è un assemblage di uve di due vendemmie diverse, con una
resa di 100 litri di succo per 150 chilogrammi d’uva, prima fermentazione in
acciaio, seconda in bottiglia con permanenza sui lieviti di 16 mesi almeno.

Il Brut degustato ha un’acidità
calibrata e 3,3 grammi litro di zuccheri, e mi è decisamente piaciuto, avendo
per di più un ottimo rapporto prezzo qualità visto il distributore lo propone
ivato di poco sotto i 15 euro.

Colore paglierino di media intensità brillante e
luminoso, ha un perlage abbastanza fine ed un bel naso fine, sapido e incisivo,
posso dirlo? minerale, che richiama fiori e frutta secca, una vena agrumata. La
bocca è fresca, viva, scattante, con bollicine croccanti, bella verticalità e
una notevole piacevolezza. Tale da rendere questo Crémant molto appealing e
adatto ad essere proposto, senza tante complicazioni, come aperitivo e ottimo
abbinamento ad antipasti freddi e piatti a base di verdure e pesce.

Lo Champagne è buono, ma come alternativa risparmiosa
vale la pena ogni tanto anche di provare un Crèmant d’Alsace come questo. Mille
volte meglio di alcuni metodo classico Docg vorrei ma non posso e andati fuori
di testa quanto al prezzo, e, ovviamente, inutile dirlo, sapete come la penso,
di ogni Prosecco. Doc o Docg che sia…

Ce ne dimentichiamo troppo spesso, ma nel mondo dei metodo classico francesi non esiste solamente le roi Champagne. Prodotti con la stessa tecnica della rifermentazione in bottiglia ci sono anche oltre alla Blanquette de Limoux (dove è in uso anche la rifermentazione con metodo ancestrale) ci sono anche meravigliosi Vouvray come quello buonissimo di cui

clark-Spumantitalia: non è stata una cosa seria, come ampiamente previsto

Ieri ho ricevuto il comunicato stampa conclusivo di questa manifestazione (una delle tante e troppe che si tentano di organizzare in questa variopinta Italia del vino che s’incontra, brinda, festeggia, fa casino ma muove ben poco il mercato e non aiuta a svuotare le cantine dei produttori, ma il loro portafogli) che si è svolta lo scorso fine settimana in Abruzzo. Nota terra produttrice di spumanti. La vera Champagne de noantri…

L’avevo già scritto, qui, che non sarebbe stata una cosa seria. Non è stata una cosa seria, come mi hanno raccontato parecchie persone che sono state presenti e hanno toccato con mano con quale pressapochismo, dilettantismo, incapacità di fare le cose bene siano state organizzate, se così si può dire, le cose. Non per cattiveria, macché, solo perché non si può cavare il sangue dalle rape e non ci si può improvvisare capaci quando capaci non si é. Non bastano buona volontà e applicazione. Come il caso dei Cinque Stelle clamorosamente dimostra…

Che non sia stata una cosa seria lo si capisce anche dal comunicato stampa, redatto da una cara amica e seria professionista che non credo voglia ancora ripetere questa collaborazione in futuro. Ma è stato deciso sicuramente da un organizzatore, o presunto tale, che ha trovato il modo di far notare il proprio dilettantismo. Allo sbaraglio.

Ma si può prendere sul serio una manifestazione che nel 2020 mette ancora insieme nel nome degli “spumanti” i metodo classico e gli Charmat Martinotti, che tenta di accostare Prosecco e Franciacorta, Asti e Trento e Alta Langa, spumanti abruzzesi o pugliesi nati da ieri e senza alcuna tradizione, con le bollicine che vengono prodotte da un secolo e mezzo in Piemonte, Veneto, Trentino, Lombardia e poi, dal 1961, in provincia di Brescia?

Si può prendere sul serio una manifestazione nel cui comunicato finale, dove si inneggia ad un “trionfo di bollicine” che non c’è stato e dove si annuncia una seconda edizione del Festival che sarà ben difficile che si tenga davvero, con toni che definire comici, da autocelebrazione ridicola, è poco?

Si può prendere sul serio uno “Spumantitalia” che non ha visto tra i Consorzi citati (per forza, non c’erano e se ne sono tenuti ben lontani) quello della Franciacorta, 20 milioni di bottiglie, del Trento Doc, 8,5 milioni di bottiglie, quello dell’Alta Langa, cinque milioni di bottiglie, quello del Prosecco Superiore Conegliano Valdobbiadene Docg, 90 milioni di bottiglie?

Ma quali spumanti italiani ha celebrato confusamente ‘o festivalino pescarese, se non il Prosecco Doc con i suoi 600 milioni di pezzi o più, le 450 mila bottiglie del metodo classico Docg Oltrepò Pavese, le milionate di bottiglie dell’Asti, più vari ed eventuali piccole frattaglie, come gli amici dell’ottimo Lessini Durello?

Suvvia Zanfi, la smetta di raccontare balle che è grandino! Ma secondo voi ci sarà davvero, dopo questo flop annunciato, una seconda edizione e quali “aziende francesi e spagnole” (Champagne, Cava, Corpinnat, Crémant vari, Blanquette de Limoux?) saranno così tonte da farsi coinvolgere in questa sagra delle bollicine perdute, del nulla sotto forma di spumante?

Questo il comunicato stampa, della serie oggi le comiche….

“Pescara, 28 gennaio 2020. Si è conclusa domenica con travolgente successo la seconda edizione di Festival Spumantitalia a Pescara. La kermesse, unico evento italiano con ben 12 masterclass consecutive programmate in tre giorni di manifestazione, ha visto la presenza di oltre 500 partecipanti che hanno avuto la possibilità di approfondire il mondo degli spumanti Made in Italy grazie al ricco calendario di masterclass e talk show che hanno animato il Festival.

Produttori d’eccellenza e personaggi illustri del panorama spumantistico italiano hanno coinvolto il pubblico con i loro Spumanti, il racconto di territori, esperienze e progetti. Un appassionante viaggio nell’Italia delle bollicine, con la regia di Andrea Zanfi, che ha visto la partecipazione, tra gli altri, dell’Assessore all’Agricoltura della Regione Abruzzo Emanuele Imprudente, del Presidente del Consorzio Tutela dei Vini D’Abruzzo Valentino Di Campli, di Lamberto Gancia, Vincenzo Russo, Professore dell’Università IULM di Milano e dell’ Università La Sapienza di Roma, Bruno Vespa, il Presidente, Stefano Zanette, e il Direttore, Luca Giavi, del Consorzio Prosecco DOC, Stefano Ricagno, Vice Presidente del Consorzio D’Asti, il Direttore del Consorzio Oltrepò Pavese Carlo Veronese, il Direttore del Consorzio del Durello Aldo Lorenzoni e Giampietro Comolli.

Le tre intense giornate sono state inaugurate dal grande successo di partecipazione del corso formativo Master Bubble’s Spumantitalia e si sono concluse con l’effervescente banco d’assaggio della giornata di domenica.

Appuntamento a gennaio 2021 per la terza edizione che vedrà l’apertura alla spumantistica internazionale con la presenza di aziende francesi e spagnole”.

Ieri ho ricevuto il comunicato stampa conclusivo di questa manifestazione (una delle tante e troppe che si tentano di organizzare in questa variopinta Italia del vino che s’incontra, brinda, festeggia, fa casino ma muove ben poco il mercato e non aiuta a svuotare le cantine dei produttori, ma il loro portafogli) che si è svolta

clark-Franciacorta Brut e Pas Dosé Turra

E’ un bel po’ che questo blog, che della zona di produzione in questione tanto si è occupato, non dedica spazio alle bollicine di questa area vinicola lombarda che in 59 anni di storia (la prima bottiglia è del 1961) è riuscita a ritagliarsi un ruolo di primissimo piano nel panorama del metodo classico italiano.

Tutto per merito di un grande uomo di cui porto il nome, l’uomo che si è sognato e inventato la Franciacorta come zona spumantistica, come “emulazione”, anche se con il modello originale in comune c’è solo la tecnica di spumantizzazione, della Champagne. Parlo di Franco Ziliani da Travagliato, classe 1931, all’anagrafe Francesco, proprio come me. Il patron della Guido Berlucchi, azienda più grande della Docg bresciana che oggi conducono egregiamente i suoi figli Arturo, Cristina e Paolo.

Quanti articoli ho scritto sulla Franciacorta nella mia vita! Ovunque, dal Corriere Vinicolo all’Etichetta di Veronelli, da A Tavola a Decanter, da The World of Fine per cui ho degustato varie volte insieme a master of wine come Tom Stevenson, considerato uno dei massimi esperti di “bollicine”, Champagne e altro, del mondo.

E poi il Consorzio Franciacorta l’ ho visto nascere, giusto trent’anni fa, nel 1990, ho avuto la fortuna di conoscere e godere della loro stima, personaggi straordinari come il primo presidente, Paolo Rabotti, Emanuela Barzanò Barboglio, Giovanni Cavalleri. Come Albano e Maurizio Zanella, Ezio Maiolini, Giulia Cavalleri, fino ai Gatti a Mattia Vezzola, Eleonora e Agostino Uberti.. E ovviamente il mio omonimo e i suoi figli.

Infine Internet, dapprima articoli sulla zona spumantistica bresciana, che intanto cresceva e acquisiva consapevolezza e notorietà, sul mio sito Internet corsaro Wine Report, poi su Vino al vino e infine, con divagazioni varie internettiane qua e là, su questo blog. Nato per celebrare la grandezza del metodo classico, quello francese che si chiama Champagne, Crémant vari, et vins mousseux, quello spagnolo, Cava e Corpinnat, e quelli italiani, dove la Franciacorta, con 20 milioni di bottiglie e 3000 ettari potenziali, è leader davanti a Trento, Alta Langa e le 450 mila bottiglie Docg dell’Oltrepò Pavese.

Di Franciacorta quindi, penso di aver titolo di parlare e scrivere non a sproposito, e fermo restando determinate gerarchie qualitative, che per me vedono sempre al primo posto su tutte la Cavalleri di Erbusco, seguita dalla Cà del Bosco, e i miei prediletti, che ormai chi mi legge sa bene quali siano, Colline della Stella e Enrico Gatti su tutte, sono sempre alla ricerca di rivelazioni, di nuove cose interessanti da scoprire.

In questi ultimi mesi mi è capitato non di entusiasmarmi ma di trovare ben fatti e validi, i Franciacorta, il Rosé e l’Extra Brut, di Monte Alto, e in attesa di provare le cuvées de La Costa di Ome, mi sono imbattuto, grazie all’amico Mario Federzoni di Première Italia, che li distribuisce e li ha inseriti in una bella linea di “bollicine”, da Champagne a Crémant a metodo classico italiani, nei Franciacorta di questa azienda che non conoscevo se non di nome (sono 118 i produttori associati al Consorzio, conoscerli tutti è impossibile), Turra.

Dell’azienda so poco e dice poco anche il sito Internet aziendale.  La gamma prevede quattro tipologie, Brut, Satèn, Rosé e Pas Dosé millesimato, e io ho assaggiato il Brut ed il Pas Dosé.

L’azienda è stata creata da Roberto Turra e ha sede a Cologne, ovvero in quell’area un po’ particolare della Franciacorta che è il Monte Orfano, quello che vedete sulla vostra destra percorrendo l’autostrada A 4 da Milano in direzione Brescia, due chilometri prima dell’uscita di Rovato.

I Franciacorta del Monte Orfano sono, per motivi geologici e geografici, per epoca di maturazione delle uve, per stilistica, un po’ diversi dagli altri Franciacorta, tanto che per distinguerli meglio otto anni fa avevo espresso una modesta proposta, giustamente snobbata da larga parte dei diretti interessati, anche se ritengo fosse e sia ancora una proposta sensata che potete leggere qui. Sul Monte Orfano hanno vigne e cantina cantine esemplari come Faccoli, Castello Bonomi, Vigneti Cenci, che propongono vini affilati e nervosi, con grande potenziale di evoluzione. E fa vini, Curtefranca e Franciacorta, Roberto Turra, nella piccola azienda agricola che porta il suo nome, con cuvées che hanno come minimo 24 mesi di permanenza sui lieviti e sono Rosé a parte, che è 100% Pinot nero, dei Blanc de Blancs con solo Chardonnay.  

Perché mi sono piaciuti questi Franciacorta di Turra, forse, ed è strano, di solito mi succede l’opposto, più il Brut che il Pas Dosé? Perché sono tecnicamente impeccabili, forse un filo troppo freddi, scabri ed essenziali, molto montorfaneschi, ovvero più verticali che ampi, più minerali e sapidi che fruttati, con bolle molto croccanti e acidità che spingono.

Il Brut Chardonnay 100% 24 mesi affinamento, un dosaggio di 3 grammi, l’ho trovato molto beverino, piacevole senza essere piacione, ottimo per quelli che dal mondo prosecchista volessero passare alla più nobile dimensione del metodo classico, molto equilibrato in tutte le sue componenti, una buona cremosità al gusto, profumi di fiori bianchi, nocciola, crosta di pane, sfumature agrumate, una buona croccantezza al gusto.

Il Pas Dosé 2012, Chardonnay 100%, 40 mesi di affinamento, sboccatura febbraio 2017, 1 grammo di zucchero, l’ho trovato ancora leggermente duro al gusto, con una vena finale leggermente amara che non mi ha convinto. Perlage finissimo, come nel Brut, bellissima luminosità nel calice Franciacorta d’ordinanza, un bel colore paglierino brillante luminoso, ha avuto nella parte aromatica, naso ben secco, incisivo, nervoso, sfumature di miele, mandorle e agrumi, fiori bianchi, il suo meglio. Ma anche la sapidità ed il nerbo, un timbro scattante, un’acidità leggermente affilata, la freschezza, sono tutte state note che ho molto apprezzato. Ci fosse stato un po’ di frutto saremmo stati a posto.

Ovviamente non sono Franciacorta da sbicchierare e ostentare in modalità happy hour e aperitivo o servizio al bicchiere in wine bar o night, ma Franciacorta da portare e gustare a tavola in abbinamento alla consueta ampia gamma di piatti cui le bollicine della zona spumantistica bresciana si abbinano, da antipasti freddi con protagonista il salame che in zona è molto buono ad antipasti, primi o secondi dove protagonista è il pesce. Quello di lago, quando lo si riesce a trovare nei posti giusti, com’era una volta la Trattoria Il Volto a Iseo, e oggi sono la Trattoria del Muliner di Clusane e anche per il pesce di mare l’Albergo Ristorante Rosa sempre ad Iseo. Perché Franciacorta buoni come questi e pesce di lago sono l’abbinamento perfetto, the perfect match come direbbero i più fighi…

Turra Franciacorta

Via Predari 25033 Cologne BS

Tel. 338 3655489

Mail info@turrafranciacorta.it

Sito Internet

http://www.turrafranciacorta.it/

E’ un bel po’ che questo blog, che della zona di produzione in questione tanto si è occupato, non dedica spazio alle bollicine di questa area vinicola lombarda che in 59 anni di storia (la prima bottiglia è del 1961) è riuscita a ritagliarsi un ruolo di primissimo piano nel panorama del metodo classico italiano.

clark-Radicale, un non Prosecco a base di Glera che me piase!

Venerdì sera una bottiglia di bollicine mi ha messo letteralmente in crisi. Ha non dico sconvolto, ma agitato le mie certezze di bevitore di bollicine che adora i metodo classico, Champagne in primis, poi Cava e Corpinnat spagnoli, poi i nostri metodo classico a denominazione d’origine, quelli prodotti in Trentino, Alto Adige, Oltrepò Pavese, in Alta Langa, nella zona spumantistica bresciana di cui non ricordo mai il nome, e quelli da vitigni autoctoni atti alla spumantizzazione metodo classico che si producono dal Piemonte (da Arneis, Nebbiolo, Cortese, Erbaluce) alla Valle d’Aosta. Dalle Marche del Verdicchio dei Castelli di Jesi al Lambrusco di Sorbara all’Etna del Nerello Mascalese. Passando per le bollicine base Bombino bianco di D’Araprì nel foggiano.

Ci sono rimasto di… palta, come diciamo a Milano, perché le bollicine che mi hanno messo in agitazione nascono da un’uva che non riscuote proprio la mia stima, perché è l’uva da cui nascono delle bollicine che non sono proprio nel mio cuore, quelle del Prosecco. C’è però Prosecco e Prosecco. Ci sono molti Prosecco diversi. C’è quello che aborro, senza esitazioni, in toto, perché rappresenta una pura operazione commerciale e di marketing, una forzatura della storia delle bollicine trevigiane, ovvero il Prosecco di pianura della Doc veneto friulana Prosecco Doc. Quello dei 600 milioni di bottiglie e più, quello che non mi viene voglia di bere nemmeno se morissi di sete.

C’è poi il Prosecco storico, quello delle colline meravigliose della Marca Trevigiana, quello Superiore Conegliano Valdobbiadene Docg, 90 milioni di pezzi che sembrano già tanti, ma sono pochi rispetto ai tantissimi del cuginetto Doc.

C’è poi il più piccolo, ma in crescita, Prosecco Superiore Asolo Docg (15 milioni di bottiglie secondo questo articolo) e poi c’è tutto un mondo misterioso, un po’ alchemico e stregonesco dei Prosecco non Prosecco denominati Colfondo, fermentati in bottiglia come un metodo classico, vini che spesso si presentano chiusi con il tappo corona invece che di sughero, nei qual “il ruolo dei depositi che si formano e restano in bottiglia è fondamentale nel caratterizzare i vini”.

Il vino che ho bevuto è proprio uno di questi, folle e diverso dagli altri sin dal nome e dall’etichetta d’artista, Radicale, uno metodo classico da uve Glera che viene venduto senza essere stato preventivamente dégorgiato, di modo da evitare assolutamente ogni aggiunta di anidride solforosa.

Il produttore di questo diverso approccio alla rifermentazione di uve autoctone del territorio, ovvero Glera, in terra di Conegliano Valobbiadene Docg, si chiama Bellenda, e propone una vasta gamma di bollicine proseccose. Ma anche di metodo classico dalle uve storiche per validi metodo champenoise.

Tutto merito di quel geniaccio di Umberto Cosmo, il quale amando le bollicine giuste, quelle metodo classico, ha pensato bene di agire anche come importatore di Champagne introducendo in Italia le cuvées di una piccola Maison che amo, Roger Coulon, produttori di Champagne dal 1806. Champagne di cui ho più volte scritto su questo blog.

Il Prosecco non Prosecco Radicale esiste in due versioni, una solo in magnum che esce quattro anni dopo la vendemmia, mente la versione in bottiglia normale, quella che ho bevuto, è impreziosita da un’etichetta disegnata dall’artista e grafico Maurizio Armellin, tratta dalla serie
Street people dal titolo Vento di primavera, ed esce 12 mesi dopo la vendemmia.

Il vino nasce da uve Glera “provenienti dalla zona di Carpesica con giacitura sud-sud ovest, con suolo argilloso calcareo, ricco dei residui di morena glaciale dell’antico ghiacciaio del Piave che scendeva dalla sella del Fadalto tra il monte Pizzoc e il monte Visentin. L’altitudine media è di 180 m s.l.m.. Il sistema di allevamento è a Sylvoz, con una densità di impianto media di 4200 piante per ettaro.

La vendemmia viene effettuata manualmente nella seconda metà di settembre e la resa media è di 70 hL/Ha. Il clima è temperato, con inverni freddi ed estati calde ma con buona ventilazione, non afose. Notevole è l’escursione termica, specialmente nel periodo estivo”.

La scheda tecnica dice che è “pigiato e fermentato in presenza di vinaccia, 60% in tini di legno e 40% in acciaio. Decantazione statica prima dell’imbottigliamento. Assemblaggio e tirage su lieviti indigeni (non filtrato) e senza aggiunta di solfiti. Sosta sui lieviti per 24 mesi e poi messo in punta per la conservazione in modo da limitare la successiva evoluzione”

Perché mi è piaciuto questo Radicale che Cosmo, tenace difensore delle ragioni e della nobiltà del Prosecco Docg, come ha dimostrato regalandomi questo intervento, per renderci la vita più ci suggerisce di stappare dopo aver lasciato in precedenza la bottiglia per una giornata in posizione verticale a tappo in giù, ma che io, noncurante dei suoi consigli, ho tenuto in posizione normale come fosse un metodo classico?

Risposta semplice. Perché non sa di Prosecco e di Glera, perché è ben secco, affilato, diretto, salato, nervoso, mordente e mordace e non dolcione e stucchevole. Perché è alieno da ogni forma di banalità e di ruffianeria, perché ha profumi di sale e pietra e sfumature di agrumi, di fiori secchi e mandorle, perché nel bicchiere giusto (e io avevo il meraviglioso calice di Luca Bini, lo Sparke di Italesse) sviluppa un gioco di bollicine finissime tutto ghirigori e strutture che meriterebbero una macchina fotografica seria e non me e uno smartphone cinese. E poi, accidenti a me bene/maledetto, si fa bere, ha convinto gli scetticismi verso i Prosecco in ogni forma miei e della mia ex moglie, che lo assaggiava con me e che l’ha trovato intrigante.

Fossero tutti così i Prosecco, quelli non Prosecco come questo e quelli veramente Prosecco nelle diverse coniugazioni, rischierei, da anti-prosecchista  come sono e resto, di diventare prosecchista. Ma con riserva e adelante con juicio, non esageriamo…

Venerdì sera una bottiglia di bollicine mi ha messo letteralmente in crisi. Ha non dico sconvolto, ma agitato le mie certezze di bevitore di bollicine che adora i metodo classico, Champagne in primis, poi Cava e Corpinnat spagnoli, poi i nostri metodo classico a denominazione d’origine, quelli prodotti in Trentino, Alto Adige, Oltrepò Pavese, in

clark-La cazzata dello “Champagne italiano” è ancora online sull’Ansa

Pensavo che la più nota e famosa
agenzia di stampa italiana, l’Ansa,
fosse una cosa seria. Mi sbagliavo, non solo ha pubblicato una idiozia come
questa, ma ancora a diversi giorni di distanza da quando l’ha lanciata,
utilizzando il testo di un comunicato stampa delirante del produttore, la
scemenza è ancora online
.

Del modo vergognoso e patetico del
produttore piemontese di presentare il proprio metodo classico avevo
già scritto qui
, ma ora, dopo aver provveduto a segnalare la cosa agli
amici del Comité Champagne mi
sa che proverò a sentire se l’inutile Ordine dei
giornalisti
, cui sono iscritto dal 1981, e la direzione generale dell’Ansa non
hanno nulla da dire in merito…

Non bisognerebbe leggere prima di pubblicare?
E possibile che nella redazione (piemontese o romana?) del canale Terra & Gusto nessuno
abbia capito che stava pubblicando una caxxata? Possibile che nessuno sappia
che non si possono produrre uno “Champagne italiano”, un Parmigiano Reggiano
francese, un Franciacorta inglese?  

Oppure ha ricevuto una stecca?

Pensavo che la più nota e famosa agenzia di stampa italiana, l’Ansa, fosse una cosa seria. Mi sbagliavo, non solo ha pubblicato una idiozia come questa, ma ancora a diversi giorni di distanza da quando l’ha lanciata, utilizzando il testo di un comunicato stampa delirante del produttore, la scemenza è ancora online. Del modo vergognoso

clark-Tre Vescovi metodo classico Brut Rosé Cantina Vinchio Vaglio Serra

Ieri sera ho stappato un metodo classico Rosé un po’
particolare. Piemontese, 24 mesi sui lieviti, opera di una Cantina sociale nota
per i suoi Barbera d’Asti tradizionali e ben fatti come la Cantina di Vinchio Vaglio Serra di Vinchio nell’astigiano.

L’ho stappata perché adoro i metodo
classico ed i Rosé. L’ho stappata perché ero curioso, dopo aver trovato
veramente buonissima un’altra esercitazione sullo stesso tema, ma non fatta in
Piemonte, ma in Franciacorta, nella
cantina di uno dei migliori produttori di Franciacorta, Andrea Arici di Colline
della Stella
(vino virtuale, ovviamente non Franciacorta Docg tanto che non
figura nemmeno sul suo sito
Internet
) di capire cosa si potesse ottenere in Piemonte lavorando sulla grande
uva Barbera.

Non come vino fermo, così come la
conosciamo nelle tante versioni, Barbera d’Asti, del Monferrato, Alba, Colli
Tortonesi, ecc. ma in versione rosa,
rosa fermo o rosa con le bollicine.

E sul rosa fermo da questo vitigno identitario ci stanno lavorando in diversi, anche nomi notissimi e vedrete che cose meravigliose faranno…

Tornando a noi, il vino che ho assaggiato e che mi è piaciuto ma.. si potrebbe far meglio, sull’eleganza e la complessità, si chiama I Tre Vescovi, ed è raccontato così dettagliatamente dalla cantina sul suo sito Internet: “La storia del nostro I TRE VESCOVI comincia prima della vendemmia, la scelta delle uve viene fatta con oculatezza per avere a disposizione una materia prima di ottima qualità, perfettamente sana e giustamente matura con una ricchezza zuccherina non eccessiva. L’uva, raccolta in cassette, viene pressata integra, in modo soffice, per ottenere circa il 50% di mosto fiore dalla quantità di uva di partenza.

Dopo una decantazione naturale, il mosto viene fatto fermentare a temperatura controllata in piccole botti per un periodo di circa tre mesi, dopodiché inizia quello che rappresenta per il nostro vino un momento fondamentale perché dà inizio ad una seconda vita. Il tre vescovi ormai brillante e stabile, aggiunto di zucchero, di lieviti particolari e di sostanze per loro alimentazione, viene imbottigliato, chiuso con un tappo speciale e posto a fermentare (seconda fermentazione) in ambiente opportunamente condizionato (T. 15-18 gradi) al riparo della luce.

Qui comincia la trasformazione, lenta e incessante, di un vino in uno spumante ad opera di meravigliosi microrganismi che elaborano lo zucchero producendo alcool e anidride carbonica la quale, imprigionata dal tappo, si amalgama finemente col vino e darà origine al momento della stappatura alla spuma e al perlage.

Dopo 24 mesi si realizza la prima “sboccatura”, la fase finale della nostra storia che consiste in una serie di operazioni che hanno come scopo di eliminare i lieviti dalle bottiglie, di colmarle e di tapparle con il classico tappo a fungo”.

Concordo sostanzialmente con la descrizione organolettica del vino dell’azienda che parla di “vino dal colore rosato pallido con riflessi gialli che ricordano quello che in francese viene definito pelle di cipolla (peau d’oignon), dal profumo complesso, una buona eleganza, con sentori di crosta di pane e piacevoli note fruttate mantenendo un’ottima armonia. Al gusto si presenta sapido, vivo, con una ottima struttura”, anche se a me, cercando il pelo nell’uovo, mi sembra più un sangue di piccione che una buccia di cipolla, e la complessità aromatica mi è apparsa non molto complessa, con le note di crosta di pane prevalenti sulle sfumature di piccoli frutti rossi, agrumi.

Mi è piaciuto l’equilibrio tra acidità e frutto, la sapidità, ma 14,90 euro al punto vendita aziendale non sono forse un po’ troppi?

Ieri sera ho stappato un metodo classico Rosé un po’ particolare. Piemontese, 24 mesi sui lieviti, opera di una Cantina sociale nota per i suoi Barbera d’Asti tradizionali e ben fatti come la Cantina di Vinchio Vaglio Serra di Vinchio nell’astigiano. L’ho stappata perché adoro i metodo classico ed i Rosé. L’ho stappata perché ero