clark-Roma Champagne Experience

Mancano solo due mesi al più grande evento dedicato a Le ROI Champagne in programma nel 2020 in Italia, la Roma Champagne Experience, 10-11 maggio alla Fiera di Roma..
Per iscriversi e per tutte le informazioni visitate il sito Internet dell’evento:
https://champagneexperience.it/?gclid=EAIaIQobChMI7byTi8D95wIVx7HtCh3lDAESEAAYASAAEgKjk_D_BwE

Mancano solo due mesi al più grande evento dedicato a Le ROI Champagne in programma nel 2020 in Italia, la Roma Champagne Experience, 10-11 maggio alla Fiera di Roma..Per iscriversi e per tutte le informazioni visitate il sito Internet dell’evento: https://champagneexperience.it/?gclid=EAIaIQobChMI7byTi8D95wIVx7HtCh3lDAESEAAYASAAEgKjk_D_BwE

clark-Brut metodo classico Mattia Vezzola Costaripa

Bollicine gardesane che tanti Franciacorta si sognano…

C’era una volta, non è una fiaba ma
semplice storia delle bollicine metodo classico italiane degli ultimi 50 anni, un’azienda agricola di grande valore ad
Erbusco
. Produceva buoni Franciacorta e Curtefranca, non i migliori in assoluto, perché quelli li produceva e li
produce ancora un’altra azienda che si trova nello stesso villaggio capitale della zona spumantistica
bresciana, ma diciamo che si difendeva benissimo e che di Rosé come quello che produceva non c’era nessuno, nemmeno l’azienda
di cui sopra, che ne producesse uno altrettanto buono. Fine, elegante,
raffinato. Una chicca… Così buono come l’avevo
raccontato in questo articolo
.

Merito ovviamente di chi ci aveva
messo i soldi, tanti, il
patron
(o sarebbe meglio chiamarlo “il
paron
” alla veneta?) uno che progressivamente a questa cantina ne aveva
aggiunta un’altra minore,
sempre in zona, e poi ne avrebbe aggiunte altre, in Toscana. E poi in Sardegna.
Uno che era ed è soprattutto un costruttore, uno che ultimamente si
è messo in testa un folle, assurdo progetto

Ma merito soprattutto, la fortuna, l’immagine e la qualità di questa azienda franciacortina, del suo enologo, uno dei tre, quattro migliori chef de cave che abbiamo in Italia. Uno che potrebbe benissimo lavorare in Champagne, zona che lui conosce benissimo, tanto è bravo, capace e stimato. Un uomo, lo avrete capito, che corrisponde al nome di Mattia Vezzola, che franciacortino di nascita non è ma gardesano, di Moniga (del Garda)… Un paese che ogni volta che ci penso mi fa venire in mente una rima che vi risparmio, perché un filo di eleganza ci vuole sempre…

Mattia Vezzola lavorava benissimo,
gestiva bene la concorrenza con la CDB, ma poi un giorno il patatrac… Il paron
della Maison ha tre figlie e bisognava inserirle in azienda e se una delle tre
ha studiato enologia e si è messa in testa di fare vino beh, bisognava
lasciarle spazio…

E così ci fu la rivoluzione, non
solo grafica, simbolizzata dal passaggio da etichette raffinate, quasi
invisibili, a sgargianti
etichette multicolori
adatte sicuramente per far notare le bottiglie sugli
scaffali ma degne di un vino da supermercato (con tutto il rispetto parlando)
non di un’azienda vinicola leader (paragonare queste etichette, please!, con
quelle di Cà del Bosco: altra musica, altra classe, altra cultura…), ma una
rivoluzione anche tecnica. E di marketing, con le
bottiglie della cuvée arancione finite sugli scaffali della GDO a 8,90 euro
.

Coinvolto suo malgrado in questa
rivoluzione – involuzione, Mattia Vezzola, da gran signore qual è, non ha
battuto ciglio, continuando a lavorare, con sempre minore coinvolgimento, ad
Erbusco, e sempre più impegnato nella cantina di famiglia, Costaripa, sul Lago di Garda
sponda bresciana, a Moniga (ancora niente rima…), creata nel 1936 dalla
famiglia. Un’azienda, cresciuta ormai sino a superare il mezzo milione di
bottiglie prodotte. Un’azienda nota soprattutto per i suoi rosati, di cui
Mattia Vezzola è uno dei massimi esperti e cultori italiani, un vero
conoscitore, parlo del Rosamara, e
meno, non mi piace e lui lo sa, del rosato affinato in legno, il Molmenti.

Mattia produce metodo classico, in terra franciacortina nella cantina di Erbusco e nella sua azienda gardesana, dal 1973 e oggi la produzione di metodo classico di Costaripa ha raggiunto la ragguardevole cifra di 230.000 unità, mica briciole. Lavorando, con l’abilità dello chef de cave che è, su uve gardesane, provenienti dalle terre più vocate e fresche del Garda, e da uve che acquista in Franciacorta nella zona di Iseo, Mattia realizza cinque cuvée, sempre giocando sulla tipologia Brut, sia in bianco che in Rosé, e non sul Pas Dosé, perché lui, soprattutto nel suo Crémant, vuol tirare fuori bollicine di grande cremosità e morbidezza, e non vini spigolosi e a volte un po’ eccessivi, che esaltano il terroir ma forse difettano un po’ in termini di armonia.

Tutte buone
le sue bollicine (unico neo, se mi si è concesso, le etichette, che non sono
quelle orribili della maison del paron
bresà
, per fortuna, ma non mi piacciono molto e mi sembrano un po’ rococò)
ma per cominciare a raccontarvele, per raccontarvi quanto sia ancora bravissimo
Mattia Vezzola giunto all’alba dei suoi giovanissimi 68 anni (chapeau! …) e
affiancato in azienda dai bellissimi figli Nicole e Gherardo, ho scelto sere fa
di stappare il suo Brut non millesimato.

Una cuvée
da uve Chardonnay, per il 90% provenienti dall’areale gardesano e per il 10%
dalla Franciacorta, il 35% delle quali fermenta in piccoli fusti di rovere. 6
grammi il dosaggio degli zuccheri, 17-18 euro prezzo sullo scaffale in enoteca.
Inutile soffermarsi sui dettagli tecnici, sulla pigiatura che avviene con uva
intera e che è lenta e soffice, sulla durata della permanenza del mosto che
fermenta in legno, che è comunque di otto mesi.

Meglio parlare del vino in sé, che è ammirevole, ben fatto, appealing, pensato per essere piacevolmente bevuto e non per seghe mentali o ostentazione di attributi. La bollicina metodo classico che la stappi e in due la singola bottiglia non basta..

bty

Colore
paglierino oro luminoso, perlage sottile (esaltato dal mio bicchiere preferito, quello
di Luca Bini
) mostra subito la sua classe con un naso fine, elegante, ampio
e luminoso (oh yes, i profumi possono essere luminosi, emanare luce piuttosto
che oscurità) e una nitidezza d’accenti dove l’uso del legno non traspare.

E poi che
piacevolezza, che armonia, che finezza, quale dolcezza al primo assaggio, quale
sensazione cremosa, rotonda, morbida il giusto, senza spigoli, quale avvolgenza
e persistenza, quale lunghezza. E che modo convincente e raffinato di farsi
bere…

Che dire,
sarà anche rubentino, ma di fronte a Mattia
Vezzola
e alle sue bollicine metodo classico gardesane con un po’ di
Franciacorta dentro, tanto di cappello, mesdames et messieurs, chapeau!

Azienda
vinicola Costaripa

Via
della Costa 1/a

Moniga
del Garda

Tel.
0365 502010

e-mail info@costaripa.it

www.costaripa.it

Bollicine gardesane che tanti Franciacorta si sognano… C’era una volta, non è una fiaba ma semplice storia delle bollicine metodo classico italiane degli ultimi 50 anni, un’azienda agricola di grande valore ad Erbusco. Produceva buoni Franciacorta e Curtefranca, non i migliori in assoluto, perché quelli li produceva e li produce ancora un’altra azienda che si

clark-Lessini Durello metodo classico Extra Brut Sandro De Bruno

Mi raccomando, non fate i mona dicendo che sono le bollicine
preferite da Rocco Siffredi, quelle che lo aiutano, manco fosse una specie di viagra vinoso, nelle sue celebri
performance da re del porno…

Il Durello (secondo alcune dizioni antiche la Durella) è un’uva seria e importante nell’economia vitivinicola veneta. E’ il vitigno autoctono dei Monti Lessini, una vite antica e rustica che dona uve dorate la cui caratteristica fondamentale è un tipico sapore acidulo ed una buccia spessa e ricca di tannini: sostanze polifenoliche che contribuiscono tipicamente a determinare la struttura corposa dei vini rossi. La Durella è attestata sui Monti Lessini almeno fin dal Medioevo. Le alte vallate dei Monti Lessini, tra le province di Verona e Vicenza, rappresentano da sempre un ambiente ideale per lei.

Sono “vigneti di alta collina che
godono di ideale esposizione, aerazione ed escursione termica. Sono situati su
suoli vulcanici e questo tipo particolare di suoli, nel mondo, rappresentano l’1% della superficie
terrestre, sono composti da tufi e basalti, ricchi di ferro, magnesio e
moltissimi altri micro-elementi che attraverso l’uva si trasferiscono al vino
conferendogli una caratteristica sapidità minerale.

Per la loro porosità le terre
vulcaniche sono in grado di accumulare acqua e calore solare, rilasciandoli
lentamente all’occorrenza. Sono inoltre ricche di sostanze nutrienti per la
vite e fanno da barriera naturale contro le malattie del suolo. Per queste ragioni
la viticoltura su terreni vulcanici richiede minori interventi esterni ed è
quindi ecologicamente più sostenibile. L’Italia è il Paese vinicolo in cui si
trova la maggior varietà di territori vulcanici, e anche se molti sono portati
a pensare ad Etna e Vesuvio in primis, l’area del Soave e quella dei Monti
Lessini è una delle zone con terreni vulcanici più diffusi.

Io
credo al Durello
,
ho scritto il primo articolo che lo riguarda nel lontano 1999, su
Wine Report
, sono stato il primo giornalista non veneto a dare una mano per
farlo conoscere meglio, ho
scritto dieci anni fa, qui,
che erano bollicine da tenere d’occhio, condotto
degustazioni e incontri in collaborazione con il Consorzio del Soave
ed il
suo vulcanico direttore Aldo Lorenzoni,
e poi su questo blog, basta
vedere qui
, ho scritto varie volte di singole bollicine di Durello che mi
avevano colpito favorevolmente.

Dieci anni fa le bottiglie di Durello erano 500 mila, oggi, dati ufficiali che mi sono stati forniti dal Consorzio Monti Lessini, che le sorti del Durello cura, le aziende produttrici di Durello, fermo, metodo Charmat e metodo classico, sono 26, e nel 2019 sono state messe in commercio 1.100.000 bottiglie. Per quanto riguarda la produzione annua un 65% sono a metodo charmat, ovvero 715.000, e 35% a metodo classico, ovvero 385.000, con quest’ultimo in crescita di anno in anno. 

Amo
gli spumanti Lessini Durello
per
la loro spiccata mineralità vulcanica che presentano. E nei giorni scorsi mi
sono imbattuto in un Lessini Durello coi fiocchi, il Lessini Durello metodo classico Extra Brut 60 mesi di Sandro De Bruno.
Chi ne sia il produttore è presto detto. Si chiama Sandro Tasoniero e con la moglie Marina Ferraretto è proprietario a Montecchia di Crosara in
provincia di Verona di un’azienda agricola che conta su 24 ettari vitati, un’azienda
che si chiama Sandro De Bruno e che è stata
fondata nel 2002.

Sandro
e Marina rappresentano “la terza generazione di viticoltori nella zona di Soave
e dei monti Lessini. Il nonno Alessandro iniziò la sua carriera negli anni ’30,
poi suo figlio Bruno continuò la sua professione e per continuare la tradizione
con Sandro, Marina e il figlio Niki”.
Un’azienda che produce
vini bianchi fermi
, Soave, Soave superiore, Soave Colli Scaligeri e un
Sauvignon, poi Recioto
di Soave e Passito
, vini rossi come Cabernet
Sauvignon e Pinot Nero e due spumanti.

Le vigne sono situate sul Monte Calvarina da 600 metri di altezza in su, sono condotte secondo i principi dell’agricoltura integrata e sostenibile, che prevedono l’impiego di tecniche agricole ecologicamente sostenibili e compatibili con la tutela dell’ambiente naturale per preservare la risorsa ambiente con “interventi ridotti al minimo indispensabile, mirati solo alla necessità e finalizzati alla ricerca di un equilibrio naturale e stabile senza interferenze con la natura. Le concimazioni sono solo di tipo organico e certificato, senza alcun prodotto di sintesi chimica come anche la rimozione delle malerbe in vigneto, che viene operata senza l’uso di diserbanti di sintesi”. Vigneti coltivati “senza l’uso di pesticidi, utilizzando rame e zolfo e fertilizzanti naturali, alternando negli anni usiamo la cultura del sovescio e le uve vengono raccolte in perfetta maturazione per dare struttura e tipicità esaltandone le parti aromatiche”. La produzione è intorno alle 90 mila bottiglie complessive.

bty

Che cos’è il Lessini Durello metodo classico Extra Brut Sandro De Bruno?  Un fenomenale méthode champenoise riserva, una cuvée composta per l’85% da
Durella e da un 15% di Pinot bianco, da una vigna di quattro ettari, 35 anni di
età, esposta a sud, posta a 500 metri di altezza, resa per ettaro 100 quintali,
2 grammi di residuo zuccherino, un dosaggio di solfiti molto basso, 75 mg/l,
60 mesi di affinamento sui lieviti, tiraggio 2011 e sboccatura 2019. Uve
raccolte a mano in piccole casse, pressatura soffice in saturazione di azoto a
bassa temperatura, terminata la fermentazione le fecce nobili sono state
preservate eseguendo settimanalmente dei bâtonnage e conservate per 8 mesi.

Non ho
potuto purtroppo abbinarlo al piatto di elezione cui si abbina e dà il suo
meglio, il meraviglioso bacalà alla
vicentina
, una sola c, fatto secondo la
ricetta canonica della Confraternita del Bacalà
.. Ma pensando a come
sarebbe stato meraviglioso abbinato ad una dozzina almeno di ostriche, a voi
scegliere la varietà, se fin claire o Belon, o altro, l’ho goduto veramente e l’ho
trovato non solo un fantastico Lessini Durello, forse il migliore che avessi
mai bevuto, ma un metodo classico formidabile, degno di misurarsi con i
migliori metodo classico da vitigni autoctoni italiani. Oh yes…

Colore
paglierino oro squillante, perlage sottile e continuo, naso diretto, nitido,
nervoso, con note di fiori secchi, mandorle, marzapane, agrumi, pietra, in
evidenza a sviluppare un bouquet di assoluta purezza e freschezza. Fantastico l’attacco
in bocca, e un disporsi sul palato cremoso eppure mordente, dolce e aggressivo,
lungo, pieno, consistente e persistente, freschissimo e sapido, con quella nota
di pietra e sale che hanno solo i grandi metodo classico. I vini da terroir
vulcanici, i grandi Lessini Durello metodo classico come questo di Sandro
Tasoniero, grande chef de cave in terra di Lessinia… Chapeau!

Sandro De Bruno

Via
Santa Margherita, 26

37030
– Montecchia di Crosara fraz. Pergola VERONA

Tel.
045 6540465

E-mail info@sandrobruno.it Sito
Internet www.sandrodebruno.it

Mi raccomando, non fate i mona dicendo che sono le bollicine preferite da Rocco Siffredi, quelle che lo aiutano, manco fosse una specie di viagra vinoso, nelle sue celebri performance da re del porno… Il Durello (secondo alcune dizioni antiche la Durella) è un’uva seria e importante nell’economia vitivinicola veneta. E’ il vitigno autoctono dei

clark-Gran Cuvée Blanc de Noir Brut 2016 Travaglino vs Pas Dosé 2015 Torre degli Alberi

Pinot nero metodo classico Oltrepò
Pavese a confronto

Per la serie #unbuonoltrepoalgiorno Un buon vino
dell’Oltrepò Pavese al giorno, il
miglior modo per andare oltre gli scandali e togliersi il medico di torno…
All’insegna dell’Oltrepò buono, pulito e giusto, ancora metodo classico base Pinot nero in purezza di scena, e qualche
sera fa mi sono divertito a metterne a confronto addirittura due, di aziende di
qualità molto diverse tra loro.

Nel primo
bicchiere, la Gran Cuvée Blanc de Noir 2016 di
Travaglino, nel secondo il Pas Dosé 2015
di Torre degli Alberi
dei marchesi Dal Verme. Il verdetto del confronto è
stato molto chiaro e ha visto piacermi decisamente di più…

Ma andiamo per ordine, e cominciamo
a presentare le due realtà produttive. Iniziamo da Travaglino, che si trova a Calvignano nella parte centro
occidentale dell’Oltrepò Pavese, sulle pendici del Monte
Cérésino
e conta su 400 ettari in corpo
unico, di cui 80 vitati, posti
su suoli argilloso – calcarei che poggiano su marne e arenarie, ricchi
di microelementi.

Una storia aziendale che si avvia nel
1965, quando “Vincenzo Comi, nipote del fondatore, cominciò un importante
lavoro di zonazione aziendale. Per ogni appezzamento fu individuato il vitigno
più adatto al tipo di terreno ed al microclima. Dieci ettari a 350 metri di
altitudine sotto la cima dell’omonimo monte che domina la Tenuta. Una terrazza
sull’Oltrepò esposta a Sud-Est, con suoli argilloso-calcarei che valorizzano
l’aromaticità e i profumi del Pinot Nero”.

Travaglino conta
anche su 12 cascine di proprietà, un borgo storico e una locanda. Da monastero
medievale
a tenuta vitivinicola
ottocentesca
. Da efficiente cantina a
complesso enoturistico. Travaglino è la più antica realtà vitivinicola
dell’Oltrepò Pavese, la cui prima citazione in un documento storico risale a
1111, e che nasce come tenuta agricola nel 1868.

Oggi a guidare la tenuta sono Cristina Cerri Comi, “quinta generazione della famiglia Comi, laureata in Economia Commercio all’Università Bocconi, con specializzazione in International Business Management alla Luic. Dopo varie esperienze all’estero, tra Hong Kong, Sidney e Madrid, nel 2013 prende le redini della Tenuta Travaglino con l’obbiettivo di valorizzare l’intera Tenuta”. Accanto a lei il fratello Alessandro Cerri Comi, che  dopo aver trascorso “un anno a San Diego dove ha studiato presso l’University of California, si è laureato in Relazioni Pubbliche e Comunicazione d’Impresa allo Iulm di Milano e nel 2017, dopo un Master in International Marketing alla HULT di Londra e alcune esperienze lavorative, decise di entrare in azienda, occupandosi dello sviluppo dell’ospitalità enoturistica, un settore sempre più importante per Travaglino”.

bty

Prestigioso consulente di Travaglino
è Donato Lanati, uno dei consulenti
vitivinicoli più importanti d’Italia, luminare dell’enologia varietale, un
insieme di tecniche e saperi basati sulla ricerca scientifica che mirano a
trasferire la massima espressione di un vitigno nel bicchiere, nonché fondatore
del centro di ricerche applicate allo sviluppo
enologico Enosis
. Allievo di Lanati Achille
Bergami
, laureato in Enologia all’Università di Milano, specializzazione in
Enologia Varietale, dopo esperienze in Italia e in India dal 2016 approda a
Travaglino con la convinzione che la qualità di un vino sia l’espressione del
vitigno nel territorio in cui è coltivato.

Anche quella di Torre degli Alberi è una storia antica. Torre
degli Alberi
è un piccolo borgo raccolto intorno a una torre
trecentesca, da sempre proprietà dei Dal Verme,
antica famiglia nobiliare originaria di Verona, dove si distinsero come
condottieri. I Dal Verme si trasferirono nella seconda metà del Trecento in
Lombardia al servizio dei Visconti, che premiano la loro fedeltà con il feudo
dell’Oltrepò Pavese, un tempo esteso tra Voghera, Bobbio e la val Tidone.

La tenuta fu dapprima presidio di avvistamento del castello di Zavattarello, dall’Ottocento è diventata la dimora di famiglia. Le terre sono state condotte a mezzadria con la coltivazione di cereali, foraggi e vite, finché Luchino, dopo la guerra ha integrato la produzione agricola con l’attività zootecnica, che da subito si è distinta per le tecniche d’avanguardia nell’allevamento avicolo e poi bovino. Ora la conduzione dell’azienda è passata al figlio Camillo e al nipote Filippo, che l’hanno sviluppata con nuove attività, tra cui la coltivazione della vite. L’azienda, certificata biologica, accanto all’attività vitivinicola finalizzata alla produzione di spumante, da quarant’anni alleva mucche di razza Limousine allo stato semibrado, che per sei mesi pascolano liberamente nei prati e per gli altri sei vivono in ricoveri aperti dove partoriscono i loro vitelli.

bty

L’azienda si trova a Torre
degli Alberi
, piccolo borgo frazione di Ruino sulle colline
dell’Oltrepò Pavese, a 500 metri di altezza. “Il paesaggio circostante è quello
tipico dell’Appennino: dolci ondulazioni, montagne sullo sfondo, boschi di
pini, querce, castagni, siepi di biancospino, vigneti, prati e campi coltivati.
Situata su un ripido versante esposto a sud/sud-ovest, cattura i raggi
solari fino al tramonto. Prima di essere destinata a vigneto, l’area è stata
pascolo per l’allevamento brado di bovini di razza Limousine, che hanno
arricchito di materiale organico naturale il terreno calcareo-argilloso.

I filari a spalliera, coltivati col metodo
Guyot
, sono impostati in modo da favorire una limitata
produzione di uva rispetto ad ogni singola pianta. Le viti sono curate con
prodotti di copertura autorizzati in agricoltura biologica, invece che
con trattamenti sistemici. Torre degli Alberi è azienda che aderisce alla Fivi, Federazioni Italiana Vignaioli indipendenti.

Dopo questo lungo pistolotto
introduttivo veniamo ai due vini, quello di Travaglino che sul sito Internet
aziendale appare ancora con la vecchia etichetta
(aggiornarlo no?) era un
Pinot nero in purezza, da uve provenienti dalla Vigna del portico e altre
vigne, poste su suolo argilloso-calcareo e marne sabbiose a 250-300 metri di
altezza, esposte a sud-est e si affina sui lieviti per tre anni e mezzo. Il mio
campione era di fresca sboccatura, novembre 2019. La tipologia è quella Brut,
con 6-7 grammi zucchero.

Il metodo classico di Torre degli Alberi era invece un Pas Dosé da uve dell’annata 2015, con 24 mesi di affinamento sui lieviti, da uve Pinot nero provenienti da un vigneto di alta collina a Ruino, con esposizione sud, con terreni con forte tenore di calcare ed un terroir che si giova di forti escursioni termine. Bassa produzione per ettaro, 60-80 quintali, uve raccolte a mano, e come si ho detto agricoltura biologica, con nessun uso di diserbanti, inerbimento controllato meccanicamente, concimazione con letame prodotto in azienda, utilizzo esclusivo di prodotti di difesa di copertura e un utilizzo estremamente basso, 35 mg/litro di solforosa totale.

bty

Due
eccellenti metodo classico, due ottime interpretazioni del Blanc de Noir, ma il bicchiere, che è sempre quello che ha ragione
e premia il vino che si fa bere più volentieri e meglio, ha premiato il Pas
Dosé di Tenuta degli Alberi.

Il Gran
Cuvée 2016 di Travaglino è ottimo, colore paglierino oro, perlage sottile e
continuo, naso caldo ed espansivo, maturo, largo in bocca, pieno, molto vinoso,
potente e strutturato, cremoso, ancora molto giovane a mio avviso, e non ancora
pienamente espresso, più ampio che verticale, un po’ carente di sfumature e
molto gastronomico nelle sue modalità di utilizzo.

Il Pas
Dosé 2015 di Terre degli Alberi, che si avvale di un anno di più in bottiglia e
della scelta intelligente della tipologia non dosato invece che Brut, mi ha
pienamente convinto per la sua complessità e freschezza, per un deciso quid in
più dal punto di vista della capacità di emozionare e di farsi bere.

Bello il
colore, un paglierino con una leggerissima vena ramata, subito aereo,
freschissimo, sapido, incisivo e nervoso a naso, con piccoli frutti rossi in
evidenza, sfumature agrumate, di fiori secchi, nocciola e una vena
sapida-minerale. E poi, con perfetta coerenza, una bocca viva, incisiva,
nervosa, con quella coda lunga e quella vibrazione, quel nerbo che nella cuveé
di Travaglino faceva difetto, bollicine croccanti, sale, verticalità e
profondità, freschezza. Un metodo classico che lo stappi e ne berresti due
bottiglie. Una magnifica lettura del Pinot nero di alta collina, un piccolo
capolavoro. Complimenti marchesi Dal Verme, un Pinot nero metodo classico, il
vostro, davvero di sangue blu.. Chapeau!

Tenuta
Travaglino

Località Travaglino 27045 Calvignano – PV tel. +39 0383 872 222 e-mail
info@travaglino.it sito Internet www.travaglino.it  https://www.instagram.com/travaglinovini/  https://www.facebook.com/TenutaTravaglino/

Azienda Agricola Camillo e Filippo Dal Verme

Località Torre degli Alberi – 27040 Ruino (Pv) –
Tel. 0385 955905 – Fax 0385 955921 Mobile 335 1320166 e-mail info@torredeglialberi.it sito
Internet http://www.torredeglialberi.it/

Pinot nero metodo classico Oltrepò Pavese a confronto Per la serie #unbuonoltrepoalgiorno Un buon vino dell’Oltrepò Pavese al giorno, il miglior modo per andare oltre gli scandali e togliersi il medico di torno… All’insegna dell’Oltrepò buono, pulito e giusto, ancora metodo classico base Pinot nero in purezza di scena, e qualche sera fa mi sono

clark-Pinot nero Rosé Brut metodo classico Cruasé Isimbarda

Eccomi, come promesso, all’appuntamento
settimanale con #unbuonoltrepoalgiorno Un buon vino
dell’Oltrepò Pavese al giorno (in
questo caso sarà uno alla settimana), il miglior modo per andare oltre gli
scandali e togliersi il medico di torno… All’insegna dell’Oltrepò buono,
pulito e giusto, dopo i metodo classico Rosé di Monsupello e di Ballabio che vi ho  proposto la settimana scorsa oggi vi consiglio un Cruasé..

Ma prima di
parlare del vino in oggetto, prodotto dalla cantina
Isimbarda
di Santa Giuletta, azienda un cui metodo classico avevo
già segnalato 7 anni fa
, vogliamo fare un ripasso e cercare di capire cosa
sia un Cruasé e che fine abbia fatto
il suo progetto? Quanti sono i produttori che ancora rivendicano questo marchio
e quante bottiglie portano il nome Cruasé in etichetta? Temo ben poche…

Per capire vi invito a leggere qui su questo blog gli articoli che a questa tipologia di metodo classico Rosé da uve Pinot nero dell’Oltrepò
Pavese ho dedicato negli anni. Vi invito a leggere
la riflessione
che un piccolo eccellente produttore di Pinot nero
vinificato in rosso e di metodo classico oltrepadani, Gianluca Ruiz De Cardenas
aveva pubblicato su questo blog, riflessione che era stata preceduta da un’altra
altrettanto acuta
.

Bene, ad anni di distanza dal suo lancio, il Cruasé è diventato
un oggetto non identificato o desaparecido da Chi l’ha visto.

Sparito il sito Internet dedicato che era www.cruase.it oggi digitando questo indirizzo
si viene rimandati al sito Internet del
Consorzio tutela vini Oltrepò Pavese
dove di Cruasé si trovano notizie solo
azionando il motore di ricerca interno
.

In
questo articolo di sette anni fa
dove segnalavo un buon Cruasé, quello di Cà Tessitori, che è una delle poche
aziende a rivendicare ancora il
marchio Cruasé
, raccontavo la storia e la genesi del progetto, che è questa:

Carlo
Alberto Panont all’epoca direttore del Consorzio del Consorzio tutela vini
Oltrepò Pavese, aveva pensato di fare del Cruasé l’ipotetica
“punta della piramide” dei vini oltrepadani, il “un nuovo punto di riferimento
della spumantistica di qualità e di denominazione italiana”, come veniva
scritto.

Il Cruasé doveva essere “un nuovo marchio collettivo”, che designava “un rosé naturale DOCG da uve Pinot nero ottenuto attraverso il metodo Classico”, “l’unico rosé naturale da uve a bacca rossa e di classe Docg sarà quello dell’Oltrepò Pavese”, un rosé metodo classico che doveva essee la crème de la crème del vino oltrepadano con le “bollicine” targato Oltrepò. All’epoca come si deduceva dalla pagine Web dedicata al Cruasé oggi scomparsa, dovevano essere circa  una quarantina i produttori interessati, oggi, si arriva a malapena ad una decina.

E
perché il nome Cruasé? “Tecnicamente, è una parola macedonia formata dalla fusione
tra “cru” (selezione) e “rosé” con l’interposizione di una “a” che fa
da congiunzione. Il percorso per arrivare al nome del nuovo prodotto simbolo
dell’Oltrepò Pavese ha dato modo di riappropriarsi di un pezzo importante di
storia locale. Cruà era l’antico nome del vitigno/vino
per eccellenza prodotto in Oltrepò Pavese, a cavallo del 1700”.

Poteva
essere una bella pensata unire “le due espressioni “Cruà”, come cru ma anche
come migliore espressione storica del rapporto vino-territorio, e “rosé”,
creando un marchio collettivo di proprietà del Consorzio, disciplinato da un
apposito regolamento, a supporto della Docg Oltrepò Pavese Metodo Classico
Rosé, che prevede un minimo di 85% di Pinot nero con la specifica di vitigno,
ma l’idea di creare una “nuova
tendenza”
è clamorosamente fallita.

I
dati del 2019 parlano di 478.730 bottiglie di metodo classico Docg nelle
diverse tipologie, Cruasé compresa, 70.000 relative ai Rosé, mentre un numero
sempre maggiore di produttori anche validi, come Monsupello, Ballabio, e vari
altri, preferiscono presentare le loro bollicine rosa e non come semplici VSQ.

Tornando
a bomba, al Cruasé di Isimbarda, vale
la pena ricordare che l’azienda è “situata
nel cuore dell’Oltrepò Pavese, e deve il suo nome all’antica famiglia dei
marchesi Isimbardi, patrizi lombardi divenuti feudatari del
“tenimento” di Santa Giuletta alla fine del secolo XVII. Soprattutto
don Luigi Isimbardi, che nell’Ottocento amava la cascina Isimbarda quanto il
suo maestoso palazzo di Milano, fu un ottimo viticoltore e precursore di moderne
tecniche di produzione”.

Dal
1991 Luigi Meroni, che “a simbolo dell’azienda può ancora adottare lo stemma
Isimbardi, si è applicato con la stessa passione e rinnovato spirito
imprenditoriale, rinnovando i vigneti nel rispetto del paesaggio e costruendo
la cantina, vero e proprio cuore pulsante dell’azienda”. L’azienda conta su 36
ettari vitati posti tra i Comuni di Santa Giuletta e Mornico Losana.
I vigneti, dai 15 ai 22 anni di età, sono posti ad un’altezza oscillante tra i
200 e i 350 metri di altezza. Vigneti che “ mantengono un prato permanente che
viene curato non solo per motivi estetici ma anche per evitare i fenomeni di
erosione del suolo che, oltre a ridurre la fertilità, può mettere in pericolo
la stabilità idrogeologica di questo territorio collinare”.

La gamma produttiva comprende vini diversi che vanno dalla Bonarda tradizionale e vivace fino ai rossi più importanti ai metodo classico. Nelle zone più soleggiate a bassa quota vengono coltivati i vitigni a bacca rossa: Barbera, Croatina, Uva Rara. A quota più alta si trova il Pinot nero. L’azienda è famosa per il suo Riesling (ovviamente Renano non italico) di cui conto di parlare presto su Vino al vino.

bty

Due
le linee, una di vini
della tradizione
, e una
di cru
, che oltre al Riesling Vigna Martina comprende il nostro famoso
Cruasé, un Brut Blanc de Noir da Pinot nero, una Première Cuvée Pinot nero Brut
metodo classico, il Pinot nero Vigna del Cardinale, e il celebre Oltrepò Pavese
Rosso riserva Montezavo, uno dei migliori nella sua tipologia inseme al Cavariola di Bruno (Paolo)
Verdi
e al Bohemi e al Cirgà de Le
Fracce
.

Dal 2003 si occupa dei vini l’enologo
veneto Daniele Zangelmi che cerca di mediare tra lo stile personale e le
esigenze commerciali di un’azienda che ha una rete vendita importante, curata
da una persona molto capace che l’Oltrepò Pavese non ha saputo capire
nonostante venisse da un’esperienza importante maturata in un’importantissima
Cantina sociale veneta. Ma si sa che in certe grosse cantine sociali
oltrepadane il concetto di qualità è molto relativo..

Perché vi consiglio questo Pinot nero Rosé Brut metodo classico Cruasé della Isimbarda? Perché pur essendo migliorabile, ad esempio scegliendo la
strada dell’Extra Brut invece del Brut (questo ha un dosaggio degli zuccheri
intorno ai 7 grammi) questo Cruasé, affinato 24-26 mesi sui lieviti, mi ha
convinto per le sue doti di equilibrio e piacevolezza, per la sua capacità di “raccontare”
il matrimonio d’amore tra l’Oltrepò Pavese ed il suo Pinot nero declinato come
bollicine rosa. Colore rosa corallo, buccia di pesca, brillante, luminoso,
mostra un naso elegante, sapido, profumato di piccoli frutti rossi, con leggere
sfumature agrumate. In bocca mostra la sua consistenza e caratura, la sua
spalla, con una salda struttura, una notevole vinosità, un bel nerbo acido e una
persistenza lunga, tale da prospettarlo, come tutti i migliori metodo classico
Rosé oltrepadani, Cruasé ovviamente compreso, come metodo classico
gastronomico, da abbinare, oltre al mitico Salame di Varzi, ad una vasta gamma
di primi e secondi piatti dove oltre al pesce siano protagoniste le carni
bianche, pollame e coniglio, in preparazioni fredde in insalata.

Provatelo, e ricordatevi l’hastag e
la parola d’ordine: #unbuonoltrepoalgiorno Questo l’Oltrepò
Pavese del vino che mi piace…

Azienda
agricola Isimbarda

Località Castello
Santa Giuletta (PV)
27046 – Italy
tel. 0383 899256
info@isimbarda.com sito
Internet http://www.isimbarda.com/index.html

Eccomi, come promesso, all’appuntamento settimanale con #unbuonoltrepoalgiorno Un buon vino dell’Oltrepò Pavese al giorno (in questo caso sarà uno alla settimana), il miglior modo per andare oltre gli scandali e togliersi il medico di torno… All’insegna dell’Oltrepò buono, pulito e giusto, dopo i metodo classico Rosé di Monsupello e di Ballabio che vi ho  proposto

clark-Città della musica, colate di cemento con pretese d’arte, ad Erbusco in Franciacorta

Viviana Beccalossi, ex assessore agricoltura Regione Lombardia, boccia l’idea

Ricordate la singolare vicenda, di cui mi sono occupato qui, dell’allucinante progetto della costruzione di una “città della musica”, un megateatro, manco fossimo a Milano, Londra o New York, nel cuore della Franciacorta, ad Erbusco?

Si tratta del progetto voluto da Vittorio Moretti un nome che non è solo sinonimo di Franciacorta, dove ha due cantine, Bellavista e Contadi Castaldi e del cui Consorzio vini è stato (non indimenticabile, anzi) presidente. Ma che riguarda anche una cantina a Bolgheri, Petra, proprietà in Sardegna come Sella & Mosca, una cantina a San Gimignano e soprattutto una vera e propria industria delle costruzioni, come si può leggere in dettaglio nel mio articolo sopra citato.

Cosa si è messo in testa il Signor Vittorio? Di cementificare, ripeto, cementificare pesantemente un’area del comune di Erbusco (borgo vitato dove ha sede il Consorzio Franciacorta, dove ci sono cantine fiore all’occhiello della zona spumantistica bresciana come Cà del Bosco, Cavalleri, Gatti, Vezzoli, Derbusco Cives, San Cristoforo, Uberti, per citare solo le più note, e dove si trova l’orripilante, all’aspetto, Centro Commerciale Le Porte Franche, proprietà di Moretti, che il tycoon bresciano ha tentato di rendere ancora più grande. Ma la sua idea, folle, fortunatamente è stata bocciata da un referendum.

Vorrebbe, preso da manie di grandezza e da smania di investimenti, dall’esigenza di qualificare l’area in un modo per poi un domani utilizzarla per altro, costruire una Franciacorta Concert Hall, una cosiddetta “città della musica” dove far affluire dall’universo mondo spettatori entusiasti di improbabili rappresentazioni musicali, manco di trovassimo a Salisburgo per il Festival di Pasqua o a Bayreuth per le rappresentazioni wagneriane o a Vienna nella nella sala dorata del Musikverein per il Neujahrskonzert der Wiener Philharmoniker.

Al progetto si sono opposti già in molti. Innanzitutto gli ambientalisti che temono che la zona a vocazione agricola e vinicola venga ulteriormente cementificata, con altro cemento ad aggiungersi ai molti capannoni che s’incontrano lungo la dorsale Rovato Erbusco e poi dalla rotonda di Rovato procedendo verso Iseo e transitando davanti alla cantina della Cà del Bosco poi davanti all’Esselunga di Cortefranca.

Ha taciuto sinora, ma si mormora che sia favorevole al progetto morettiano il Comune di Erbusco, con una giunta che vede sia un Sindaco che un vice Sindaco a cognome Cavalleri, (nessuna parentela con la famiglia Cavalleri proprietaria dell’omonima ottima cantina, una delle tre migliori della zona) tace l’assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia, il bresciano Fabio Rolfi, che dicono essere in ottimi rapporti con Moretti e la Franciacorta più istituzionale e potente. Tace, e non si capisce perché lo faccia, un soggetto direttamente coinvolto come il Consorzio Franciacorta.

Capisco l’imbarazzo nel pronunciarsi sul progetto del proprietario di una delle aziende più potenti all’interno del Consorzio, un personaggio ricco e potente che è stato anche Presidente (un mediocre presidente) per due mandati, ma il presidente attuale, Silvano Brescianini, alias Barone Pizzini, ed il Consiglio, che pure conta su nomi importanti come Arturo Ziliani, tanto per citarne uno solo, dovrebbero pure pronunciarsi a proposito… E perché tace l’ex presidente del Consorzio, il simbolo della Cà del Bosco ed ex presidente (illuminato) del Consorzio Maurizio Zanella?

Tacciono (e forse acconsentono) in troppi, ma non ha taciuto e ha fatto anzi fatto sentire alta e forte la  propria voce un’altra bresciana. Parlo dell’ex Assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia, nonché attuale presidente del Gruppo misto in Regione, la bresciana Viviana Beccalossi, che come riferisce il Giornale di Brescia in questo articolo, parla del progetto della Franciacorta Concert Hall a Erbusco, chiamata anche «città della musica» come di una “Un’opera «spropositata», che porta «consumo di suolo, traffico e nuovo inquinamento a pochi passi dai vigneti delle bollicine di Franciacorta».

La Beccalossi, già aderente al Movimento Sociale Italiano, poi ad Alleanza Nazionale, già vice presidente e Assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia nella Giunta Formigoni e poi deputata dal 2008 al 2013 del Popolo della Libertà, quindi dal 2013 al 2018 Assessore al Territorio, Urbanistica e Difesa del suolo della Regione Lombardia, e ora ex Fratelli d’Italia nonché presidente del Gruppo misto alla Regione Lombardia, ha chiesto alla “Regione Lombardia di vederci chiaro. Quattro anni fa i cittadini hanno bloccato con un referendum il raddoppio del centro commerciale Porte Franche. Oggi, seppure con un progetto completamente diverso, si vuole intervenire sulla stessa area. Non vorrei che si voglia far rientrare dalla finestra ciò che era uscito dalla porta». 

La consigliera regionale punta il dito contro l’impatto ambientale dell’opera: «Mi preoccupa capire come si pensa di procedere in un’area sulla quale gravano vincoli agricoli e paesaggistico-architettonici», dice. Nell’interrogazione, che verrà discussa al Pirellone il prossimo 3 marzo, si evidenziano diversi aspetti: circa 30mila mq di terreno interessato dal progetto sono classificati come «zona agricola di salvaguardia» e sono presenti siti archeologici di epoca romana. Inoltre, sempre secondo Beccalossi la richiesta di un Accordo di programma con la Regione come capofila permetterebbe di dare il via a un intervento con nuovo consumo di suolo, che il Comune non potrebbe altrimenti autorizzare. 

«Siamo nell’ambito del Piano territoriale regionale d’area Franciacorta, che da assessore ho avuto l’onore di approvare e che ha come fine principale la valorizzazione di questo territorio nel rispetto del suo paesaggio e del suo ambiente». Beccalossi sottolinea le molte sollecitazioni ricevute da parte di cittadini e associazioni, tutte con un punto in comune: la preoccupazione per il progetto. 

«Il minimo che si possa fare è mettere in tavola tutte le carte nella massima trasparenza e consentire ancora una volta a chi ci vive di poter esprimere il proprio parere» dice l’influente politico bresciano.

E io che bresciano non sono, ma amo la Franciacorta vera, quella contadina non quella dei cementificatori e costruttori, quella di chi produce oltre un milione di bottiglie di un mediocre Franciacorta dalla volgare etichetta arancione, io che amo la Franciacorta dei vignaioli e non quella che flirta con il mondo degli affari e della moda, della finanza e del business, potevo forse non riferirvi della presa di posizione della Beccalossi e, anche se mi è sempre stata cordialmente antipatica (quando era assessore all’agricoltura ebbe da dire su un mio articolo per la rivista dell’AIS Lombardia dove intervistavo Gualtiero Marchesi che affermava che per gustare i suoi piatti non bisognerebbe bere vino ma acqua o saké) idealmente batterle le mani?

Quello che conta, a costo di trovarmi alleato in questa sacrosanta battaglia con estrema sinistra, grullini, ambientalisti estremi, o ex finiani, è condurla questa battaglia e bloccare Moretti ed il suo folle progetto e salvaguardare la Franciacorta da chi vorrebbe usarla a suo uso e consumo, per i propri pesanti interessi economici… Franciacorta Concert Hall ad Erbusco? No, grazie!

Viviana Beccalossi, ex assessore agricoltura Regione Lombardia, boccia l’idea Ricordate la singolare vicenda, di cui mi sono occupato qui, dell’allucinante progetto della costruzione di una “città della musica”, un megateatro, manco fossimo a Milano, Londra o New York, nel cuore della Franciacorta, ad Erbusco? Si tratta del progetto voluto da Vittorio Moretti un nome che

clark-Nuovo direttore al Consorzio Prosecco Superiore Conegliano Valdobbiadene

E’ una donna, si chiama Cristina Guaita, viene dell’Ilva di Saronno

E’ una donna, come racconta Emanuele Scarci sul suo blog Aziende in campo, il nuovo direttore del Consorzio Prosecco Superiore Conegliano Valdobbiadene Docg, la zona storica, e nobile del rampante Prosecco che, soprattutto nella versione prodotta in Veneto e Friuli Venezia Giulia e compresa da 11 anni nella Doc Prosecco conquista il mondo.

Si chiama Cristina Guaita, ha 44 anni, è stata per circa 4 anni direttore marketing spirits della Holding Illva di Saronno, ed è la seconda donna direttore di Consorzi del vino veneti, dopo Olga Bussinello direttrice del Consorzio Valpolicella. Bisognerà vedere se arrivando dal mondo spirits saprà anche orientarsi rapidamente nelle problematiche del vino, e delle bollicine e del Prosecco in particolare.

La neo direttrice dovrà affrontare, insieme al Consorzio, tanti problemi, tra cui, come osserva Scarci, il problema cruciale dello “stop del Prosecco Superiore sui mercati esteri. Nel 2018 le vendite sui mercati internazionali sono scivolate del 9,2% a valore e 9,4% a volume (a fronte della crescita del Prosecco Doc anche nel 2019, a due cifre) mentre è salito del 12% a valore in Italia. Se il dato estero fosse confermato – come pare – anche nel 2019 ci sarebbe da preoccuparsi. Alla fine la produzione del Prosecco Superiore è rimasta stabile poco sopra 90 milioni di bottiglie e un leggero incremento del prezzo medio di vendita: 5,6 euro per bottiglia”.

Ricordiamo i numeri del Conegliano Valdobbiadene. 8430 ettari vitati, 7970 e Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg, 352 a Rive Docg e 108 a Superiore di Cartizze, 92.086.436 bottiglie commercializzate nel 2019 (53.930.256 in Italia nel 2018 32.967.205 esportate in oltre 150 Paesi, 6.522.313 in Germania, 6.514.069 nel Regno Unito, 5.883.308 in Svizzera, 2.994.768 negli Stati Uniti, 1.770.473 nel Benelux, 1.434.857 in Austria, 1.231.418 in Canada). 6325 persone coinvolte nella filiera, 3486 viticoltori, 427 vinificatori, 182 case spumantistiche.

Eppure rispetto ai colleghi del Prosecco Doc, che in un mercato fortemente emergente come la Francia crescono del  con numeri impressionanti riferiti al mese di ottobre, 17,3 milioni di bottiglie di Prosecco Doc, più 37,8%, 1,7 di Prosecco Frizzante più 8,7% per un incremento complessivo del 34,7%, le performance del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore in Francia restano mondo insoddisfacenti. Nel 2015 302.501 bottiglie vendute, 511.683 nel 2016, 350.236 nel 2017, 340.790 nel 2018 e 562.514 nel 2019. Dati che mi sono stati forniti dall’ufficio stampa del Consorzio stesso.

Sempre citando l’informatissimo Scarci e quanto ha scritto in questo recente articolo, “secondo le rilevazioni del Consorzio Prosecco Doc, a ottobre 2019 l’export di spumante Prosecco Doc cresceva del 13% a circa 2,2 milioni di ettolitri. Con miglioramenti significativi nei Paesi Top: Francia (+37,8%), Usa (+22,5%), Regno Unito (+7,2%) e Germania (+3,3%). Bene anche i Paesi emergenti: Australia (+16%), Austria (+47%),  Polonia (+75%). Alla fine, tutti i mercati recano un segno positivo. Gli unici in retromarcia sono Cina, Taiwan e Giappone”.

Tornando all’exploit del Prosecco Doc in Francia, come dicono al Consorzio, è un successo clamoroso che si è verificato “senza troppo sostegno. Ora questo Paese è diventato un mercato importante per il nostro export. Durante Vinexpo nella nostra area, abbastanza periferica, non ci sono stati molti visitatori, ma le aziende erano soddisfatte dei contatti. L’anno prossimo, in considerazione dell’importanza del mercato, punteremo a un’area più centrale di Vinexpo”.

In Francia si parla sempre più di Prosecco, come dimostra questa nota di France tv info apparsa qualche giorno prima di Natale… E i francesi negli ultimi anni consumano sempre meno Champagne e le expéditions in Francia continuano a calare

E sul rapporto tra Prosecco e Champagne avevo trattato in questo recente articolo citando un’intervista rilasciata alle wine blogger francese Sophie Claeys.

L’indagine Survey Winemonitor Nomisma condotta da Denis Pantini per il Consorzio Prosecco Doc dice che tutta la congiuntura è favorevole per l’affermazione del Prosecco (Doc, ma ovviamente anche Docg, Conegliano Valdobbiadene e anche Asolo) in Francia, che il Prosecco è visto come cool, giovane, di moda, simbolo di divertimento e convivialità e anche in terza battuta di qualità, che il 22% degli intervistati nel sondaggio dichiara di aver bevuto Prosecco negli ultimi 12 mesi, e che parlando di “sparkling” e vins mousseux Prosecco è il terzo nome che viene alla mente degli intervistati, dopo Champagne e Crémant, ma prima di Cava, Asti, Clairette de Die.

Franciacorta, 117 associati e 18 milioni di bottiglie, Trento Doc, 52 associati e 8.500.000 milioni di bottiglie, Alta Langa, 35 aziende associate e due milioni di bottiglie Oltrepò Pavese, i Corpinnat spagnoli e gli English sparkling wines e quelli, spesso eccellenti, del Nuovo Mondo, non risultano pervenuti…

In Francia l’import di vini spumanti dall’Italia fa registrare un incremento del 265% rispetto al 2013, più 19% nel periodo gennaio novembre rispetto al 2018 in valore + 27% in volumi, con prezzo medio 3,2 euro rispetto al 2,5 della Spagna che rispetto al 2018 perde – 35% in valore e – 18% in volumi. Nella GDO, principale canale di vendita dei Prosecco in Francia, il prezzo medio del Prosecco è di 6,30 euro alla bottiglia, contro 5,2 del Cava, 6,3 dei vari Crémant e 20,4 euro degli Champagne. Nella GDO mentre nel periodo 2018 inizio 2019 lo Champagne perde in valore il 17,1% e in volume il 14,6% il Prosecco cresce rispettivamente del 15,4% e del 16,8.

Eppure, mentre il Prosecco Doc cresce, il Prosecco Superiore non ha ottenuto risultati significativi. Che abbiano bisogno di un brand ambassador sul mercato francese e di qualcuno che li aiuti a conquistare il mercato francese come sa saputo conquistarlo, con più mezzi a disposizione e una strategia ben chiara, il più economico, popolare e facile cugino veneto friulano? Me voilà!

Ne avrà da fare la nuova direttrice del Consorzio, mi sa… Auguri di buon lavoro!

p.s. da me contattato per avere una foto della nuova direttrice in pectore del Consorzio, il Presidente del Consorzio Conegliano Valdobbiadene Innocente Nardi mi scrive: “

La ringrazio per l’interessamento ma ad oggi non mi risulta che il Consorzio da me presieduto abbia un direttore.
Per quanto riguarda il mercato francese, lei che è un attento conoscitore delle dinamiche di mercato, avrà modo di evidenziare il ruolo dello spritz e quello della Campari. Aspetti questi che coinvolgono solo marginalmente il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superire docg.
Grazie e buona giornata. Innocente Nardi

 

E’ una donna, si chiama Cristina Guaita, viene dell’Ilva di Saronno E’ una donna, come racconta Emanuele Scarci sul suo blog Aziende in campo, il nuovo direttore del Consorzio Prosecco Superiore Conegliano Valdobbiadene Docg, la zona storica, e nobile del rampante Prosecco che, soprattutto nella versione prodotta in Veneto e Friuli Venezia Giulia e compresa

clark-E da settimana prossima #unbuonoltrepoalgiorno sui miei blog

Voglio bene all’Oltrepò
Pavese
, la considero la più bella zona vinicola lombarda, una delle più
belle in assoluto in Italia. Una zona splendida e sfortunata, dove qualcuno fa
scandalose porcate, altri fingono indifferenza, altri ci
marciano
, altri hanno
perso la faccia
, perché di quel Sistema fanno parte a loro modo. E ne
traggono vantaggi..

Ho scritto e scriverò sempre delle cose che non vanno,
ma sempre con infinito e sincero amore. E per andare oltre all’ultimo
scandalo
, quello della Cantina
di Canneto Pavese
, ho pensato, dopo aver dedicato articoli su Vino al vino a quello che é successo,
di parlare anche e soprattutto in positivo, perché sono tanti i piccoli e medi
produttori che lavorano bene. Come ho scritto in questi giorni, parlando dei
metodo classico Rosé di Monsupello e di Ballabio,
su questo blog

Da settimana prossima lancerò una rubrica che avrà
questo hastag #unbuonoltrepoalgiorno Un buon vino dell’Oltrepò Pavese al
giorno (in questo caso sarà uno alla settimana) é il miglior modo per andare
oltre gli scandali e togliersi il medico di torno… Viva l’Oltrepò buono,
pulito e giusto! Quello che vi consiglierò di scegliere di bere.

Voglio bene all’Oltrepò Pavese, la considero la più bella zona vinicola lombarda, una delle più belle in assoluto in Italia. Una zona splendida e sfortunata, dove qualcuno fa scandalose porcate, altri fingono indifferenza, altri ci marciano, altri hanno perso la faccia, perché di quel Sistema fanno parte a loro modo. E ne traggono vantaggi.. Ho

clark-Farfalla Noir Collection Rosé Ballabio

Un Oltrepò Pavese metodo classico
che non vuole presentarsi come tale

Per raccontare questo capolavoro
dobbiamo partire dall’etichetta e dalla retro etichetta. Dalle parole che ci
sono e da quelle che mancano.

Leggiamo attentamente… In etichetta
Farfalla Noir Collection Rosé Ballabio”.
In retro etichetta. Sulla sinistra, in piccolo: ”Uvaggio Pinot nero 100% Clone
386. Dosaggio Extra Brut. Dégorgement 2019” e poi sulla destra “Pinot noir
Extra Brut Rosé Metodo classico. Vino spumante di qualità”.

A differenza da quanto accade sulle
bottiglie di altri “metodo classico” di pari o minore qualità, prodotte in
Lombardia, Trentino, Piemonte e in Francia, per citare solo alcune delle aree
di produzione più note per questa tipologia, in etichetta non si legge
Franciacorta, Trento, Alta Langa, Champagne, e non si legge nemmeno, anche se
la cantina ed i vigneti di Pinot nero da cui nasce questo Extra Brut Rosé da applausi, si trovano in provincia di Pavia, a
Casteggio, in quella terra bene/maledetta che è l’Oltrepò Pavese.

Quello dei ripetuti scandali
sul vino
, cinque anni fa e ora
quest’anno
, ma anche, per fortuna, quella terra benedetta da Bacco, dove
sono nati Gioann Brera fu Carlo, Gualtiero Marchesi, il Duca Denari, Mario
Musoni, Carlo Boatti (potrei continuare ancora..) e dove operano cantine
esemplari come questa, Ballabio

Questa cantina, come
scrivevo tre anni fa
, è stata per anni la cantina di vinificazione che il
mio omonimo, il grande pioniere e inventore della Franciacorta, e patron della Guido
Berlucchi
, si era creato in Oltrepò Pavese.

Un’azienda
“nata all’inizio del secolo scorso, nel 1905, una delle prime aziende italiane
che iniziarono a produrre Metodo Classico, la prima a tracciare la strada della
vocazionalità che ha legato il Pinot Noir al territorio casteggiano”.

Un’azienda
che dal lontano 1911, “è stata insignita di molti premi nazionali ed
internazionali e che produce e fornisce vini e uve ad altri per farlo, ad
esempio in Piemonte, per elaborare “metodo Classico in grado di esprimere ed
esaltare le peculiarità naturali dei nostri vigneti. Vini elaborati utilizzando
esclusivamente Pinot Noir”. Che loro chiamato alla francese e non Pinot nero
come forse sarebbe più corretto.

Un’azienda
dotata di una
carta etica
, che si avvale della consulenza di un grande enologo come Carlo Casavecchia, che in passato ha
lavorato in una nota grossa cantina oltrepadana e oggi ha eccellenti
consulenze, ad esempio questa in
Sicilia
, oltre a produrre ottimi vini piemontesi classici nella cantina di famiglia a
Diano d’Alba
.

Da
Ballabio il metodo classico ed il Pinot nero sono l’alfa e l’omega, per
una  produzione, di gran pregio, la Noir Collection, di 70 mila bottiglie, 40
mila di Extra brut, 20.000 di Zero Dosage e 10.000 di questo Rosé da applausi. Le
loro bollicine, che hanno scelto, come Monsupello,
(del cui Rosé
ho scritto qualche giorno fa
) di non presentare sotto il cappello della Docg Oltrepò Pavese, ma solo come Vsq, sono esemplari. Pinot Noir in purezza, vigne intorno ai
vent’anni, raccolta delle uve a mano in cassette, niente affinamenti in legno,
niente malolattica, niente stravaganze nella composizione della liqueur. Pressatura soffice delle uve
intere per ricavare e fermentare solo il 50% del mosto fiore a temperatura
controllata.

Affinamento
in vasche di acciaio sino a primavera sui propri lieviti. Assemblaggio della
cuvée utilizzando, insieme ai vini dell’annata, un 10% di vini di vecchie
vendemmie affinati in magnum per conferire complessità ed unicità. Tirage con
lieviti selezionati in azienda ed affinamento in bottiglia per almeno 24 mesi.

Questo Rosé è prodotto con da uve dell’annata 2016, ma ci sono un buon 20% di vini di riserva conservati parte in acciaio e parte in magnum. Il vino viene tirato come Docg e poi viene declassato in fase di sboccatura e potrebbe uscire domani come Docg Oltrepò Pavese. Se i Nevelli, che sanno quello che fanno, come Boatti, decidessero che vale la pena rischiare di essere messi nel mazzo con la banda della Cantina di Canneto Pavese. Con il loro amici, complici, indifferenti e distratti. O distretti?

Una bottiglia che non porta nessuna indicazione che si tratti di un metodo classico Oltrepò Pavese con bottiglia e packaging impeccabile, con vetro scuro pesante in stile Cà del Bosco, e con un carattere spiccato, che mi ha fatto pensare, ed è un gran complimento, al non Oltrepò Pavese che Bruno Giacosa e ora la figlia Bruna e Dante Scaglione producono nella loro cantina di Neive, nella Langa del Barbaresco.

Sono l’eleganza, pugno di ferro in un guanto di velluto, classe ed eleganza, potenza calibrata, la forza inconfondibile del Pinot nero made nella terra del Salame di Varzi e della casalinga di Voghera, di Alberto Arbasino e dei troppi Giorgi e dei rampanti Rampini, il carattere distintivo del Farfalla Noir Collection Rosé.

bmd

Colore rosa pallido, buccia di pesca bianca, luminoso brillante, perlage molto fine e continuo nel calice del mio privilegio, quello di Luca Bini, un bouquet floreale e intensamente agrumato, con piccoli frutti in evidenza, pietra e sale e una leggera speziatura che richiama la noce moscata.

Un Rosé di grande delicatezza ed eleganza, ampio e carnoso ma non spavaldo, aggressivo o “gnucco” come sono a volte i Blanc de Noir oltrepadani, persistente, vivo, retto e mandato in orbita, alla conquista del palato, con un’acidità ben bilanciata, una bolla delicata e cremosa, grande spalla e sostegno, consistenza e persistenza, larghezza, vinosità calibrata, e la spalla di un Pinot nero. Nato, cresciuto, educato e ambientato, e abituato a lottare contro mille problemi, ma mai domo, in terra (non Terre, please!) di Oltrepò.

Un capolavoro da cui non si può prescindere, se si vuole dimostrare come sul metodo classico l’Oltrepò Pavese, quello migliore, non debba avere complessi di inferiorità verso nessuno, proprio nessuno, nell’Italia delle bollicine… Come dicono in Champagne, chapeau!

BALLABIO SOC. AGRICOLA SRL
Via San Biagio, 32 27045 Casteggio (PV)
Tel. +39 0383 805728
E-mail: info@ballabio.net
Sito Internet https://www.ballabiowinery.it/index.php/it/

Un Oltrepò Pavese metodo classico che non vuole presentarsi come tale Per raccontare questo capolavoro dobbiamo partire dall’etichetta e dalla retro etichetta. Dalle parole che ci sono e da quelle che mancano. Leggiamo attentamente… In etichetta “Farfalla Noir Collection Rosé Ballabio”. In retro etichetta. Sulla sinistra, in piccolo: ”Uvaggio Pinot nero 100% Clone 386. Dosaggio

clark-Champagne Pur Rosé Morel

Per San Valentino come ho detto sulla mia pagina Facebook è cosa giustissima offrire una bottiglia di Champagne rosé alla propria amata (o amato, poco cambia) e in attesa di consigliarvi di bere qualcosa di più classico ma speciale tipo quello, dalla bottiglia inconfondibile, di De Venoge, voglio suggerirvi un altro grande Champagne rosé sempre selezionato, importato e distribuito in Italia da quel grande esperto che è Mario Federzoni, alias Première Italia.

Lo preciso subito, è uno Champagne un po’ particolare, che non sognatevi affatto di stappare come aperitivo, amouse bouche o su cose leggere. No, è uno Champagne gourmand e gourmet, uno Champagne gastronomico, che dà il suo meglio a tavola, abbinato a piatti consistenti come boeuf rôti, magret de canard, tagliolini con beccacce o pernice rossa. E perché no, anche fagiano, faraona, e persino selvaggina di piuma.

Il produttore si trova a Les Riceys, nella Vallée de Laigne, nel dipartimento dell’Aube, nella Côte des Bar, quindi nella zona più a sud della Champagne, a 50 chilometri da Troyes. Formata da Ricey-Bas, Ricey-Haute-Rive e Ricey-Haute, borghi fortificati, è il più importante villaggio viticolo di tutta la Champagne con 886 ettari di vigna, ed è un borgo, la cui vocazione vitivinicola nasce in epoca romana, che sta acquistando sempre maggiore popolarità per la produzione di vini di alta qualità.

Champagne vineyards in the Cote des Bar area of the Aube department near to Les Riceys, Champagne-Ardennes, France, Europe

Non solo lo Champagne, ma anche Coteaux Champenoise AOC ed il famoso Rosé des Riceys AOC , vino fermo rosato molto popolare all’epoca di Luigi XIV. Les Riceys è il solo comune della Champagne con tre Aoc, ed è il più famoso comune della Champagne per la produzione di vini rosati considerati tra i più buoni al mondo, tant’è che molto blasonate Maison (tra cui de Venoge), acquistano in zona le uve per produrre le loro cuvée. Per la serie tout se tient..

L’Aoc Rosé des Riceys nasce nel 1947 e conta su 350 ettari tutti piantati a Pinot noir con vent’anni di età media, viene prodotto non tutti gli anni e ha una produzione limitata di 50.000 bottiglie, pregiatissime, tanto che anche Decanter tre anni fa dedicava loro un bell’articolo firmato da Jane Anson.

Lo Champagne Rosé particolarissimo che voglio segnalare alla vostra attenzione perché stupiate il vostro/a partner offrendoglielo a San Valentino è prodotto da una Maison giunta alla quinta generazione e che nasce nel 1947, anno in cui vede la nascita l’AOC Rosé des Riceys, che designa un rosé che di rosa ha soltanto il nome e, a malapena il colore (che varia di anno in anno pur conservando un’intensità decisamente più simile a quella del Tavel e del Bandol che ai rosé della Cote de Provence. E per paragonarlo alla situazione italiana più ad un Montepulciano Cerasuolo o ad un rosato del Salento che ad un Chiaretto del Garda). Aoc che conta su un Syndicat il cui presidente, e finisco questa girandola di rimandi, è Pascal Morel, della famiglia Morel produttrice del nostro Champagne Pur Rose.

Le vicende familiari dei Morel s’intrecciano con quelle della regione, nonché delle tre diverse AOC e hanno lunghe radici che vengono ben raccontate in questa sezione del loro ben fatto sito Internet.

Sono Vignerons Indépendant, producono anche il raro Ratafia de Champagne, un misto tra mosti d’uva e acquavite de marc de Champagne affinato in legno (ottimo come aperitivo, sui cocktail e sui dessert), controllano 7 ettari e mezzo, con vigne di età mediamente superiore ai 25 anni, situati  su suoli argilloso calcarei tra 160 e 320 metri di altezza, e producono non più di cinquantamila bottiglie.

Sono azienda certificata HVE (Haute Valeur Environnementale), cioè vigne coltivate utilizzando il metodo di viticoltura “sostenibile” ovvero con lavorazione del suolo preferendo metodi biologici, meccanici e naturali e sono cultori del Pinot Noir in tutte le sue forme. E la loro mission è produrre vini che abbiano come caratteristica originalità, eleganza e raffinatezza.

Questo Champagne gourmand che vi raccomando nasce da una vinificazione particolare, definita “macération”, di grappoli interi di Pinot noir, da vigne di 20-25 anni di età di media, posti su suoli e sotto suoli argillo calcarei, uve elaborate con la tecnica della “cuvaison”, che apporta colore e aromi fruttati e carattere spiccato appunto con la macerazione dei grappoli interi. Affinamento di tre anni sui lieviti, dosaggio a 7 grammi di zucchero, commercializzazione sei mesi dopo il dégorgement.

I francesi, che ne sanno una più del diavolo, consigliano di abbinare questo Pur Rose anche a dessert a base di frutti rossi e ad un gelato, ma io sognerei di abbinarlo ad un paté di capriolo o di gallo cedrone, oltre che ai piatti che ho già indicato sopra.

Ben recensito e segnalato da Guide Hachette des vins 2019 e da Guide Dussert-Gerber 2019, il Rose mi ha convinto senza sé né ma. Un assaggio inebriante, a partire dal colore, corallo pallido rosa ramato, perlage molto sottile, fine e continuo nel consueto calice che amo, quello di Luca Bini, e un naso che conquista e ti porta dentro, ti avvolge, ti riscalda, piccoli frutti rossi ciliegia, o meglio la visciola, la griotte de Montmopency, lampone e cassis, con sfumature fresche che richiamano agrumi canditi.

E poi che meraviglia, che esprit de finesse, quelle souplesse!, l’attacco in bocca, pura crème fatta Champagne, e poi lo sviluppo, con la seta che si espande morbidamente e imperiosamente sul palato conquistandolo come una dolcissima esplosione, ed un calibrato, ineffabile, inimitabile (perché certi capolavori on le fait seulement dans la Champagne, pas ailleurs…), equilibrio tra frutto, acidità e sale. Davvero une merveille e un capolavoro che “remplit le palais d’une fraîcheur fruitée“. Uno Champagne che quando lo bevi ti sembra di essere… en Bourgogne…

Chapeau Mesdames et Messieurs, questa é la magia della Champagne… Buon San Valentino a tutte e tutti…

Per San Valentino come ho detto sulla mia pagina Facebook è cosa giustissima offrire una bottiglia di Champagne rosé alla propria amata (o amato, poco cambia) e in attesa di consigliarvi di bere qualcosa di più classico ma speciale tipo quello, dalla bottiglia inconfondibile, di De Venoge, voglio suggerirvi un altro grande Champagne rosé sempre