clark-Champagne Brut Nature Mangin

Buona regola sarebbe non scrivere di
un vino, in questo caso uno Champagne,
che i lettori non possono trovare se fossero incuriositi dalle mie parole. Lo
so bene, ma ho comunque deciso, anche se il récoltant manipulant in oggetto non
ha ancora (forse l’avrà presto) un importatore in Italia, di scrivere di uno
Champagne, il Brut Nature, della
piccola maison Mangin di Leuvrigny nella Vallée de la
Marne
. Villaggio dove è attiva un’altra piccola Maison importata in Italia
da Pietro Pellegrini, Francis Orban.

Lo faccio, essendo riuscito ad
ottenere, tramite contatti che abbiamo avuto via social, via Twitter, tre
cuvées da degustare. In attesa di stappare il Rosé ed un millesimé, ho
stappato, incuriosito dal fatto che Mangin (come Orban) lavori su una varietà
di uva che adoro, il (Pinot) Meunier.

Tornando a Mangin, i suoi vini sono espressione esclusiva di uve raccolte sui coteaux della « Vallée de la Marne », nel cuore del vigneto della Champagne. Vigne che hanno la certificazion di “haute valeure environnementale“.

Gli Champagne di Mangin hanno
ricevuto riconoscimenti in Francia e all’estero. Decanter ha premiato con la
bronze medal lo Champagne Brut e con la silver medal lo Champagne Brut nature,
mentre nel concorso
mondiale Feminalise
che si è svolto a Parigi nell’aprile 2019, il Brut ha
ricevuto una medaglia di bronzo ed il Brut Nature una medaglia d’argento.

La Maison Mangin produce un Brut (affinamento sui lieviti variante da 24 a 30 mesi) da Meunier 100% (uve della vendemmia 2016, tirage marzo 2017, dégorgement dicembre 2019), un Rosé (Meunier 100%, affinamento sui lieviti variante da 24 a 30 mesi, tirage marzo 2017, dégorgement dicembre 2019), ed un millésimé 2015 (sempre Meunier in purezza, tirage marzo 2016).

A me il Brut nature, da uve Meunier della vendemmia 2016, imbottigliato a marzo 2017, dégorgement dicembre 2019, fermentazione malolattica svolta e nessun dosaggio degli zuccheri, una cuvée che Mangin consiglia di proporre come aperitivo, su pesci in bianco, noix de Saint-Jacques en sauce, è piaciuto davvero molto.

Colore
paglierino oro brillante, perlage sottile e continuo, mostra un naso
avvolgente, cremoso, con note di pasticceria, mandorle, fiori bianchi, agrumi,
soprattutto pompelmo più che arancia.

Al
gusto é cremoso, con una vinosità presente ma bilanciata, bella pienezza e
continuità del gusto, un’acidità presente e ben bilanciata, una bella
morbidezza avvolgente e succosa, cremosa, una bella persistenza e un’indubbia
piacevolezza. Uno Champagne che mi è piaciuto molto e che spero possa presto
essere conosciuto anche da voi che mi leggete, se M.F. dopo aver degustato le cuvées di Mangin deciderà di
importarle, accanto ai molti eccellenti Champagne che già importa, in Italia…

Santé
a tutti e viva lo Champagne!

n.b.

non
dimenticate di leggere anche Vino al
vino
www.vinoalvino.org

Buona regola sarebbe non scrivere di un vino, in questo caso uno Champagne, che i lettori non possono trovare se fossero incuriositi dalle mie parole. Lo so bene, ma ho comunque deciso, anche se il récoltant manipulant in oggetto non ha ancora (forse l’avrà presto) un importatore in Italia, di scrivere di uno Champagne, il

clark-Brut Nature Pinot bianco Mirabella

Un non Franciacorta Docg prodotto in terra franciacortina

Quale é uno degli elementi che differenzia maggiormente la Franciacorta (il cui Consorzio compie giusto trent’anni di storia) dalle altre zone di produzione di metodo classico a denominazione d’origine come Oltrepò Pavese, Alta Langa, Trento Doc?

Risposta molto semplice. La possibilità di utilizzare nelle varie cuvées accanto a Chardonnay e Pinot nero (niente Pinot meunier ovviamente) anche una parte di Pinot bianco. Uva non facile da gestire in vigna, ma che regala una quota di eleganza, finezza, sapidità che lo Chardonnay non conosce.

Gli ettari vitati a Pinot bianco sono pochi in Franciacorta, i dati di fine 2019 parlano di 90 ettari sui 2985 complessivi, poca cosa rispetto ai 480 ettari di Pinot nero e ai 2415 di Chardonnay (e quanti di Erbamat?) ma in alcune delle cuvée più note e prestigiose, ad esempio la Cuvée Annamaria Clementi di Cà del Bosco dove conta per un bel 25%, nel Brut del Mosnel, nel Dosaggio Zero (30%), nell’Extra Brut (20%), nell’Extra Brut D.T. (30%) di Faccoli, nel Freccianera Brut millesimato di Fratelli Berlucchi (30%), nello Zero Pas Dosé dei Vigneti Cenci La Boscaiola (30%), nonché nella Cuvée speciale Extra Brut Nelson Cenci della stessa azienda (20%) il Pinot bianco è presente.

In Champagne il Pinot blanc è ancora più raro e l’unico Champagne 100% Pinot blanc che ricordi di aver mai assaggiato è questo: Champagne Petit-Camusat di Noé les Mallets, villaggio posto nella côte des Bar, vicino a Essoyes.

Eppure in Franciacorta qualcuno crede alla potenzialità del Pinot bianco, utilizzato nelle varie cuvées, ed è la Cantina Mirabella di Rodengo Saiano. Negli storici vigneti aziendali, ancora oggi nella forma a spalliera, viene coltivato il Pinot Bianco, che “dona freschezza al vino, lo riveste di eleganza e gentilezza. Non è facile da allevare, molti viticoltori lo hanno abbandonato per lungo tempo, ma a Mirabella cresce rigoglioso, esprimendo al meglio tutte le sue potenzialità”.

Una bella azienda Mirabella, nata nel 1979, di cui ho avuto modo di scrivere qui e poi ancora qui, un’azienda che si è dotata di una carta etica, che ha sempre dimostrato, non solo a parole, di voler sostenere l’ambiente, e con la gamma dei suoi Franciacorta Docg curati da un team di cui fanno parte Alessandro Schiavi, Alberto Schiavi responsabile marketing, Teresio Schiavi il fondatore dell’azienda, che si occupano del parco vigneti e della commercializzazione, stanno ottenendo ottimi risultati in termini di prestigio e di immagine.

E’ notizia solo di fine novembre che il Franciacorta Rosé di Mirabella, una cuvée composta per il 45% da Pinot nero, per il 45% da Chardonnay e per il 10% da Pinot bianco, si sia posizionata al 68 posto nella classifica dei Top 100 2019 di Wine Spectator, mentre più recente è la news che la wine writer Usa Cathrine Todd abbia dedicato un ampio articolo su Forbes – che potete leggere qui.

Sorpreso da queste performance ho contattato l’azienda per capire come – innegabile qualità dei Franciacorta a parte – questi exploit siano stati possibili e mi ha risposto l’export manager Marta Poli che mi ha scritto: “Le riassumo brevemente i motivi e le dinamiche che hanno portato Mirabella ad essere presa in considerazione da suoi colleghi oltreoceano.
L’azienda, che ha compiuto 40 anni dalla fondazione proprio l’anno scorso, da circa 6 ha iniziato a credere fortemente nell’export, una parentesi per noi nuova ma nella quale abbiamo investito molto in termini di energie, tempo, persone (la mia figura ad esempio) e che ha portato Mirabella ad essere oggi una delle prime aziende in Franciacorta per fatturato export.
Da qui la nostra presenza anche sul mercato americano e soprattutto – grazie al lavoro eccellente di posizionamento del nostro importatore – la forte presenza a New York: vetrina d’eccellenza.

Allo stesso tempo abbiamo iniziato a collaborare con un’agenzia di comunicazione, Studio Cru, la quale ci ha proposto di potenziare i rapporti con la stampa americana, organizzando semplici degustazioni e masterclass in loco (quella a cui ha partecipato la Todd a New York, ad esempio).

Questa decisione è stata presa anche in virtù del fatto che l’anno scorso il nostro Rosé è entrato nella TOP100 di Wine Spectator (risultato storico per il Franciacorta) dopo che Alison Napjus ci ha selezionato alla cieca durante una degustazione a New York (della quale non eravamo nemmeno informati) e ha poi deciso di venire in Franciacorta per visitare e conoscere personalmente una rosa di aziende da lei indicate. Tra queste c’era anche Mirabella. 

Mi fa piacere leggere come lei abbia colto e sottolineato l’essenza del nostro lavoro: Mirabella non ha mai fatto pubblicità o clamore. La filosofia è sempre stata quella dello “zoccolo duro” e quindi tanta cura e dedizione in campagna e ovviamente in ciascuna delle nostre bottiglie. Non neghiamo ad ogni modo di essere molto contenti nel vedere riconosciuto a questo livello la scelta di una cantina estremamente fedele a se stessa e al suo stile”.

Chapeau! In attesa di raccontarvi presto dei Franciacorta di Mirabella, il Brut Edea, il Rosé, l’Extra Brut Demetra 2012, il Dosaggio Zero Dom Riserva 2011, il Franciacorta senza solfiti Elite, voglio parlarvi di quel Brut Nature Pinot bianco in purezza di cui – ahi ahi… – non si trova notizia sul sito Internet aziendale…

bmd

La mia collega americana Cathrine Todd ne ha scritto così: “Mirabella Pinot Bianco Brut Nature: 100% Pinot Bianco. Mirabella is known as an advocate for the Pinot Bianco grape and pointed out that when the foundation for Franciacorta was created in the 1960s, Pinot Nero and Pinot Bianco were the two main varieties used before Chardonnay took over most of the plantings.

And they believe that Pinot Bianco is the future for Franciacorta and hence they are planting more in their vineyards. This wine had zero sugar added during dosage as they felt it was not needed and that is evident by the juicy peach and mango flavors with intense stony minerality and beautiful orchid floral notes. Aged 24 months on the lees and three months after disgorgement”.

Le mie impressioni d’assaggio di ieri sera di un campione con sboccatura di qualche mese fa, scritte in italiano e non in inglese sono invece queste: colore paglierino brillante luminoso, perlage sottile e continuo, naso sapido, eppure cremoso, con nocciola, meringhe, frutta esotica in evidenza. Bocca viva, fresca, cremosa, sospinta da una vivace acidità che spinge e da’ verticalità al bicchiere, buona ricchezza, piacevolezza ed equilibrio, mantiene una bella tensione e si fa apprezzare soprattutto per una grande freschezza ed armonia.

Non credo che visti i pochi ettari disponibili, le caratteristiche particolari del Pinot bianco, il fatto stesso che i vini non possano essere classificati e proposti come Franciacorta se la percentuale di questo vitigno supera il 50%, cuvées come questo Brut Pinot bianco si possano moltiplicare, ma se vi capita di provare questo Brut non perdete l’occasione, ne vale decisamente la pena… Prosit!

n.b.

non dimenticate di leggere anche Vino al vino www.vinoalvino.org 

Un non Franciacorta Docg prodotto in terra franciacortina Quale é uno degli elementi che differenzia maggiormente la Franciacorta (il cui Consorzio compie giusto trent’anni di storia) dalle altre zone di produzione di metodo classico a denominazione d’origine come Oltrepò Pavese, Alta Langa, Trento Doc? Risposta molto semplice. La possibilità di utilizzare nelle varie cuvées accanto

clark-Champagne William Deutz 2006 Deutz

Là, tout n’est qu’ordre et beauté, luxe, calme et volupté.

Cosa stappare in questi tempi così difficili dove anche il gesto salvifico, antico, espressione della cultura di noi europei, dell’aprire una bottiglia di vino sembra essere diventato così privo di senso? Come rimanere fedeli a noi stessi, alla nostra storia, alle nostre abitudini di consumo, al nostro sistema di vita in questi mala tempora in cui ci tocca più sopravvivere che vivere?

Grazie alla generosità di un bel numero di produttori che da ottobre in poi, da quando ho ripreso a palesarmi dapprima sui social poi sui miei blog (e grazie alla disponibilità della mia cantina che è sempre ben fornita) potrò tranquillamente ogni sera per mesi scegliere una buona bottiglia, ma anche se assaggio di tutto gira che ti rigira sono due i vini che mi fanno cantare il cuore.

Uno è italiano, piemontese,  e si chiama Barolo, e l’altro, non se la prendano i nazionalisti, quelli che sostengono che oggi più che mai bisogna bere italiano, è la quintessenza enoica di quella Francia che amo e che sento come la mia seconda patria ideale. E’ le Roi, l’inimitabile, unico, magico, perfetto per ogni momento, quindi anche questo, Champagne…

Chi mi ha seguito su questo blog sa che sono molte le Maison de Champagne, piccole e grandi, mediatiche o da addetti ai lavori, le cui cuvées mi entusiasmano, ma forse quella che più mi sembra simboleggiare tutta la magia, lo charme, l’eleganza della Champagne è Deutz.

Maison che è guidata, mano di ferro in guanto di velluto, una classe che colpisce chiunque abbia avuto la fortuna di incontrarlo anche solo per una volta, da un personaggio affascinante, un Gran Signore come Fabrice Rosset, entrato nella Maison nel 1995 quando questa vendeva 800 mila bottiglie ma che a fine 2019, ovvero 24 anni dopo, ha raggiunto la quota record di oltre 2,5 milioni di bottiglie vendute, con un incremento del 6% rispetto al 2018.

Quanti articoli ho dedicato su questo blog alle cuvées di questa Maison fondata nel 1838 lo potete vedere dalla ricerca qui in archivio. Ho scritto delle cuvées base, en blanc e en rosé, sempre affidabili e dal rapporto prezzo qualità esemplare. Ma ho scritto e mi sono entusiasmato veramente e ho toccato il paradiso delle “bulles” con un dito bevendo la meravigliosa cuvée Amour de Deutz 2007 e poi Amour de Deutz Rosé 2007.

In questi giorni ho prelevato dalla cantina una bottiglia di una cuvée speciale del cui millesimo 2002 avevo scritto nel 2014.

Sto parlando della Cuvée William Deutz 2002, intitolata al nome del fondatore della Maison.

Com’è nello stile di Deutz, di cui vi invito a visitare il sito Internet, non un modello di praticità d’uso o una miniera di notizie, ma un piccolo capolavoro di eleganza, si tratta di uno Champagne d’assemblage, che prevede un 66% di Pinot noir da vigneti di Ay, Mareuil-sur-Ay, Bouzy, Louvois e Ambonnay, un 29% di Chardonnay di Avize e Le Mesnil-sur-Oger, e un tocco in arrivo dalla Montagne de Reims, e un 5% di Pinot Meunier (che il Presidente della Maison Rosset adora, ma non prevede di vinificare in purezza), che arriva da Pierry e Chatillon-sur-Marne. Il vino resta sui lieviti da 8 a 10 anni e la cuvée riceve un dosaggio degli zuccheri, che, non ci credereste mai sia tale quando lo bevete, intorno ai 9 grammi per litro, a seconda delle annate.

Datemi pure del noioso, del prevedibile, ma che meraviglia, come sempre, questa cuvée, millesimo 2006, di Deutz! Colore paglierino oro di luminosità esemplare, naso d’ineffabile finezza, eleganza, complessità, con sfumature di pesca noce, mandorla, agrumi, striature di cacao, noci, accenni di pasticceria e meringa a rincorrersi aeree nel bicchiere. Inutile dirvi quale, il mio preferito, quello di Luca Bini.

L’attacco è setoso e lo Champagne si allarga cremoso, avvolgente, senza uno spigolo, tutta morbidezza, una carezza sul palato, le consuete “farfalline” che lo stuzzicano, titillano, accarezzano. Acidità perfettamente calibrata, una vinosità elegante data dal Pinot noir ed un retrogusto lunghissimo per un’esperienza che non è solo esperienza di degustazione di tutti i sensi, ma uno stimolo intellettuale e per tutta la fantasia.

Costa un botto e non è da tutti, ma che modo meraviglioso di volersi bene, di gratificarsi e di continuare a sperare nel futuro nonostante il coronavirus che impazza… Viva lo Champagne, evviva Deutz!

n.b.

non dimenticate di leggere anche Vino al vino www.vinoalvino.org  

 

Là, tout n’est qu’ordre et beauté, luxe, calme et volupté. Cosa stappare in questi tempi così difficili dove anche il gesto salvifico, antico, espressione della cultura di noi europei, dell’aprire una bottiglia di vino sembra essere diventato così privo di senso? Come rimanere fedeli a noi stessi, alla nostra storia, alle nostre abitudini di consumo,

clark-Levii Trento Doc: Pas Dosé ed Extra Brut di montagna

Per i cultori dei Blanc de Blancs trentini una chicca da non perdere

Novità interessanti sul fronte Trento Doc. Che non necessariamente
significa il mondo delle aziende trentine, sono 52, produttrici di metodo classico che hanno scelto di adottare il marchio collettivo
tutelato dall’Istituto TrentoDoc
ma fa riferimento alle aziende che
producono metodo classico (di montagna, ça va sans dire) in provincia di
Trento.

E’ impossibile recuperare su
Internet l’elenco delle piccole e medie aziende che producono Trento Doc al di
fuori dell’Istituto, ricordo Cesconi con la linea
Blauwal
, ma voglio segnalare alla vostra attenzione, la qualità delle due
cuvées che ho sinora degustato è eccellente, l’azienda
Levii
di Bleggio Superiore comune di poco più di 1500 abitanti nelle Giudicarie Esteriori, riserva della
Biosfera Unesco.

Che a voler essere precisi “si estendono nella zona Ovest del Trentino, e sono collocate tra
le Dolomiti di Brenta e il Lago di Garda. Per questa caratteristica possono
essere identificate come una vera e propria “Terra di Mezzo”. La
vallata è suddivisa in tre località differenti, Banale, Lomaso e Bleggio mentre
nel fondovalle sono adagiate le Terme di Comano, importante centro internazionale
per la cura della pelle”.

L’intera valle “vanta un ambiente sano
e incontaminato dovuto alla totale assenza di fabbriche inquinanti e alla
pratica di un’agricoltura diversificata e sostenibile, in grado di mantenere
intatte flora e fauna locali. I vigneti sono collocati esclusivamente nelle
zone a più alta vocazione in modo da accentuare gli effetti qualitativi dovuti
alle caratteristiche del terroir. Sono terre rare e preziose che garantiscono
la produzione delle migliori uve base spumante”. Ovviamente da uve Chardonnay.

L’azienda Levii è di proprietà della
famiglia Belasi che si occupa di bestiame, di importazione di vitelli dalla
Romania e di altre attività.

La prima annata di Trento Doc di
Levii prodotte, da vigne (11 ettari a Stenico con esposizione sud est) poste a
minimo 650 metri di altezza, è la 2012 e l’azienda conta su una dozzina di
ettari vitati, e la produzione di “bollicine estreme ed eleganti” ha oggi
raggiunto la ragguardevole quota di centomila bottiglie.

Il 70% della produzione riguarda la tipologia Brut, il resto riguarda le tipologie Pas Dosé ed Extra Brut. 10.000 le bottiglie di Pas Dosé 2014 che ho degustato insieme all’Extra Brut 2015. Qui presentata l’intera collezione, qui la metodologia di lavoro.

bmd

In attesa di degustare anche le altre
cuvée che mi sono state fatte avere dal Signor Giovanni Mura che è il referente tecnico dell’azienda e l’export
manager e segnalandovi che sul sito
Internet aziendale funziona un e-shop
, voglio raccontarvi, con il giusto
entusiasmo, le mie impressioni nettamente positive sul Trento Doc Pas Dosé 2014, 48 mesi di permanenza sui lieviti e sul Trento Doc Extra Brut 2015, 36 mesi di
permanenza sui lieviti.

L’Extra
Brut 2015
mi ha
convinto per la sua finezza, il naso elegante, aereo, cremoso, con note di
nocciola fresca in evidenza, gusto sapidissimo, ben teso, bollicine ben
sottolineate ma non aggressive, croccante nel suo modo di porsi.

Il Pas Dosé 2014 invece mi ha colpito con il suo colore paglierino
brillante luminoso, il naso tipicamente di montagna, incisivo, elegante,
sapido, con note di fiori bianchi e torroncino in evidenza, tutta freschezza.
Bocca viva, fresca, nervosa, di bella cremosità, un modo di disporsi sul palato
“a farfalline” con ricordo di meringa, piccola pasticceria e nocciola a
scandire un bicchiere tutto giocato su armonia e continuità.

Ma di questa azienda, Levii, produttrice di Trento Doc (non
TrentoDoc) di grande finezza torneremo ancora a scrivere, voi intanto segnatevi
il nome…. Prosit
anche in malatempora di coronavirus…

Per i cultori dei Blanc de Blancs trentini una chicca da non perdere Novità interessanti sul fronte Trento Doc. Che non necessariamente significa il mondo delle aziende trentine, sono 52, produttrici di metodo classico che hanno scelto di adottare il marchio collettivo tutelato dall’Istituto TrentoDoc ma fa riferimento alle aziende che producono metodo classico (di

clark-Non solo Rossi e Bianchi e rosati, l’Etna ci riserva grandi sorprese anche con le bollicine…

La finestra sull’Etna di Renato Gangemi: il Noblesse Brut dei Benanti

L’amico Renato Gangemi, sommelier AIS e titolare dell’enoteca Vin-canto di Zaffarana Etnea, che raccomando a tutti coloro che amano come me i vini della Muntagna e non hanno la possibilità di procurarseli là dove vivono, mi ha mandato questo un nuovo articolo su un’azienda storica dell’Etna, Benanti, celebrata per i suoi Etna Bianco (Pietramarina uno dei migliori vini bianchi italiani) e Etna Rosso (Rovvitello e altro) da uve Carricante e/o Nerello Mascalese e/o Cappuccio, ma che da poco si diletta anche nel campo dei metodo classico.

Ecco dunque, raccontato in estrema sintesi da Renato il metodo classico Brut Noblesse (ma perché un nome francese? Non sarebbe stato meglio un toponimo siculo?) dei fratelli Benanti.

Questo è il secondo articolo di un appuntamento mensile dove l’enoteca Vin-canto ci porterà alla scoperta dell’Etna del vino meno conosciuta. Benvenuto a Renato e buona lettura a tutti e viva la Muntagna!

Ormai da tempo, diverse cantine sull’Etna hanno arricchito la loro proposta non solo con Etna Rosso, Rosato e Bianco ma anche con le bollicine, e che bollicine…

Entrambi i vitigni autoctoni Etnei si prestano benissimo alla spumantizzazione, soprattutto da Metodo Classico…

Il Nerello Mascalese chiaramente viene vendemmiato prima della maturazione definitiva per essere utilizzato per la spumantizzazione e da questo vengono fuori degli straordinari Blanc de Noir o dei Rosé come da disciplinare. Alcune aziende invece prediligono utilizzare il Carricante, quindi uva a bacca bianca, per dare origine a degli elegantissimi blanc de blanc, che esaltano  la freschezza e la sapidità  del vitigno stesso.  Oggi parliamo del Noblesse Metodo Classico Brut  della Cantina Benanti.

Una delle cantine storiche dell’Etna, oggi guidata magistralmente dai fratelli Salvino e Antonio che è anche il presidente del Consorzio dell’Etna Doc, guardano l’Etna a 360 gradi, coltivando vigneti di famiglia solo di uve autoctone, distribuiti in tutti i versanti del Vulcano, per poi vinificare nelle cantine di Viagrande.

Il Metodo Classico realizzato esclusivamente con uve Carricante, predilige una permanenza sui lieviti di almeno 18 mesi e la sua prima annata è stata la vendemmia 2002.

Elegante al naso, con sentori delicati di agrumi e macchia mediterranea,  emergono note floreali, che possono variare in base all’annata dalla ginestra alla zagara o al gelsomino. Non mancano i sentori  di lievito e crosta di pane.

In bocca freschezza, mineralità e sapidità scalpitano all’ interno di una struttura che nel complesso rimane sempre equilibrata, morbida ed estremamente fine.

Il  Noblesse è indicato  per un aperitivo oppure a tutto pasto.  Ottimo da abbinare su crostacei, frutti di mare e pesce crudo.

Di prossima uscita, Lamorèmio, Metodo Classico Rosè Brut da Nerello Mascalese.

n.b.

non dimenticate di leggere anche Vino al vino www.vinoalvino.org

La finestra sull’Etna di Renato Gangemi: il Noblesse Brut dei Benanti L’amico Renato Gangemi, sommelier AIS e titolare dell’enoteca Vin-canto di Zaffarana Etnea, che raccomando a tutti coloro che amano come me i vini della Muntagna e non hanno la possibilità di procurarseli là dove vivono, mi ha mandato questo un nuovo articolo su un’azienda

clark-Un ricordo di Alessandro Bianchi (Villa)

Fondatore di una delle storiche
aziende della Franciacorta

E’ morto nei giorni scorsi a 85 anni Alessandro Bianchi. La cronaca dice
che fondò con i fratelli la Omfb di Provaglio ma il mondo del vino lo ricorda e
lo rimpiange – come vero galantuomo – soprattutto come fondatore dell’azienda
agricola Villa
Franciacorta di Monticelli Brusati
.

La storia di Villa Franciacorta
inizia nel 1960 quando Alessandro Bianchi diventa
proprietario del borgo medievale omonimo con sede in Monticelli Brusati, una tra le località più rinomate di tutta la
Franciacorta, quella zona est da cui arrivano larga parte delle bollicine
metodo classico bresciane più interessanti.

Bianchi fece crescere progressivamente l’azienda grazie a lavori importanti di ristrutturazione dei vigneti esistenti e impianto di nuovi e fu tra elementi più dinamici che portarono nel 1990 ( giusto 30 anni fa) alla fondazione del Consorzio Franciacorta.

Oggi Villa Franciacorta comprende un
elegante agriturismo
, il Villa Gradoni, conta su un numero
significativo di ettari vitati
, produce sia Franciacorta che vini fermi.

Ho sempre apprezzato di Villa oltre
ai Franciacorta quello che allora era un Terre di Franciacorta rosso e oggi è
un Curtefranca rosso, il Gradoni. Nel
giugno del 2000 su WineReport
lo elogiavo come uno dei migliori rossi della
Franciacorta e aveva la peculiarità di comprendere nell’uvaggio, oltre a quelli
canonici (con predominanza, 50%, dei Cabernet), anche un 10% di vecchi vitigni
autoctoni, denominati Villa e Brognera. Oggi Curtefranca Doc Rosso Gradoni è un
uvaggio tutto bordolese: 35% Merlot, 35% Cabernet Sauvignon, 30% Cabernet Franc.

La bella iniziativa per cui mi piace ricordare Alessandro Bianchi è la sua creazione nel 1994 della serie di degustazioni retrospettive, ogni anno dedicate ad un prodotto diverso, denominata Villa in verticale. Grandi occasioni per incontrare amici clienti, ristoratori, enotecari, stampa. Ho partecipato a queste verticali, sempre ben coordinate dal sommelier AIS di Brescia Nicola Bonera, diverse volte, ultima nel 2015, ma stranamente non ne ho mai scritto se non en passant come qui, quando scrivevo del Franciacorta Pas Dosé Diamant.

Nel 2013 invece una mia
collaboratrice gardesana, Wilma Zanaglio, raccontava
per questo blog una verticale di dieci annate di Satèn
dal 1996 al 2009.

Colgo l’occasione per rinnovare anche
qui, come ho già fatto privatamente, le mie condoglianze per il lutto alla moglie
Ivonne, ai figli Roberta e Nico, al genero Paolo e a tutti i familiari. E’
stato un piacere aver conosciuto Alessandro Bianchi. Spero che il Consorzio
Franciacorta trovi modo di ricordarlo.

Fondatore di una delle storiche aziende della Franciacorta E’ morto nei giorni scorsi a 85 anni Alessandro Bianchi. La cronaca dice che fondò con i fratelli la Omfb di Provaglio ma il mondo del vino lo ricorda e lo rimpiange – come vero galantuomo – soprattutto come fondatore dell’azienda agricola Villa Franciacorta di Monticelli Brusati.

clark-Roma Champagne Experience rinviata a ottobre

E forse salterà il Vinitaly

Doveva essere, come
ho scritto qui
, in programma in maggio, il grande evento dell’universo
Champagne dell’anno, invece, come si
legge sul sito Internet della manifestazione
, la Roma Champagne Experience, dato il perdurare della situazione di
estrema gravità dovuta al coronavirus, è stata spostata al 18-19 ottobre.

Una scelta
inevitabile e di assoluta responsabilità da parte degli organizzatori.

E così è un
altro evento del vino che viene annullato. Resiste per il momento il Vinitaly, che è stato spostato da
aprile a giugno anche se il direttore di Verona Fiere Giovanni Mantovani non esclude un annullamento e annuncia
una decisione entro Pasqua.

E forse salterà il Vinitaly Doveva essere, come ho scritto qui, in programma in maggio, il grande evento dell’universo Champagne dell’anno, invece, come si legge sul sito Internet della manifestazione, la Roma Champagne Experience, dato il perdurare della situazione di estrema gravità dovuta al coronavirus, è stata spostata al 18-19 ottobre. Una scelta inevitabile e

clark-I Crémant d’Alsace crescono in Francia: ma anche in Italia volendo si trovano

La
Francia, potenzialmente, potrebbe diventare un buon mercato per i metodo
classico italiani…

I Crémant d’Alsace, di un cui ottimo esempio importato in Italia da Première Italia, quello
di Dopff au Moulin, ho scritto recentemente qui
, incontrano un successo
crescente. Come racconta questo
articolo della rivista specializzata Vitisphère
, nel 2019 l’Alsazia ha commercializzato 35,1 milioni di bottiglie con un
incremento del 7% rispetto al 2018.

Merito in gran parte dell’incremento
delle vendite sul mercato francese, che ha cambiato un trend che vedeva
prevalere l’export. Il mercato interno dei Crémant d’Alsace cresce dell’8%
rispetto al 2018.

Questo incremento si spiega con la
qualità e la quantità del millésime 2016, particolarmente generoso con 300.000
ettolitri prodotti. Nel 2018 raggiungeranno il livello record di 310 mila
ettolitri e nel 2019 i Crémants d’Alsace hanno raggiunto la percentuale ragguardevole del 28% sull’intera produzione di
vins AOC Alsace e sono ormai la
locomotiva dell’Appellation, dicono al Syndicat
viticole
.

La situazione in Francia è quella che è: i consumi interni di Champagne continuano a calare da diversi anni a questa parte, dai 162 milioni di pezzi del 2014 ai 147 milioni del 2019, il Prosecco Doc e Docg continua a crescere avendo venduto ne 2019 qualcosa come 19 milioni di bottiglie in terra francese e les français, che non sono più quelli di una volta, lo si capisce da mille cose, sono cambiati per tanti motivi (un giorno volendo ne potremo parlare..) vedono anche nei Crémant d’Alsace un’alternativa, risparmiosa, agli Champagne…

A pensarci bene ci sarebbe teoricamente spazio anche per i nostri
metodo classico, Trento, Oltrepò Pavese, Franciacorta, Alta Langa, che
qualitativamente sono ben superiori alla stragrande maggioranza dei Crémant d’Alsace…
Ma vaglielo a spiegare ai produttori di bollicine metodo classico italiane che investendoci
un po’ la Francia potrebbe diventare un mercato export significativo… Loro la
patria di Voltaire e Macron come possibile sbocco non l’hanno mai presa in
considerazione…

n.b.

non dimenticate di leggere
anche Vino al vino www.vinoalvino.org  

La Francia, potenzialmente, potrebbe diventare un buon mercato per i metodo classico italiani… I Crémant d’Alsace, di un cui ottimo esempio importato in Italia da Première Italia, quello di Dopff au Moulin, ho scritto recentemente qui, incontrano un successo crescente. Come racconta questo articolo della rivista specializzata Vitisphère, nel 2019 l’Alsazia ha commercializzato 35,1 milioni

clark-Franciacorta Docg: cresce leggermente l’export trainato da Svizzera e Giappone

Ma gli investimenti in UK e Usa non hanno pagato…

Dai
dati pubblicati
da Emanuele Scarci in questo articolo su Aziende in campo
emerge che per la Franciacorta calano leggermente le
giacenze, che l’export cresce del
2,8% rispetto al 2018 raggiungendo quota
11,3%
. Il Consorzio Franciacorta dichiara che il prezzo
medio di una bottiglia
è di 13,39 euro. E qui non tornano i
conti, perché ci sono molti Franciacorta che vengono venduti a prezzi
decisamente più bassi, direi quasi la metà…

E’ un export sempre più targato Svizzera Giappone e
Germania
… tre Paesi che da soli totalizzano il 49% dell’export. La Svizzera è
in testa con il 18,4% dell’export totale, in lieve crescita. Seguono Giappone (17,8%), Germania (12,6%), Stati Uniti (12%), Belgio (5%) e
Regno Unito (4,1%). Tutti i principali paesi destinatari dell’export
risultano in crescita, ad esclusione della Germania.

Gli investimenti fatti negli anni scorsi in UK sono stati un flop.. gli inglesi come alternativa allo Champagne scelgono i più cheap Prosecco e Cava mica le bollicine bresciane… Cosa dicono al Consorzio? Chi ha deciso quegli investimenti e a quanto ammontano?

Quante delle circa 120 aziende associate al Consorzio Franciacorta hanno tratto reale vantaggio da quegli investimenti fatti con i soldi di tutti gli associati? Sicuramente le due più grosse di Erbusco, Bellavista e in seconda battuta la Cà del Bosco, il cui patron nel 2017 andava in missioni speciali, prodo domo sua, in UK, poi in misura molto minore Contadi Castaldi, Ferghettina, Le Marchesine, Castel Faglia, Guido Berlucchi, Fratelli Berlucchi, Antinori Montenisa, Corte Aura, Monte Rossa, Ricci Curbastro. Tesco vende un Franciacorta di Castel Faglia a 15 sterline, quanto lo avrà pagato alla fonte?

Io l’avevo detto 7 anni fa che lo sbarco dei Franciacorta in UK era una mission impossible… Ma non c’era un fenomeno, l’attuale Presidente del Consorzio Silvano Brescianini, che dichiarava che il Prosecco avrebbe spianato la strada al Franciacorta? E quali sono i pazzi, come scrivevo sempre nel 2017, che a Londra, nella più bella e incredibile enoteca della città, The Hedonism wines in Myfair, che avrebbero speso 34,70 sterline per la mediocre Cuvée arancione dell’azienda il cui patron vuole costruire un mega teatro ad Erbusco, quando un ottimo Champagne come Charles Heidsieck viene via a 36 sterline?

Avevano preso anche un
brand ambassador in UK, Tom Harrow
, così come l’avevano preso
negli States, Laura Donadoni
, ma considerato che l’export di UK e USA raggiunge solo il 16%,
si può dire tranquillamente che non sono
stati soldi spesi bene
. Molto meglio
le varie mission in Japan, dove le
importazioni di vino italiano sono in aumento, con
l’apertura sei anni fa di un ufficio Franciacorta
,
che i risultati li hanno portati almeno… E non solo per i soliti quattro gatti…
Ovviamente non sto parlando di Lorenzo
Gatti
e Roberto
Gatti

Ma gli investimenti in UK e Usa non hanno pagato… Dai dati pubblicati da Emanuele Scarci in questo articolo su Aziende in campo emerge che per la Franciacorta calano leggermente le giacenze, che l’export cresce del 2,8% rispetto al 2018 raggiungendo quota 11,3%. Il Consorzio Franciacorta dichiara che il prezzo medio di una bottiglia è

clark-Champagne Brut Nature Monographie Pierre Legras

La Champagne é sempre la Champagne,
con il suo fascino infinito, il suo modo unico e inimitabile ma imitato da
tantissimi nel mondo intero, forse anche sulla Luna, chissà, di onorare, dopo
secoli, quel metodo della rifermentazione in bottiglia che venne messo a punto dal monaco benedettino
Pierre Pérignon, dit dom Pérignon
, nato a
Sainte-Menehould nel dicembre 1638 o gennaio 1639, non si sa esattamente, e
morto nell’abbaye di Saint-Pierre d’Hautvillers il 24 settembre 1715. Un monaco
che secondo la leggenda aveva importato da Limoux il metodo della prise de
mousse detto anche méthode champenoise.

Hanno un bel
dannarsi gli inglesi, chissà ora dopo la Brexit a rivendicare a Christopher Merret (1614-1695) la
primogenitura della speciale tecnica della rifermentazione in bottiglia, oppure
i franciacortini
bresciani
a chiamare in causa per la stessa cosa Girolamo Conforti ed il suo libro Libellus de vino mordaci del 1570. Se
oggi il mondo intero sogna, brinda, si consola, si tiene compagni stappando una
bottiglia di vino con le bollicine il merito è sempre di Dom Pérignon e del
mito universale della Champagne.

In tanti provano
ad “imitare” l’inimitabile Champagne, ma la differenza, oltre a secoli di
storia e ad un savoir faire unico, la fa il terroir, il legame unico e indissolubile tra una terra e le uve che
storicamente vi nascono ed una tecnica speciale.

In Champagne
hanno chiara l’idea di questa evidenza e la dimostrazione l’ho avuta leggendo
che sul sito Internet della sua maison questo récoltant manipulant di Choully, nella Côte des Blancs, uno dei 17 comuni classificati Grand Cru de Champagne, ha scritto in
bella evidenza “Ma terre est mon royaume”,
la mia terra è il mio regno.

E’ una storia, quella della Maison Pierre Legras, i cui
Champagne sono importati da noi grazie a Mario e Alessandro Federzoni di Première Italia, che ha origine come
marchio dal 2002, ma che vede Vincent
Legras
, l’attuale patron, come terminale di una famiglia che produce
Champagne da quasi 400 anni e che è quindi alla undicesima generazione.

Oggi il domaine, come racconta il grande esperto Alberto Lupetti, alias sito Internet Lemiebollicine, nella sua scheda dettagliata che si trova a pagina 469 della sua imperdibile guida di riferimento Grandi Champagne, nuova edizione 2020-2021, che vi consiglio assolutamente di acquistare, conta su 10 ettari di proprietà a Chouilly e altri in affitto a Vinay, Epernay e Boursault. Lo Chardonnay è il vitigno più coltivato, con il 95% degli ettari, seguito da Pinot Noir e Meunier. I vigneti stanno ricevendo la certificazione ambientale Hve.

Vincent Legras ha come obiettivo
ottenere cuvées che siano all’insegna di tre elementi chiave: freschezza,
eleganza e carattere fruttato.

Lo Champagne che ho scelto per
cominciare a raccontare il suo lavoro è un Blanc de Blancs Chardonnay 100%
provenienti da deux lieux-dits, Les
Partelaines
per l’80% e Montaigu per il 20%. Parzialmente vinificato, per un 16%, in legno si è affinato quasi
cinque anni sui lieviti. E’ il Brut
Nature
Monographie che al mio
assaggio, ovviamente con il mio bicchiere preferito, quello
di Luca Bini
, mi si è presentato così:
giallo paglierino brillante molto luminoso, quasi traslucido, perlage finissimo
e continuo, naso sottile, finissimo, fresco, nitido, con note di nocciola,
mandorla, fiori bianchi, agrumi e sfumature burrose che richiamano la meringa
in evidenza, a comporre un bouquet molto fine.

Al gusto ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte ad uno Champagne molto gastronomico, perfetto per l’abbinanamento ad ostriche e crostacei, molto diretto, verticale, incisivo, nervoso, con acidità scattante e persistenza lunga e fine. Non uno Champagne di grande complessità, ma una bottiglia che ne stappi una e ne berresti due.

E poi, pour rigoler un peu, l’ho tappato, prima di finire la bottiglia, con questo stopper. Per un gioco di parole: per chiudere in bellezza ho chiuso con Cà del Bosco. Oppure, basta Cà del Bosco, bevo solo Champagne!

Perché la Franciacorta e la sua azienda leader, la migliore di Erbusco e di tutta la denominazione Docg bresciana, sono straordinarie e hanno come punto di riferimento l’uomo più intelligente di tutta la zona, il mio coetaneo Maurizio Zanella, ma la Champagne, mesdames et messieurs, est toujours la Champagne, ça va sans dire

La Champagne é sempre la Champagne, con il suo fascino infinito, il suo modo unico e inimitabile ma imitato da tantissimi nel mondo intero, forse anche sulla Luna, chissà, di onorare, dopo secoli, quel metodo della rifermentazione in bottiglia che venne messo a punto dal monaco benedettino Pierre Pérignon, dit dom Pérignon, nato a Sainte-Menehould