A tutti voi che, come me, pensato
che lo Champagne sia unico ed
inimitabile e che sia il più grande vino, Barolo e grandi Bourgogne a parte,
del mondo, segnalo l’eccellente intervista che la collega
giornalista e wine blogger (come me) Sophie
Claeys
ha fatto sul suo blog
La Champagne di Sophie Claeys
, fonte inesauribile di informazioni
sull’universo Champagne ad un analista di strategie e marketing della
Champagne, autore di un libro di fondamentale importanza. Lui si chiama Martin Cubertafond, ed il
libro
si intitola Stratégies et marketing du Champagne.

Di cosa tratta l’intervista che Sophie Claeys ha fatto a
questo consulente in strategie aziendali e maître de conférences à Sciences-Po Paris, dove si
occupa di strategie d’impresa e tiene dal 2006 un corso sul mercato mondiale
del vino?

Cubertafond, autore anche del volume Entreprendre dans le vin, apparso
nel 2015, nella prima
parte dell’intervista, che
potete leggere qui
, parla di una Champagne “entrata in una nuova era dopo
la crisi economica del 2008, che ha segnato la fine della crescita dei volumi:
per la prima volta le vendite di Champagne aumentano in valore mentre
ristagnano diminuendo leggermente in volume”.

Che fare
dunque? “lo Champagne non ha alternative: con da un lato la concorrenza degli
altri “effervescents” nella fascia bassa di mercato, e dall’altro l’aumento
delle costo al chilo delle uve (e dunque non esiste un modello economico
perenne per degli Champagne venduti a meno di 15 euro al consumatore finale), è
destinato a puntare su una strategia di valore e non di volume. Dunque deve di
più non con meno, ma con altrettanto”.

Secondo l’analista
lo Champagne “ha conosciuto dei cicli di 9-10 anni negli anni Settanta e la
seconda crisi è avvenuta nel 2009. Sono trascorsi giusto undici anni e non
sarei sorpreso se si profilasse all’orizzonte un nuovo ciclo”. Con una grande
novità: “un mercato che si separa in due sotto segmenti: da un lato gli
Champagne valorizzati, con una forte presenza nel settore dell’export che è in
crescita, e dall’altro le bottiglie poco valorizzate che sono vendute in gran
parte in Francia”. Questo segmento è “in forte calo, fenomeno accelerato dalla
Loi Egalim (per saperne di più in dettaglio leggete
qui
, legge voluta dal presidente Macron, che mira ad un equilibrio delle
relazioni commerciali nel settore agricolo e dell’alimentazione, votata il 2
ottobre 2018 all’Assemblée Nationale e diventata legge un mese dopo, e
scaturita dai dibattiti svolti dal 20 luglio al 21 dicembre 2017 nell’ambito degli
États généraux de
l’alimentation (EGalim), che penalizza i prodotti le cui vendite si basano
soprattutto sulle promozioni”.

E in questo contesto, prosegue, se
arriverà una crisi “rischia di toccare solo una parte degli attori, quelli che
si trovano nella costrizione del prezzo base, senza elementi di differenziazione
(marchio, identità) e super vincolati al mercato
francese dove realizzano più della metà delle vendite
”. Per quanto il
Sistema Champagne goda di buona salute, con molti fattori positivi, come la
comparsa di una nuova generazione di vignerons super qualitativi che donano una
identità forte ai diversi terroir champenois, “una parte degli operatori si
trovano costretti a modificare in futuro il loro modus operandi e questo
provocherà una evoluzione del modello champenois, perché quello che ha
consentito 30 anni di crescita condivisa, con un terzo delle bottiglie
commercializzate dai vignerons, non corrisponde più alla realtà di mercato”.

Ancora più interessante l’analisi
nella seconda
parte dell’intervista a Martin Cubertafond, che potete leggere qui
, e soprattutto
per i lettori italiani, perché si parla nientemeno che dei competitors dello
Champagne sul mercato francese, nella fascia bassa di prezzo, il Cava spagnolo
e, tel chi!, il Prosecco, che chissà
perché viene scritto con la minuscola, prosecco..

Seguite il ragionamento, che vi traduco letteralmente: “Il Prosecco ha conosciuto una crescita fenomenale: la sua produzione è triplicata nel giro di cinque anni e dovrebbe stabilizzarsi intorno ai 600 milioni di bottiglie annue, ovvero il doppio delle expéditions de Champagne nel 2019”.

E qui, tenetevi forte, e questo è un
ragionamento che ricorda quello fatto nell’aprile di te anni fa dal presidente
del Consorzio Franciacorta, riportato in un’intervista
a The Drink Business
e da
me contestato
: “il Prosecco rappresenta innanzitutto un’opportunità per lo
Champagne in generale, perché ha provocato una trasformazione del mercato
mondiale degli “spumanti”. Ha ampliato le modalità di consumo (aperitivo, una
partita di calcio vista davanti al televisore, ecc.) e recluta nuovi
consumatori, soprattutto i millennials. Questi nuovi consumatori
invecchieranno, si faranno più esigenti, aspireranno ad una gamma qualitativa
più elevata, e quando avranno un evento particolare da celebrare si
rivolgeranno alla categoria superiore, lo Champagne”.

Il Prosecco “è parimenti una
minaccia per lo Champagne. Minaccia indiretta da una parte, perché viene
venduto negli stessi negozi e tende a prendere il suo posto sugli scaffali.
Minaccia diretta, tuttavia, per gli Champagne a prezzo basso. In UK, ad esempio,
tra 12 e 15 sterline il consumatore potrà scegliere tra uno Champagne senza
particolari pregi (molto spesso il marchio di un negozio, con un marketing
limitato e una qualità media) e uno dei migliori Prosecco, con un rapporto
prezzo qualità competitivo. E probabilmente sceglierà il Prosecco”.

Il resto dell’intervista verte su
temi molto affascinanti, la certificazione, ed un modo sempre più trasparente
di comunicare con i consumatori. Secondo Cubertafond “la posta in gioco negli
anni a venire è la trasparenza nei rapporti con i consumatori. L’App Yuka (per sapere cosa sia vedete qui e qui ) lo dimostra: un terzo
delle famiglie francesi l’hanno scaricata ed il 94% dei suoi utenti hanno già
abbandonato una marca o un prodotto. E’ un’ondata che non si potrà fermare e non
ritornerà indietro”.

E qui il discorso si fa ancora più
sofisticato e quasi filosofico: “ per lo Champagne la trasparenza ha la
vocazione di diventare un non soggetto perché diventerà la norma. Bisognerà,
nel futuro immediato, essere capaci di spiegare quel che si fa, in vigna (quali
prodotti sono utilizzati?) e in cantina (quali assemblaggi?). E per i vins d’assemblage
di territori e millessimi diversi come sono la maggioranza degli Champagne la
tracciabilità è complessa, e dunque bisogna fare prova di pedagogia. E da
questo punto di vista i vignerons hanno un vantaggio rispetto alla maggioranza
delle Maisons de Champagne, perché producono loro stessi le loro uve. Ed è una
formidabile carta da giocare di fronte all’esigenza di essere sempre più
trasparenti che è sempre più urgente”.

Non è forse affascinante e ricca di
implicazioni questa analisi elaborata da Martin Cubertafond e riportata da Sophie Claeys sul suo blog? Non tocca forse
temi che riguardano non solo lo Champagne ma anche l’intero mondo delle
bollicine, metodo classico e non, Franciacorta, Trento, Alta Langa, Oltrepò
Pavese, Prosecco Doc, Prosecco Docg, e “spumanti” vari? Ah, se ci fosse una
rivista seria dove trattare questi temi! Invece c’è solo, e ringraziate che
esista, Lemillebolleblog….

A tutti voi che, come me, pensato che lo Champagne sia unico ed inimitabile e che sia il più grande vino, Barolo e grandi Bourgogne a parte, del mondo, segnalo l’eccellente intervista che la collega giornalista e wine blogger (come me) Sophie Claeys ha fatto sul suo blog La Champagne di Sophie Claeys, fonte inesauribile

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