clark-Oltrepò Pavese metodo classico Cuvée dell’Angelo 2012 Castello di Cigognola

Un eccellente metodo classico base Pinot nero targato Oltrepò Pavese

Non ho rispettato, come avrei voluto, la scadenza settimanale per l’appuntamento della serie #unbuonoltrepoalgiorno ovvero, un buon vino fermo o metodo classico dell’Oltrepò Pavese al giorno, il miglior modo per andare oltre gli scandali e togliersi il medico (e il coronavirus) di torno…

Vedo però di recuperare il tempo perduto proponendovi un eccellente (eh, sì, eccellente) metodo classico base Pinot nero di un’azienda che ha tutto il potenziale per rappresentare una delle carte vincenti di quella bellissima (e un po’ sfortunata e controversa) zona vinicola lombarda che corrisponde al nome di Oltrepò Pavese.

A dire il vero le mie prime esperienze di degustazione delle bollicine dell’azienda in oggetto, proprietà di una famiglia importante verso la quale nutro massimo rispetto (per motivi politici, calcistici e culturali), non erano state entusiasmanti.

Non credo fosse colpa del mio palato o di una qualche forma di prevenzione nei confronti dell’enologo, famoso più per i suoi rossi che per le sue esperienze spumantistiche, quei vini, soprattutto il Rosé, non mi erano piaciuti per niente e io non avevo mancato di scriverlo.

Nel frattempo sono cambiate tante cose al Castello di Cigognola, questa l’azienda in oggetto, proprietà della famiglia Moratti, e più precisamente di Lady Letizia Maria Brichetto Arnaboldi, già prima donna ad essere eletta Presidente Rai e Sindaco della mia adorata Milano, poi Ministro dell’Istruzione, e del marito, il petroliere Gian Marco Moratti, purtroppo scomparso nel febbraio 2018.

Gian Marco figlio del mitico Angelo e fratello di Massimo, i due Moratti che a noi interisti hanno dato le soddisfazioni più grandi, quelle che danno un senso alla passione (tiepida) di tifoso. A proposito cari “bauscia”, prepariamoci, che tra meno di un mese noi, che non siamo mai andati in serie B, il fatidioc 22 maggio celebreremo il decennale del magico Triplete dell’INTER di Zanetti e Mourinho…

E’ arrivato a guidare l’azienda, accanto al giovane Gabriele Moratti (che speriamo abbia ereditato dal padre la passione per i grandi vini e da entrambi i genitori il bernoccolo degli affari), un direttore generale di grande esperienza come Gian Matteo Baldi, Riccardo Cotarella ha lasciato il posto di consulente enologico a Federico Staderini, Giovanni Bigot si occupa della gestione dei vigneti. Tutte vigne situate attorno al meraviglioso (lo dico giudicando dalle foto, ovviamente non ci sono mai stato) Castello del dodicesimo secolo.

E’ stata fatta un po’ di chiarezza nella comunicazione dell’azienda mediante un restyling significativo delle etichette della Tenuta: un’etichetta alla francese con il solo nome Moratti come griffe sui metodo classico e il brand Castello di Cigognola sui vini fermi.

Il resto è rimasto quella cosa importante che era prima. 28 gli ettari vitati, posti tra 300 e 350 metri di altezza, sui 36 complessivi della tenuta, di età media attorno ai 25 anni, allevati a spalliera e guyot, il terreno ideale per la produzione di vino, con Marne di Sant’Agata fossili, lo strato intermedio è invece una formazione gessoso solfifera, mentre sulle sommità di Cigognola sono visibili arenarie e conglomerati.

Si produce vino e si fa viticoltura con un lavoro che presta attenzione alla sostenibilità della filiera, in regime semi-biologico, “alla ricerca di un’uva pulita, integra, ma al tempo stesso scevra di sostanze chimiche aggiunte pesanti”.

Il Pinot nero al centro del progetto aziendale, da indagare sia per la produzione di un grande rosso fermo, sia per quella di metodo classico Blanc de Noir, e poi vengono prodotti rossi base Barbera e Nebbiolo (un vino, questo, che non ho mai provato e sarei curioso di assaggiare).

Ma veniamo al sodo, al metodo classico, al Blanc de Noir che ho degustato con crescente sorpresa, alla Cuvée dell’Angelo 2012, da uve scelte in alcuni vigneti di Pinot Nero lato nord ovest della collina di Cigognola, la bellezza di 72 mesi di permanenza sui lieviti, sboccatura maggio 2019, un Pas Dosé sullo stile, tanto per darvi un’idea, dell’ottimo Nature di Monsupello che da anni considero uno dei migliori cinque migliori metodo classico oltrepadani.

Mi sono dedicato all’assaggio senza arrière pensées e senza condizionamenti, consapevole che quel vino l’aveva in larghissima parte seguito e concepito ancora Riccardo Cotarella (con il quale ho sempre avuto e ho eccellenti rapporti umani pur non essendo un estimatore del suo stile enologico), lasciando che a parlare fosse il bicchiere (nel mio caso quello di Luca Bini).

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E il bicchiere ha parlato, eccome, di un colore paglierino oro intenso, di un perlage sottile e continuo, vivace, di un naso molto compatto, denso, cremoso, inconfondibilmente Pinot nero oltrepadano, con note di frutta matura, pesca bianca, pompelmo, ananas, in evidenza, molto espansivo e denso, da vino importante.

E ha raccontato ancora di più, il bicchiere, passando alla fase gustativa, una bocca ricca, ben secca e nervosa, di ampia tessitura e lunga persistenza, con bollicine non aggressive ma capaci di farsi sentire sul palato, un gusto pieno di sapore, per un metodo classico da non “sbicchierare” affatto come aperitivo, ma da portare a tavola e apprezzare non solo sul mitico (insuperabile?) Salame di Varzi (con annesso miccone) ma anche su preparazioni dove l’abilità del cuoco emerga (come accade quando siedo nei due miei ristoranti oltrepadani preferiti, il Selvatico di Rivanazzano e Il Prato Gaio di Montecalvo Versiggia e quando sedevo al ristorante Il Pino dell’indimenticabile Mario Musoni – il cuoco prediletto insieme a Franco Colombani del sommo Gioann Brera fu Carlo – a Montescano) senza voler prevaricare la voce solista delle materie prime del territorio.

Questo, perbacco, l’Oltrepò Pavese che mi piace e che vi raccomando!

Castello di Cigognola
Piazza Castello 1
Cigognola PV
tel: 0385.284828 – Fax: 0385.284263
e-mail info@castellodicigognola.com /
Sito Internet www.castellodicigognola.it

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Un eccellente metodo classico base Pinot nero targato Oltrepò Pavese Non ho rispettato, come avrei voluto, la scadenza settimanale per l’appuntamento della serie #unbuonoltrepoalgiorno ovvero, un buon vino fermo o metodo classico dell’Oltrepò Pavese al giorno, il miglior modo per andare oltre gli scandali e togliersi il medico (e il coronavirus) di torno… Vedo però

clark-Ma finiamola, una volta per tutte, con gli enosnobismi anti-franciacortini!

A proposito di un discutibile articolo de Il Foglio

Non sono un fan a priori di quella fortunata zona spumantistica lombarda (che l’anno prossimo festeggerà i suoi primi 60 anni di storia) e credo che dei circa 3000 ettari relativi alla zona di produzione delle bollicine Docg (il Consorzio, nato nel 1990, “festeggia”, se così si può dire, i suoi primi 30 anni di vita), ce ne sia una buona parte che troverebbe miglior destinazione come zona di coltivazione di frumento, orzo e patate.

Ciò detto, reputo che affermare che in Franciacorta, poiché ci sono aziende che fanno vini mediocri e senza personalità, perché ci sono grandi aziende di stile e impostazione industriale, non si facciano vini buoni, non è solo disinformazione, ma pura imbecillità.

Attorno alla Franciacorta, alla sua valutazione e percezione, girano leggende, luoghi comuni e tante sciocchezze – ma come si fa a non considerare eccellenti i metodo classico di (ne cito solo dieci) Cavalleri, Cà del Bosco, Enrico Gatti, Il Mosnel, Colline della Stella, Faccoli, Camossi, Rizzini, Castello Bonomi, Barboglio de Gaioncelli? – e uno dei luoghi comuni più diffusi e scemi è che in Franciacorta le cose migliori, le uniche secondo qualche emerito cretino “che si salvano”, sarebbero opera di piccole aziende che hanno vigne nel territorio della Franciacorta, ma Franciacorta Docg non producono. Che non fanno parte del Consorzio Franciacorta, o per libera scelta, o perché – ho in mente un caso preciso – ne sono stati espulsi.

Queste piccole aziende oggetto dell’entusiasmo e dell’ammirazione incondizionata di piccolissimi gruppi di eno-talebani, dotati di un fanatismo degno degli adepti dell’Isis nei tempi migliori, sono “note” a tutti, sono quattro o cinque e quando si ha occasione di assaggiarle le loro bollicine si rivelano assolutamente non migliori di quelle della stragrande maggioranza delle aziende aderenti al Consorzio. In un caso, Cà del vent, sono addirittura ben peggiori e sono piacevoli come un calcio nelle…

Eppure questo enosnobismo antifranciacortino, di cui è tipico esempio un giornalista odioso e insopportabile come tale Scanzi Andrea (grillino e filo Conte e collaboratore di un fogliaccio come Il Fatto quotidiano, assidua presenza alla tramissione della Gruber su La 7), e che avevo bollato in questo articolo di qualche anno fa, è duro a morire.

E resiste e si estende anche ad organi di stampa che dovrebbero essere informati e intelligenti. L’ultimo esempio risale a domenica, al quotidiano – che alcuni dicono essere il più colto e raffinato in Italia – Il Foglio, fondato da Giuliano Ferrara e ora diretto da Claudio Cerasa, dove a firma di tale Sonia Ricci, è apparso un articolo sull’”Italia del vino che resiste” nei tempi durissimi del #coronavirus.

La tipa ha intervistato, non si sa in base a quale misterioso criterio spannometrico, alcuni produttori in zone diverse, con larga preferenza per produttori del settore “vini naturali”, biodinamici, biologici, e in Franciacorta chi ha avuto la brillante idea di interpellare? Un tale che produce bollicine VSQ che non sono Franciacorta DOCG e che è fuori dal Consorzio Franciacorta. Uno che non voglio nominare nemmeno, primo per non fargli pubblicità, secondo perché l’ultima volta che ho avuto un contatto con la sua persona mi ha insultato, anche mediante messaggi audio che conservo, via WhatsApp.

Ma che senso ha una cosa del genere? Che senso ha inserire un produttore della Franciacorta, accanto ad Angiolino Maule di Gambellara, al cirotano Cataldo Calabretta, al siciliano Guccione, all’altoatesino Patrick Uccelli, al veneto Luca Elettri, in un articolo già enosnob di suo, perché parla dei problemi che vivono (i produttori normali no, quelli vanno benone e navigano nell’oro e non soffrono…) le “piccole produzioni artigianali gestite per lo più a livello famigliare. Una fazione di resistenti in crescita negli ultimi anni, lontana dalle logiche della produzione convenzionale, chimica e interventista. Sono chiamati vignaioli naturali, artigianali, sostenibili” in questo articolo?

E perché non un produttore che produce Franciacorta Docg di eccellente livello, biodinamico, come 1701 Franciacorta che é membro di Renaissance Des Appellations e Vi.Te?

Segnalo alla tizia disinformata che anche un’azienda come Barone Pizzini (di cui non sono un fan) sono oltre vent’anni che pratica viticoltura biologica, e che molte aziende in Franciacorta stanno riconvertendo i vigneti a bio.

Ma vaglielo a spiegare a chi crede alla favola bella che in quell’azienda bresciana che lei ha scelto si produca qualità superiore a quella delle circa 130 aziende associate al Consorzio… Morale della favola? Dilettanti allo sbaraglio anche su quello che dicono essere il più intelligente e colto quotidiano italiano. Quello su cui scrivono il geniale Camillo Langone, lo straordinario Pietrangelo Buttafuoco e un sacco di firme illustri.

n.b.

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A proposito di un discutibile articolo de Il Foglio Non sono un fan a priori di quella fortunata zona spumantistica lombarda (che l’anno prossimo festeggerà i suoi primi 60 anni di storia) e credo che dei circa 3000 ettari relativi alla zona di produzione delle bollicine Docg (il Consorzio, nato nel 1990, “festeggia”, se così

clark-Il Coronavirus ostacola le expéditions de Champagne nel mondo

Anche i dati di febbraio sono negativi. A fine anno ancora sotto i 300 milioni

L’avevo già scritto una settimana fa, qui, che il bastardissimo #coronavirus che ha sinora causato qualcosa come 17.170 morti in Francia, sta creando seri problemi allo Champagne, alle sue vendite, alle expéditions nel mondo.

Mi ero riferito ai dati delle expéditions di gennaio, ma passato un mese, e arrivati a febbraio, le cose, come racconta in questo articolo la sempre informatissima Sophie Claeys sul suo blog, la situazione è peggiorata. Spediti 14,7 milioni di pezzi, con un calo dell’11,4% rispetto a febbraio 2019.

Se la Francia fa un timido passo in avanti, con un aumento dell’1,1%, molto male sono andate le cose, nel mese di San Valentino, nell’Unione Europea (calo del 28,4%) nonché nel resto del mondo, calo del 13,4%. Va sottolineato che il calo nell’Unione Europea è proprio un tonfo, perché le spedizioni nel febbraio 2020 sono inferiori non solo a quelle del 2019 ma a quelle del 2018.

E’ il maledetto effetto del #coronavirus, perché nei primi due mesi del 2020 le expéditions calano del 4,7% e si fermano a quota 32,5 milioni di bottiglie.

E in una valutazione in prospettiva sui dodici mesi, le expéditions nel 2020 potrebbero calare del 2,6% e resterebbero ancora, come nel 2019, sotto la soglia dei 300 milioni di pezzi, fermandosi a quota 296…

n.b.

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Anche i dati di febbraio sono negativi. A fine anno ancora sotto i 300 milioni L’avevo già scritto una settimana fa, qui, che il bastardissimo #coronavirus che ha sinora causato qualcosa come 17.170 morti in Francia, sta creando seri problemi allo Champagne, alle sue vendite, alle expéditions nel mondo. Mi ero riferito ai dati delle

clark-Champagne Extra Brut Réserve Palmer

Un perfetto Champagne da ostriche e crostacei… ad averli…

C’era una volta un’altra vita, una vita in cui i ristoranti erano aperti, giravano un po’ di soldi (in verità girano anche oggi tra quelli che, fortunati loro, li hanno..) e noi maschietti quando volevamo conquistare una bella donna la si invitava a cena offrendole (sperando che la cosa sortisse un effetto positivo…) una bottiglia di Champagne.

In quell’altra vita – che chissà se tornerà mai – quando si esagerava lo Champagne veniva accompagnato, sempre che la “donzella” non le amasse (io ho sempre frequentato donne che le adoravano…) da una dozzina almeno di ostriche. Delle diverse varietà: belon, fin de claire, marennes, etc.

E qui, direte voi, si apre il dibattito (molto accademico e un po’ ozioso in tempi tragici come i nostri): ma davvero lo Champagne è l’abbinamento ideale delle ostriche e non è meglio invece rinunciare alle bulles e puntare su un Muscadet-sèvre-et-maine o un Muscadet coteaux-de-la-loire che i puristi e i sommelier più raffinati dicono essere il mariage ideale avec les huîtres?

Adoro il Muscadet (anche se in Italia non è facilissimo trovarlo: il sito Internet Vinatis.it ne propone due, questi) ma per me ostriche e Champagne è un abbinamento da sogno.

Facevo questo ragionamento tra me e me mercoledì sera, quando dopo aver fatto un’incursione nella mia cantina ed essere tornato a casa con quattro bottiglie tra cui questa, mi godevo (per fortuna ho ancora qualcosa di questa Maison) una bottiglia, con dégorgement presunto di quattro anni orsono, dell’Extra Brut Réserve di una casa che stimo tantissimo e ritengo ingiustamente sottovalutata.

Di certo non sottostimata da una società come Vino e design di Reggio Emilia, socia del Club Excellence presieduto da quell’autentico Signore che è il barone Massimo Sagna (importatore di Roederer, Faivelée, Ladoucette, Domaines Ott, Albert Pic e Romanée-Conti, tra gli altri) che importa, credo con buoni risultati, le sue cuvée.

Sto parlando della Maison Palmer di Reims, una produzione intorno ai tre milioni di bottiglie, di cui ho già scritto qui e qui. Vi rimando invece a questo terzo articolo, dedicato all’ottimo Rosé Réserve, per le notizie più dettagliate sulla storia di questa protagonista del panorama champenoise, erede della Société Coopérative de Producteurs des Grands Terroirs de la Champagne, creata nel secondo dopoguerra, nel 1948, da una serie di viticoltori della Côte des Blancs e della Montagne de Reims.

Mi piace solo ricordare, en passant, che si tratta di una esemplare Cave coopérative, con 320 soci e 415 ettari controllati, di cui 200 vigneti classificati come grands e premiers crus nella zona della Montagne de Reims, a cui si aggiungono le vigne della Côte de Sézanne, della Côte des Bar e della Vallée de la Marne, per una quarantina di cru in totale, con un encépagement che vede dominare Pinot noir e Chardonnay quasi in parti uguali e con una quarantina di ettari di Pinot Meunier. Una Maison, Palmer, che ha un grande interesse per cultura e arte e organizza mostre e rassegne molto interessanti e di grande valore.

Sognando les huîtres che non avevo, dunque mi sono goduto l’eccellente, affidabile, nervoso Extra Brut Réserve, una cuvée affinata sui lieviti per sei anni, dosaggio degli zuccheri di 4,5 grammi, composta per 50-55% da Chardonnay, per il 35-40% da Pinot noir e per il 10-15% da Meunier.

Più che una degustazione la mia (e di mia moglie) è stata una rinfrancante bevuta (la sera prima avevamo bevuto l’Extra Brut Avec le temps di De Sousa e lo stile era completamente diverso), la conferma che un buon Champagne, non straordinario, ma buono, ben fatto, trova sempre una buona ragione di essere bevuto, anche se non ti trovi nel ristorante stellato e nel piatto ti ritrovi altro e non quella preziosità afrodisiaca che sono almeno due dozzine (meno mi rifiuto di mangiarle: una volta ad Arcachon sono arrivato a spazzarne via, ospite con altri colleghi stranieri, di un ostreicoltore, ben 80…) di ostriche.

Colore paglierino oro squillante, perlage sottile e continuo, sottilissimo, un bouquet freschissimo con note di nocciola, pasticceria, fiori bianchi in evidenza e in evoluzione leggere sfumature di noce. Attacco in bocca secco, nervoso, incisivo, e gusto che si mantiene ben teso, salato, quasi appuntito, con un’acidità importante che spinge, una persistenza lunga e una bella croccantezza delle bolle.

Un gran bel bere, anche in tempi, maledetti, di #coronavirus…

n.b.

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Un perfetto Champagne da ostriche e crostacei… ad averli… C’era una volta un’altra vita, una vita in cui i ristoranti erano aperti, giravano un po’ di soldi (in verità girano anche oggi tra quelli che, fortunati loro, li hanno..) e noi maschietti quando volevamo conquistare una bella donna la si invitava a cena offrendole (sperando

clark-Champagne Rosé Princes De Venoge

L’eleganza fatta rosé in una bottiglia speciale

Non amo le bottiglie strane, quando penso ad una bottiglia di Champagne è ovvio che pensi alla classica “sciampagnotta”, ma so bene che nella zona d’origine del primo e insuperabile metodo classico (méthode champenoise) del mondo ci sono Maison, Caves coopératives e (più rari) vignerons che amano giocare con la forma dei loro flacons. E si divertono a proporre soprattutto cuvée de prestige in bottiglie che sono autentiche creazioni artistiche e capolavori di fantasia.

Una di quelle più note, un vero unicum, è la bottiglia speciale, inconfondibile, che una Maison, la De Venoge & Cie, nata nel 1837 a MareuilsurAÿ nella Vallée de la Marne 293 ettari vitati classificati Grand Cru, 246 a Pinot noir, 26 circa a Chardonnay, 20 a Meunier) per iniziativa di un emigrato svizzero proveniente dal nativo Canton de Vaud, Henri-Marc Venoge, insieme al figlio Joseph, ha ideato dal 1961, su modello di una bottiglia utilizzata nel XIX secolo, destinandola alle linee Princes e Louis XV destinate al canale Horeca.

De Venoge è una della più antiche Maison di Champagne oggi in commercio. Fu la prima azienda, nel mondo del vino, ad utilizzare etichette illustrate e nomi di fantasia per le sue bottiglie. L’attuale sede della Maison è la prestigiosa villa del fondatore in Avenue de Champagne a Épernay, oggi patrimonio dell’Unesco.

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Simbolo di questa bella Maison, la cui produzione è intorno alle 900 mila bottiglie distribuite su undici referenze, compresi nelle tre linee Cordon Bleu, Princes e Louis XV, è il Cordon Bleu, con riferimento al fiume Venoge e all’ordine di Saint-Esprit, il più celebre ordine della Cavalleria della monarchia francese. Nella sua sede è custodita la più importante raccolta di etichette di Champagne al mondo.

Tornando alla bottiglia speciale di cui stiamo parlando, va ricordato che la sua particolare è quella delle bottiglie create da Joseph de Venoge in onore dei Principi della casata reale. La particolare forma ricorda i decanter in cristallo che venivano utilizzati all’inizio del XX secolo per servire gli Champagne dell’epoca.

Cosa ho bevuto di De Venoge? Grazie alla gentilezza del suo importatore l’ottimo Mario Federzoni che con il figlio Alessandro ed i loro collaboratori ha creato e conduce la società Première Italia a Casinalbo vicino a Modena (oltre a De Venoge importa Première, che fa parte del Club Excellence, importa anche Guy Charlemagne, Morel, Pierre Legras, Bolieu, e altri e poi vini da Borgogna, Alsazia, Loira, Bordeaux, Languedoc, Spagna, Portogallo, Germania, Sud Africa (i Cap Classique di Graham Beck), Regno Unito (gli English Sparkling wines di Exton Park Vineyard) e distribuisce una serie di metodo classico italiani, ho bevuto un Rosé straordinario della collezione Princes.

Si tratta di un Pinot noir in purezza, cinque anni di permanenza sui lieviti, dosaggio di cinque grammi zucchero, 30% di vins de réserve, da uve provenienti da Mesnil sur Oger e Verzenay, Grande et Petite Montagne de Reims, e da altre provenienti da Les Riceys, che anche se non disponevamo di aragosta e crostacei (abbinamento ideale io credo) mia moglie ed io ci siamo gustati sempre più ammirati sorso dopo sorso.

Già il colore è una meraviglia, un qualcosa di indefinibile tra corallo, polpa di pesca e l’azalea rosa che troviamo in certi quadri di Klimt, poi finissimo il perlage, spettacolare e finissimo il perlage nel suo gioco nel mio bicchiere prediletto, quello di Luca Bini.

Ma poi che dire, se non rimanere affascinati, dall’eleganza suprema del bouquet, tutto giocato su note di ribes rosso, fragoline di bosco, agrumi (arance sanguinelle e pompelmo rosa), succose, fresche, vivacissime, aeree, fragranti?

Il resto poi, dal primo sorso in poi, è solo avvolgenza cremosa, morbidezza setosa, delicatissima vinosità, frutto vivo appena spiccato dai cespugli nel bosco e dall’albero, bolle non aggressive e solleticanti appena, e un progressivo conquistare il palato en souplesse, con uno charme, un’eleganza, una delicatezza che lasciano senza parole.

Cosa dirvi, cari lettori di Lemillebolleblog, se non consigliarvi, se amate gli Champagne Rosé come me, di procurarvene una bottiglia (sui vari siti online lo troverete tra i 55 e i 65 euro, che non sono pochi ma sono assolutamente giustificati) e sognare. Con i mala tempora che currunt un gran Rosé per sperare che la vita torni ad essere… en rose

 

n.b.

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L’eleganza fatta rosé in una bottiglia speciale Non amo le bottiglie strane, quando penso ad una bottiglia di Champagne è ovvio che pensi alla classica “sciampagnotta”, ma so bene che nella zona d’origine del primo e insuperabile metodo classico (méthode champenoise) del mondo ci sono Maison, Caves coopératives e (più rari) vignerons che amano giocare

clark-Champagne Grand Cru Extra Brut Avec le temps De Sousa

Una nuova cuvée di un pioniere della biodinamica e della Agriculture biologique

Ha scelto un bel nome, Avec le temps, il grande Erick De Sousa,  vigneron champenois che é stato tra i pionieri in Champagne della Agriculture Biologique, di cui ha adottato i dettami riconvertendo dal 1989 (e concludendo dieci anni dopo) i vigneti “in coltura biodinamica”, con ottenimento della certificazione nel 2010, per una delle sue due nuove cuvées, di cui non troverete menzione (aggiornare i siti per molti produttori non è una necessità..) sul sito Internet, con tanto di benvenuto in italiano, della Maison.

Io, d’émblée, avevo pensato ad un nesso con la meravigliosa canzone omonima del grandissimo chansonnier anarchico Leo Ferré, nato nel 1916 nel Principato di Monaco e morto nel 1993 in Toscana, nel cuore del Chianti, a Castellina in Chianti, nel 1993.. Già 27 anni, come passa il tempo…

https://youtu.be/ZH7dG0qyzyg

Invece mi sono sbagliato, contattato da me, Erick mi ha risposto che “Avec le temps é un omaggio al tempo necessario per elaborare una cuvée, minimo tre anni e più. Servono ugualmente vins de réserve di parecchie annate, quindi del tempo. Con gli eventi di questi giorni ci si accorge che il tempo è prezioso e che bisogna farne buon uso senza sprecarlo. Con l’obbligo di restare in casa stiamo facendo un diverso uso del nostro tempo. E occorre dedicare del tempo alla degustazione…”.

Digressione sul nome a parte, prima di dirvi dove potrete trovare notizie su questa nuova cuvée di una Maison che amo, che viene importata e distribuita in Italia da Sarzi Amadé e di cui ho scritto più volte, qui, qui e poi ancora qui, vorrei ricordare chi è De Sousa.

La storia della Maison ha inizio all’epoca della prima guerra mondiale, quando dal natio Portogallo dalla regione di Bragas, vicina a Porto, Manuel De Sousa arriva in Francia per combattere con gli Alleati. Al termine rientra in patria, ma la crisi economica lo convince a tornare nei luoghi dove aveva combattuto, in Champagne, e si stabilisce ad Avize. Suo figlio Antoine sposerà la figlia di un viticoltore del villaggio, Zoémie Bonville, e insieme fondano la De Sousa, che conoscerà una svolta a partire dal 1986, quando ne prenderà il timone il figlio Erick.

Erick, di formazione enologo è anche un ottimo vigneron e la Maison possiede 10 ettari vitati interamente in Grand cru, suddivisi in una quarantina di parcelles, di 45 anni di età media, nei villaggi di Avize, Oger, Cramant, Le Mesnil sur Oger in zona Blanc de Blancs per gli Chardonnay e su Aÿ e Ambonnay per i Pinot Noir. E scusate se è poco..

Le prima vigne risalgono ad un’epoca anteriore al 1890, su suolo “crayeux” e l’encepagement è per il 30% a Pinot noir, per il 10% a Pinot Meunier e per il 60% a Chardonnay. La percentuale di vieilles vignes è ben del 70%. Alta la densità d’impianto, 8000 ceppi ettaro. Per le cuvées “normali” vengono utilizzate in media un 70% di vigne di più di 25 anni, mentre per le cuvées più importanti vengono selezionate vigne di più di 50 anni d’età, alcune tra 60 e 80 anni, con rese più basse del 25-30% rispetto a quanto previsto dalla AOC Champagne.

Caratteristica di queste vecchie viti è di essere dotate di radici definite “pivots” che nel giro di una decina d’anni riescono a scendere a 25-30 metri di profondità e riescono quindi ad estrarre tutti i Sali minerali e gli oligo elementi del sottosuolo e del gesso. Più le radici scendono in profondità maggiori risaltano il goût de terroir e le caratteristiche varietali e superiore la qualità delle uve.

Pioniere della Agriculture biologique e biodinamica De Sousa, abbiamo detto, e difatti oltre ad un uso strettamente limitato di solfato di rame, come prescritto dalla normativa Ecocert, De Sousa conduce inoltre una parte dei suoi vigneti sostituendo il cavallo all’uso del trattore per una minor compressione del terreno affinché l’apparato radicolare goda di una migliore respirazione”. Un vignaiolo bio a pieno titolo, doppia certificazione Bio 2010 e Demeter 2013, ma senza alcuna ostentazione di questa scelta e le sue cuvée non hanno nessuno dei difetti (e dei limiti oggettivi da un punto di vista organolettico e di piacevolezza) che i vini bio e biodinamici presentano: nessuna rusticità o riduzione e un equilibrio e una bevibilità da applausi.

Tornando ad Avec le temps, a scriverne per primo è stato non un francese, ma un italiano, Alberto Lupetti, curatore della fondamentale Guida Grandi Champagne, di cui è disponibile da novembre l’edizione 2020-2021, sul suo sito Le mie bollicine. Articolo che potete leggere qui, riferito anche ad un’altra nuova cuvée di cui vi parlerò presto.

Due nuove cuvées, sans année, che nascono, scrive Lupetti, perché “Erick ha acquisito dalla sorella circa 2,5 ettari di vigneti, ma, non essendo questi ‘bio’, ha voluto comunque metterli in produzione realizzando due champagne inediti, sempre sotto l’egida De Sousa e non del più semplice marchio Zoémie De Sousa, sebbene questi vigneti non siano ancora ‘bio’ ma appena in conversione”.

Avec le Temps è un Blanc de Blancs Extra Brut, frutto di uve di Avize e Oger, quindi Grand Cru, espressione della vendemmia 2016, con fermentazione in cuve, due anni di permanenza sui lieviti, un dosaggio di cinque grammi litro ed un dégorgement (meritoriamente indicato in retroetichetta) che risale a meno di un anno fa, al 30 aprile 2019.

Ho letto le note di degustazione di Lupetti, che troverete nell’articolo, note che concordano sostanzialmente, anche se i nostri linguaggi sono abbastanza diversi.

Queste le mie impressioni non d’assaggio, ma di beva golosa, perché la bottiglia, abbinata a delle penne con dei peperoni e acciughe preparate da mia moglie, è stata “seccata” golosamente durante la cena. Ovviamente io ho degustato utilizzando il mio bicchiere prediletto, quello di Luca Bini.

Colore paglierino oro brillante molto luminoso, perlage sottile, si propone elegantissimo nei profumi, tutti giocati su un armonioso ensemble che comprende nocciola, fiori bianchi, meringa, accenni di frutta esotica. Molto aereo, fragrante, nitido, alla faccia di quelli che dicono che gli Champagne biodinamici hanno riduzioni e non sono di perfetta definizione olfattiva.

Alla prima entrata in bocca subito una carezza cremosa, bollicine sottilissime che vellicano il palato, un incedere avvolgente, delicatissimo, senza alcuno strappo, nonostante il vino sia ben teso, nervoso. Persistenza lunghissima e piacevolezza ammirevole.

Il solito capolavoro di Erick De Sousa e della sua famiglia, perfetto in abbinamento (ad averle, di questi tempi il reperimento è arduo) a capesante, o coquilles Saint-Jacques come dicono i francesi. Un mollusco il cui gusto dolce e delicato adoro e il cui migliore esempio non l’ho gustato in Francia o in Italia ma, indimenticabile momento, a Sidney nel novembre 2016 in abbinamento al Sauvignon di Cloudy Bay.

Uno Champagne meraviglioso, che vi invito a gustare tenendo in sottofondo la Sinfonia numero 2 op.73 composta nell’estate del 1877 di Brahms,
Bene, allora non potete mancare forse in una delle più splendenti interpretazioni che conosca, quella registrata nell’”ottobre 1991 a Vienna nell’incanto del Musikverein (quello dove si svolge il Concerto di Capodanno) con i supremi Wiener Philarmoniker diretti da uno dei cinque più grandi direttori di ogni tempo, il tedesco (figlio d’arte, il padre, Erich, era altrettanto bravo) Carlos Kleiber. Tutto in questa Sinfonia ci parla del tempo che passa e non torna più…

https://youtu.be/XHmkl7GM_es

n.b.

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Una nuova cuvée di un pioniere della biodinamica e della Agriculture biologique Ha scelto un bel nome, Avec le temps, il grande Erick De Sousa,  vigneron champenois che é stato tra i pionieri in Champagne della Agriculture Biologique, di cui ha adottato i dettami riconvertendo dal 1989 (e concludendo dieci anni dopo) i vigneti “in

clark-Merde! L’affreux Coronavirus blocca un incoraggiante trend di crescita

I dati delle expéditions de Champagne in gennaio facevano bene sperare…

Coronavirus maudit! Anche nella magnifica Francia il misterioso, terribile, malefico morbo, sta falciando vittime innocenti. Siamo ormai intorno a 8900 morti e la situazione non accenna a migliorare. Il virus, come accade in Italia, Spagna, Regno Unito, in tutto il mondo, non semina solo morte, ma sta mettendo in ginocchio anche l’economia e quel settore che nel cuore particolarmente mi sta, ovvero quello del vino.

Quello che ha investito da almeno un mese a questa parte la patria di Voltaire, Céline e Macron è uno tsunami che colpisce duro il mondo del vino transalpino, che basa in larga parte sull’export in tutto il mondo le sue fortune. Colpisce le più importanti zone vinicole, Bordeaux, Bourgogne, Languedoc, e naturalmente colpisce anche la Champagne

Un’evidenza che ha sottolineato, sul suo indispensabile blog, la collega Sophie Claeys che in un articolo pubblicato ieri – leggete qui – ci racconta come il virus abbia bloccato un trend delle expéditions de Champagne nel 2020 che si annunciava interessante.

Secondo i dati delle expéditions resi noti dal Comité Champagne il 2020 era partito in maniera promettente, visto che con un volume di 17,7 milioni di bottiglie relative al mese di gennaio si aveva un incremento dell’1,7% ri1,7% rispetto a gennaio 2019. A tirare la volata era, come ormai è consuetudine da tempo, l’export nei Paesi terzi, che cresceva del 22,8% mentre la Francia era in calo del 5 per cento e l’Unione Europea del 10,5%.

In una proiezione su dodici mesi le expéditions erano però in ribasso dell’1,8% raggiungendo quota 297,9 milioni di bottiglie.

Valutando le tre diverse componenti della filiera champenoise le Maison con 13,8 milioni di bottiglie facevano segnare una crescita del 2,3% anche in questo caso con i Paesi terzi a tirare, con un balzo in avanti del 26,2%. In calo del 4,8% la Francia e ben del 16,9% i Paesi dell’Unione Europea.

Champagne delle Caves coopératives in rialzo del 5,7% con uno stupefacente incremento del 52% nei Paesi Cee e dello 0,3% nei Paesi terzi, mentre anche per le Caves Coop il mercato interno è di segno negativo, visto che calava dell’8,3%.

Infine lo Champagne dei vignerons (quello che a me e ai lettori di questo blog piace particolarmente), calo del 4,2% in gennaio, 2,3 milioni di bottiglie in totale, con la Francia, che comprende la maggioranza delle vendite, a calare del 3,8%. In ascesa, del dieci per cento, le vendite nei Paesi dell’Unione Europea, mentre un drammatico calo, del 30,1%, facevano registrare le vendite nei Paesi terzi.

In febbraio, prevedibilmente, le expéditions de Champagne saranno state al livello di gennaio, ma cosa sarà accaduto nelle vendite, con l’arrivo del terribile morbo anche in Francia, a partire da marzo?

A pensarci mi si raggelano le vene… Per consolarmi che fare? Semplice, stappare Champagne!

n.b.

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I dati delle expéditions de Champagne in gennaio facevano bene sperare… Coronavirus maudit! Anche nella magnifica Francia il misterioso, terribile, malefico morbo, sta falciando vittime innocenti. Siamo ormai intorno a 8900 morti e la situazione non accenna a migliorare. Il virus, come accade in Italia, Spagna, Regno Unito, in tutto il mondo, non semina solo

clark-Champagne Brut Fleur de craie Bolieu

Un Blanc de Blancs da applausi

In questi giorni di grande
sofferenza e dolore è partito da più parti un forte invito a consumare e bere e
scegliere di bere vini italiani. Cosa che, da amante di Bacco, prima che
giornalista enoico, faccio tranquillamente, ovviamente #acasa, ma pur
togliendomi parecchi sfizi bevendo vini italiani, piemontesi in primis, quando
voglio bere un grande metodo classico non mi accontento delle “imitazioni”
italiane, anche se talvolta sono bene riuscite. E portano in etichetta il nome
di Franciacorta, Trento, Oltrepò Pavese, Alta Langa. Io preferisco e scelgo l’originale
e quindi stappo Champagne.

Tra gli ultimi che ho bevuto sono
rimasto molto favorevolmente colpito – diciamo che mi è piaciuto senza se e
senza ma e che una bottiglia è andata via come fosse acqua bevuta con piacere
da mia moglie e da me, da uno Champagne 100% Chardonnay, un Blanc de Blancs,
che mi ha fatto conoscere visto che lo importa da noi con la sua Première Italia il caro amico Mario Federzoni.

Il vigneron si chiama Bolieu, fa pare dell’association de
vignerons Passion Chardonnay, ha
la cantina a Bassuet (90
ettari vitati) e grazie a Laurence e Charles Baffard che guidano il domaine dal
1998 vinifica le uve “da 6,5 ettari di vigneto, vigne sui 50 anni d’età, di
proprietà su matrici del turoniano (93-86 MA) di gessi commisti a marne
calcaree. Marna Grigia: gesso e calcare (che danno acidità, sapidità e
longevità) insieme a venature di argilla (che conferiscono morbidezza e note
fruttate). Nella zona
domina lo Chardonnay – uno chardonnay exotique, dalle note ricorrenti di
frutti tropicali e un centro bocca carnoso e bien épaulé, apprezzato
anche da svariate Maison (Lanson, Gosset, Jacquart, Ruinart tra le altre) – e
l’azienda non fa eccezione, lasciando al Pinot Meunier un modesto 5%”.

Il terroir di riferimento è quello dei Côteaux Vitryats, che con i loro 480 ettari sono la più piccola zona di produzione della Champagne. Bassuet, i Côteaux Vitryats, Vitry-le-François sono a mezza strada tra Reims e Troyes, un’area dove tutti i vigneti sono posti solo nella zona collinare ed esposti a Sud-Est.

Il sito Internet aziendale è purtroppo
fermo alla sola pagina di apertura
e notizie su questa piccola Maison le
trovo sulla fondamentale Guida di Alberto Lupetti, curatore del sito Le mie bollicine, Grandi Champagne (edizione
2020-2021
) che vi invito ad acquistare. La produzione è confidenziale, di
circa 26.000 bottiglie, la gamma comprende cinque referenze.

Io ho
de-gustato il Brut Fleur
de Craie
, da vigne
del 1972-1973, (Les Loges e Fossé), per il 70% da vini dell’annata 2011 e un
30% di vins de réserve, fermentato per un 15% in legno, e dosato a 6,5 grammi
zucchero. Un affinamento sui lieviti di 56 mesi: imbottigliato nel giugno 2013,
dégorgement gennaio 2018.

All’assaggio
queste le mie note di degustazione: colore paglierino oro squillante vivo
luminoso, perlage sottile e continuo molto fine, naso delicatissimo,
intensamente minerale, con note di mandorla, fiori bianchi, agrumi, litchi,
solo un lontano accenno di crosta di pane.

Bocca
decisa, incisiva, nervosa il giusto, di bella armonia e cremosità, con
retrogusto di nocciola e mandorla, non aggressivo sul palato, avvolgente, lungo
e persistente, croccante. Uno Champagne (dal prezzo per gli operatori intorno ai 40 euro) di grande eleganza e finezza,
che vi raccomando senza alcuna esitazione. Chapeau!

n.b.

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Un Blanc de Blancs da applausi In questi giorni di grande sofferenza e dolore è partito da più parti un forte invito a consumare e bere e scegliere di bere vini italiani. Cosa che, da amante di Bacco, prima che giornalista enoico, faccio tranquillamente, ovviamente #acasa, ma pur togliendomi parecchi sfizi bevendo vini italiani, piemontesi

clark-Spumante metodo classico Per Schers Cascina Albano

Bollicine di un produttore cui piace
scherzare ma che fa le cose sul serio

Sono sempre alla ricerca di novità,
di chicche enologiche, di bollicine non strane (il famolo strano, tipo produrre
un orange wine, piantare Cabernet o Merlot o Syrah nella zona del Barolo, il
mettere il Barolo ed il Barbaresco in barrique, buttarsi sull’anfora perché gli
“anforati” (orribile neologismo) sono di moda, non è affar mio e lo respingo
decisamente….), ma inconsuete ed in grado di sorprendermi e ieri sera ne ho
trovata una veramente ottima e inattesa che non voglio perdere tempo di
raccontarvi.

Siamo in Piemonte, nelle Langhe e
precisamente sulle colline di Barbaresco,
e alla Cascina Albano, dove la
famiglia Vacca (un cognome molto diffuso in zona, io conosco da una vita Aldo
Vacca, figura di spicco dell’esemplare cooperativa Produttori del Barbaresco)
produce vino da tre generazioni. Come si legge sul sito Internet aziendale “all’inizio
degli anni 80’ nonno Marco con il figlio Natale fondano Cascina Albano. Il nome
deve la sua origine al loro amore per la collina su cui si trova l’azienda e il
vigneto più storico: Alban, ovvero “baciato dall’alba, dai primi raggi di sole
del mattino”. L’anima dell’azienda è da sempre stata molto dinamica e con
Natale, la seconda generazione, inizia una profonda ricerca per migliorare la
tecnica in vigna e in cantina. Capi saldi della nostra famiglia da sempre sono
il rispetto per la natura e il voler trasmettere con i nostri prodotti passione
ed emozioni genuine. Marco, il figlio di Natale, la terza generazione, dopo una
formazione come enologo ha intrapreso la via dell’agricoltura naturale e
sostenibile.

La passione per questo lavoro e il fascino del rapporto tra pianta e uomo ci spingono ogni giorno a migliorare l’espressione del nostro territorio e della nostra storia attraverso il vino, capace come un libro infinito, di contenere tutto. La moderna creatività fusa con una visione agricola ed enologica attenta ci permettono di amplificare le caratteristiche uniche dei nostri vini e delle nostre colline. In ogni sorso ritroverete la meticolosità e la passione di nonno Marco, la pazienza ed il coraggio di Natale, la creatività e l’estro di Marco”.

Barbaresco è sinonimo di Barbaresco, l’altro grande vino albese
a base Nebbiolo (il Roero Docg è delizioso ma arranca ad anni luce di distanza…),
ma  curiosamente alla Cascina Albano non
producono Barbaresco ma Dolcetto d’Alba, Barbera d’Alba, Langhe Nebbiolo,
Langhe Arneis, un Roero Arneis da uve Arneis provenienti dalla zona del Roero,
un rosato credo da uve Nebbiolo (chissà, sul sito non si hanno notizie), e due
versioni di Langhe Freisa, una in acciaio e una affinata in legno che da fan
della Freisa quale sono non vedo l’ora di assaggiare. E bere insieme ad un’altra
Langhe Freisa totalmente new entry per me, quella
di Nadia Curto di La Morra
.

Però a Marco Vacca piace scherzare e
si diletta a produrre anche degli spumanti. Uno Charmat chiamato “sCiarMat” da
uve misteriose e soprattutto, ecco il soggetto di questo articolo, un metodo
classico. Una cosa seria, vista che è un Dosaggio Zero con affinamento di ben
48 mesi. Mica bau bau miciu miciu… Questo metodo classico, dall’etichetta molto
simpatica come tutte quelle dell’azienda e come quella dello “sCiarMat”, si
chiama “PerSchers” e per raccontarlo lascio la parola all’autore.

Come scrive Vacca “ Il “PerSchers”,
per scherzo, nacque nel 2008 come sfida per valorizzare al meglio le nostre
colline raccontandole con un’originale Spumante Metodo Classico. PerSchers si
distingue per la sua unicità e per il forte legame che ha con il territorio ed
è prodotto a partire da una cuvée di uve bianche.

L’etichetta rispecchia il carattere del vino e la sua storia seguendo lo stile di Cascina Albano. La voglia di mettersi in gioco abbraccia la tradizione del Metodo Classico e si esprime nel disegno della donna con la capigliatura aristocratica settecentesca immersa in una vasca da bagno. Le bollicine ricordano il fine perlage del PerSchers che come descritto dalla poesia, non smette mai di stupire. I colori e l’argento rappresentano la struttura del vino ed i suoi profumi, complessi ed eleganti.

Le uve, raccolte a mano nelle prime
ore del mattino, vengono delicatamente pressate separando le bucce dal mosto
fiore. Il mosto ottenuto viene conservato in vasche di acciaio inox a
temperatura controllata dove si illimpidisce naturalmente. La fermentazione
avviene a basse temperature così da preservare tutti gli aromi. Nei mesi
primaverili, in periodo di luna crescente il vino va incontro alla seconda fermentazione,
in bottiglia, seguita da un periodo di affinamento sui lieviti, nell’ambiente
fresco e buio della cantina, rispettando le più rigorose regole dello Spumante
Metodo Classico”. E ancora: “ottenuto dalla vinificazione delle prime uve
raccolte, quindi con una naturale freschezza ed acidità, bilanciata dalla
complessità donata dal lungo periodo di affinamento sui lieviti. Si consiglia
di servire a 10-12°C in calici di media ampiezza. In ottimo abbinamento con
aperitivi ed antipasti, ma grazie alla sua entusiasmante personalità può
accompagnare tutto il pasto. Particolarmente adatto a crostacei, primi piatti freschi,
risotti, uova, funghi e molti piatti della cucina asiatica”.

Con quali uve venga prodotto il PerSchers è un segreto che mi sono
impegnato a rispettare con Vacca: “non posso indicare il nome delle uve in
quanto VSQ generico. Il mio amore per la spumantizzazione concretizzatosi nel
2007 (prima annata) mi ha sempre portato a voler valorizzare il vigneto e
questo si compone di queste 2 varietà”. Posso dire che si tratta di due uve
bianche, una internazionale e una autoctona piemontese. E non è il Moscato, è bene
precisarlo.

Esaurita tutta questa lunga
premessa, cosa mi ha detto l’assaggio ieri sera? Ma che assaggio: la bottiglia è
stata allegramente e piacevolmente “seccata”, da me e da mia moglie in
abbinamento a del minestrone di verdure e a degli affettati.

Colore paglierino brillante luminoso,
perlage sottile nel solito mio bicchiere preferito, quello
di Luca Bini
, e naso di splendida pulizia e
freschezza, fragrante, con note di frutta esotica, nocciola, pesca noce, fiori
bianchi, leggera nota agrumata. Attacco in bocca diretto e incisivo, poi il
vino si apre cremoso, avvolgente, di bella pienezza e consistenza, con un bel
gioco tra dolcezza del frutto e sapidità. Un metodo classico armonico, ben
fatto, di grande equilibrio e piacevolezza.

Per concludere concedetemi una battuta: porca vacca, che buono il PerSchers di Marco Vacca! A Cascina Albano piace scherzare ma fanno le cose sul serio…

Cascina Albano
Strada Ovello, 38
12050 Barbaresco CN tel. +39 333 8696591
e-mail info@cascina-albano.com
Sito Internet https://www.cascina-albano.com/

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Bollicine di un produttore cui piace scherzare ma che fa le cose sul serio Sono sempre alla ricerca di novità, di chicche enologiche, di bollicine non strane (il famolo strano, tipo produrre un orange wine, piantare Cabernet o Merlot o Syrah nella zona del Barolo, il mettere il Barolo ed il Barbaresco in barrique, buttarsi

clark-Franciacorta Pas Dosé 2015 Cavalleri

Un grande metodo classico per ricordare i caduti da coronavirus

Non sarà sfuggito a nessuno, scorrendo le cronache terribili di questi orribili coronavirus mala tempora che currunt, che la provincia di Brescia (insieme a quella di Bergamo dove io vivo), sta pagando un tributo pesantissimo, visto che sono oltre mille, 1063, le vittime innocenti di questo morbo senza pietà.

E se, come si può leggere qui, a Brescia città sono stati 179 i morti, la falce senza volto ha colpito duramente un po’ in tutta la provincia e in una zona ch sta nel cuore di tutti gli appassionati di vino ed in particolare di bollicine, la Franciacorta. I numeri riportano questo bollettino (che mentre scrivo temo sarà ancora peggiorato) di guerra e morti: 7 Adro, 14 Cazzago San Martino, 8 Corte Franca, 5 Erbusco, 16 Gussago, 8 Iseo, 2 Monticelli Brusati, 17 Ospitaletto, 24 Palazzolo sull’Oglio, 9 Passirano, 7 Provaglio d’Iseo, 15 Rodengo Saiano, 18 Rovato…

Allora per mandare un pensiero commosso, sotto forma di brindisi, a questi caduti innocenti, ho pensato di stappare un Franciacorta Docg e ho scelto una cuvée, un Franciacorta Pas Dosé 2015, di una casa che apprezzo particolarmente, che conosco dal lontano 1987, quando i casi della vita vollero che io collaborassi, occupandomi della Lombardia (e quindi della Franciacorta) alle prime edizioni di una nota guida dei vini, gambero-slowfoodiana. L’azienda si trova nella capitale vitivinicola della zona spumantistica bresciana, ad Erbusco, e si chiama Cavalleri.

Non ho avuto la fortuna di conoscere il fondatore dell’azienda agricola Gian Paolo Cavalleri, nel 1968 la prima bottiglia di quello che oggi chiamiamo Curtefranca e che un tempo era Franciacorta bianco e/o rosso, nel 1979 la prima bottiglia di Franciacorta, ma ho avuto il privilegio di conoscere Giovanni, appassionato golfista per tanti anni al timone dell’azienda ed eccellente secondo presidente del Consorzio Franciacorta dopo Paolo Rabotti. E dal 1987 conosco le figlie di Giovanni, Maria e soprattutto Giulia che sono state e sono l’anima dell’azienda insieme alla figlia di Giulia Diletta e al figlio di Maria Francesco. E conosco bene lo chef de cave Giampaolo Turra e sono amico (con opinioni politiche molto diverse) con il direttore commerciale da40 anni, il caro Aldo Pagnoni.

I numeri di Cavalleri? Eccoli, come loro li forniscono sul sito Internet aziendale: “42 ettari di vigna dai quali otteniamo, quando tutto va per il mglio, 200.000 bottiglie annue, puntualmente esaurite tra i migliori ristoranti e rivendite specializzate d’Italia e del mondo. Il disciplinare del Franciacorta ci consentirebbe, a parità di estensione, di produrne 350.000. Per presentarci non servono altri numeri”. Hanno ragione i Cavalleri, viticoltori in Erbusco da cinque secoli come attestano documenti d’archivio, gente la cui “mission” è questa molto semplice e chiara: “produrre vini che esprimano fedelmente l’essenza delle colline di Erbusco”.

Ci riescono benissimo, sia con i due vini fermi, due Curtefranca cru, il Rampaneto, uno Chardonnay in purezza da un vecchio clone moltiplicato per talea, e il Tajardino, una selezione di Merlot, Cabernet franc e Cabernet sauvignon, sia soprattutto, con la gamma dei loro Franciacorta, uno più buono dell’altro. E tali da rendere la Maison, anche se il Dosage Zero e qualche altra cuvée di Cà del Bosco sono strepitose e ci sono altre piccole aziende (cito solo Colline della Stella, Camossi, Faccoli, Il Mosnel…) che producono Franciacorta da applausi, a mio avviso l’azienda numero uno della zona bresciana. Non sbagliano mai un colpo e anche sui prezzi non si sono mai montati la testa.

Cosa ho scelto di Cavalleri per regalarmi il piacere di una grande bottiglia di Franciacorta e per brindare alle vittime bresciane del maledetto coronavirus? Ho scelto il Franciacorta Pas Dosé 2015, sboccatura autunno 2019, che i Cavalleri sul sito Internet descrivono con queste parole: “Il nostro “Pas Dosé” non è un “Brut senza liqueur”. I Pas Dosé Cavalleri nascono da assemblaggi di parcelle che hanno, come comun denominatore, profili acidi marcati e persistenza aromatica intensa. Ne derivano quindi Franciacorta con caratteristiche tali da suggerire, a volte, affinamenti sui lieviti ben più lunghi dei 42 mesi che prevediamo di routine per il Pas Dosé. Non di rado capita infatti di ritrovare, in percentuali diverse, alcuni vini base di questi appezzamenti, impiegati anche nella cuvée del Collezione Grandi Cru”. E facendo riferimento alla grande annata 2011, così come lo è stato per la 2006, raccontano: “ci ha offerto su un piatto d’argento l’opportunità di dimostrare la potenzialità delle uve provenienti da quei vigneti, richiedendoci “semplicemente” di raddoppiare la permanenza sui lieviti.A quale pro? Di moltiplicarne finezza ed eleganza in virtù dell’ulteriore emulsione tra effervescenza e liquido; dischiuderne lo scrigno aromatico tanto serrato; accrescerne ricchezza ed espressività del gusto”.

Purtroppo, a differenza di alcune cuvée franciacortine che vanno per la maggiore, con le loro volgari etichette arancioni o con un nome che evoca un prestigio, anzi, un prestige, tutto da dimostrare, questo Pas Dosé è prodotto in un numero di bottiglie molto piccolo: circa 4000 pezzi.

Nasce da uve Chardonnay in purezza, con una produzione media in vigna di 90 quintali ettaro, resa di vinificazione 45% (45 lt di vino da ogni quintale di uva), fermentazione e affinamento in acciaio per l’80% il resto in botte grande di rovere (15%) e in barrique (5%). L’affinamento sui lieviti è molto lungo e la solforosa totale dopo la sboccatura è di 52 mg/litro (limite legale solforosa ex Reg. CE 606/2009: 185 mg/l).

Le mie note di degustazione, prima di lasciarmi andare al piacere di gustarlo copiosamente in abbinamento ad una squisita pizza con peperone rosso, acciughe e capperi, preparata da mia moglie, dicono: colore paglierino brillante di media intensità, luminoso, perlage sottile (ovviamente nel mio bicchiere prediletto, quello di Luca Bini), naso elegante fresco vivo, con note di nocciola e pasticceria, di meringa, fiori bianchi e sfumature agrumate in evidenza.

Attacco in bocca vivo e salato, allungo nervoso, gusto cremoso, avvolgente, fresco e vivo, ancora molto giovane ma già con grande equilibrio e armonia, molto ampio sul palato, accenno di pesca noce in retrogusto e mandorla, bellissima persistenza viva. Elegante, completo, di grande classe. Quanti altri Franciacorta Docg (oltre agli altri della gamma di Cavalleri) meglio di questo? Per me pochissimi…

Viva la Franciacorta, che quando è a questi livelli non conosce davvero concorrenti in Italia e se la gioca bene, anche se si tratta di terroir, storie, savoir faire, tradizioni, cultura, ecc, con una nota zona vinicola del nord della Francia…

n.b.

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Un grande metodo classico per ricordare i caduti da coronavirus Non sarà sfuggito a nessuno, scorrendo le cronache terribili di questi orribili coronavirus mala tempora che currunt, che la provincia di Brescia (insieme a quella di Bergamo dove io vivo), sta pagando un tributo pesantissimo, visto che sono oltre mille, 1063, le vittime innocenti di